Sono una scrittrice esordiente. Sin da giovanissima mi sono cimentata a scrivere racconti. Qui ho trovato uno spazio dove esprimermi, dove postare i miei racconti in attesa del vostro giudizio, ma anche un luogo dove parlare di libri o semplicemente per raccontarvi della mia esperienza come scrittrice; a volte mi permetterò anche di divagare, per fermare un’idea o un momento. Ad ogni modo sarà un luogo dove imparare a scrivere e dove esercitarmi: un taglia e cuci di parole, proprio come un atelier!

martedì 29 novembre 2016

ScrivereGiocando - Natale 2016

È il terzo anno che Morena Fanti ospita gentilmente un mio racconto sulla sua pagina natalizia "ScrivereGiocando" e per me rappresenta l'avvio ufficiale alle atmosfere natalizie.
Se anche a voi piace il Natale e la sua magica atmosfera, vi invito a leggere la pagina di quest'anno, dove troverete racconti, poesie, e tutorial, oltre all'immancabile atmosfera natalizia, che ci farà sentire un po' bambini.
Buona lettura!


lunedì 7 novembre 2016

Tiriamo un po' le somme

A poco più di un anno e mezzo dall'uscita del mio secondo romanzo breve (novella?) le cifre sono le seguenti:


Sembra poco, invece è tantissimo. Molti autori non possono vantare tanto, ma soprattutto per il lavoro che c'è stato sotto. Ottenere questi piccoli risultati mi ha portata via un sacco di tempo e dispendio di energie. 
Prima di tutto è stata una violenza al mio carattere schivo e riservato. Non è proprio nel mio essere espormi direttamente al pubblico per cercare qualche forma di attenzione, tanto meno cercare contatti per promuovere il mio libro. È anche per questo motivo che escludo a priori la possibilità di auto-pubblicarmi, nella speranza che a questa mia carenza rimedi l'editore. Purtroppo non è stato così, per cui ho dovuto rimboccarmi le maniche.
Questo secondo libro è stato davvero un'esperienza appassionante, oltre che formativa. Ho conosciuto persone nuove e condiviso con esse momenti speciali, che mai avrei immaginato.
Poi, se proprio vogliamo pensare alle vendite, be' quelle non sono state proprio eclatanti, ma anche se non salirò mai in vetta alle classifiche di vendita, le mie (piccole) soddisfazioni le ho avute.



lunedì 10 ottobre 2016

FRANTUMI

Il cuore batte all’impazzata poi si ferma un secondo per riprendere più veloce di prima. Sono tre notti che Rino si sveglia così, dopo aver faticato a prendere sonno.
Si solleva, agitato, stanco e sudato e scoppia a piangere.
La moglie si desta e lo abbraccia in silenzio.
«Non l’ho salvato!» Singhiozza tra le lacrime, che gli rigano la faccia stravolta. «Sono arrivato troppo tardi! Aveva solo sei anni...»
Sono tre notti che ripete sempre le stesse frasi. Davanti agli occhi macerie e morte e quel piccolo corpo esanime.
«Non è colpa tua.» Cerca di consolarlo la moglie, accarezzandolo. «Ne hai salvati altri...»
Ma le sue parole non sortiscono nessun effetto. Lo sa bene che le parole non possono nulla davanti a tanto dolore.
«Era lì, a un metro da me... ho provato a tenerlo desto... gli parlavo... cercavo di tranquillizzarlo... Aveva così tanta paura... e io gli avevo promesso che lo avrei presto liberato, che lo salvavo e lo portavo presto dalla mamma...» La voce così rotta da non poter continuare con quel racconto disperato. Lo sguardo perso oltre il ciglio del letto a guardare qualcosa che la moglie non può vedere.
«Capisci? Gli avevo promesso che lo salvavo, che non gli sarebbe successo nulla!» Urla.
Si nasconde il viso tra le mani.
«Il suo pianto si faceva sempre più debole, finché non l’ho più sentito… Un minuto! Bastava che arrivassi un minuto prima e lo avrei salvato!»
Rino è giunto con i primi soccorritori. È stato uno dei primi ad assistere alla distruzione: case sventrate, cumuli di macerie e detriti, persone spaventate, piangenti, smarrite. E poi morte. Tanti morti.
Ed infine la corsa alla ricerca dei dispersi. Persone intrappolate sotto le macerie, sole, ferite ed impaurite. Anche bambini. Tanti bambini. Troppi bambini.
E a ogni piccolo lamento Rino e i suoi colleghi si precipitano: c’è ancora speranza. Una vita da salvare contro il tempo. Ma dopo aver liberato due donne, una ferita e una miracolosamente illesa, non sono riusciti a salvare quel piccolo bambino terrorizzato, intrappolato tra le macerie della sua casa. Lo aveva estratto esanime e aveva tenuto quel corpo tra le braccia con dolcezza, come se quello fosse il suo bambino.
Non aveva avuto il coraggio di guardare in faccia la madre distrutta dal dolore. Glielo aveva appoggiato con delicatezza in grembo ed si era allontanato in silenzio a sfogare la sua disperazione lontano da ogni sguardo.
Rino si porta quell’angoscia addosso da quel giorno. Una colpa che non è riuscito ad espiare nemmeno aiutando nel recupero di un’altra persona.

Sua moglie assiste inerme alla sofferenza del marito. Un uomo dal cuore troppo generoso per sopportare tutto questo. La donna sa bene che tante persone hanno perso tutto in quel tragico terremoto che ha raso al suolo interi paesi, lo sa che molti, oltre alle proprie case che si sono sbriciolate in pochi minuti, hanno perso famigliari e amici. Ma sa anche che quel terremoto ha portato via un pezzo di suo marito e che non sarà mai più l’uomo che era.

sabato 24 settembre 2016

Un mese dopo

A un mese dal terremoto che ha colpito il centro Italia penso di poter interrompere il silenzio che mi ero imposta. Sarebbe stato facile per me che ho scritto un libro sul terremoto del Friuli del 1976 cavalcare l’onda esprimendo i miei pensieri e buttando lì un accenno al libro. Ma non mi sembrava corretto. Non sono uno sciacallo che approfitta della sofferenza altrui per il proprio tornaconto e per farsi pubblicità come tanti hanno fatto, in diversi modi, i primi giorni dopo il terremoto. Ho scelto il silenzio per rispetto e così non ho scritto nulla in merito, né i miei sentimenti né parole di cordoglio che non sarebbero comunque arrivate agli interessati. Ho postato un solo misero asettico post su facebook ricordando che da lontano potevamo donare soldi o beni di prima necessità. Un modo per ricordare che in questi momenti le parole non valgono nulla e mi sembra ignobile approfittarsene. In momenti come questo ci si tappa la bocca e ci si rimbocca le maniche: chi ha l’esperienza e la formazione per farlo si reca sul posto e aiuta fisicamente, gli altri aiutano da lontano con piccoli gesti non eclatanti ma che possono fare la differenza.

In questi giorni ho rivisto immagini che mi hanno accompagnato per tutta la mia vita. Sì, immagini perché io non l’ho vissuto direttamente sulla pelle il terremoto del Friuli, perché sono nata proprio quell’anno a cose già successe, ma ho convissuto tra i miei compaesani il cui unico pensiero era riprendersi da quella tragedia e la loro paura. Paura che mi è stata trasmessa. Sono cresciuta vedendo persone vivere nei prefabbricati in attesa di ricostruirsi la casa. Ho visto dalla mia nascita mucchi di detriti e tanti cantieri.
Ecco. Per me queste cose si affrontano in silenzio, con dignità e rimboccandosi le maniche. È quello che mi è stato insegnato. E in questo modo affronto la solidarietà.

mercoledì 14 settembre 2016

JOHN RYDE

John Ryde era il fotografo ufficiale della polizia. Il suo compito era scattare fotografie sulle scene dei delitti e la cosa non sembrava disturbarlo molto. Anzi, era il miglior fotografo in circolazione, tanta era la dedizione che metteva nel suo lavoro. Non tralasciava alcun dettaglio, nemmeno il più macabro. Era saltato agli onori della cronaca quando aveva iniziato a vendere le sue fotografie alla rivista Horror Newsweek. Fu uno scandalo. Subito si aprì un’inchiesta e John Ryde fu sospeso. Ma presto fu richiamato, perché il nuovo fotografo non reggeva davanti alle scene da film horror e le sue fotografie era mosse, sgranate e non documentavano nel dettaglio le scene di omicidio.
Bisogna dire che alcuni assassini sono degni di certi film da venerdì 13!
Fu quindi tollerata la doppia professione di John Ryde e presto anche alcuni giornali “non di settore” iniziarono a richiedere i suoi servigi. Riscoppiò lo scandalo. Per mesi non si parlò d’altro. Era o non era giusto, in nome della documentazione giornalistica, pubblicare quelle foto così crude? Presto si aprirono dibattiti nei talk show: chi era a favore di una reale completa documentazione in nome dell’informazione, chi contrario declamando la necessità di tutelare gli animi più sensibili da immagini che toglievano il sonno e alimentavano gli incubi. In attesa che la politica facesse il suo corso e prendesse una decisione, la scelta fu lasciata alle teste giornalistiche: chi pubblicava le foto, chi preferiva di no.
Da oggi la polemica si placherà, perché John Ryde è stato trovato morto a casa sua. Il suo corpo è stato aperto dal collo fino all’inguine da una lama affilata. La scena a cui la polizia prima, e noi dopo, abbiamo assistito è quello di un macello. Organi in vista e sangue da ogni parte. Da una prima ricostruzione del coroner, Ryde era vivo al momento dell’aggressione ed è morto dissanguato.
Noi, fedeli alla nostra linea editoriale, non pubblicheremo la sua foto, come non abbiamo pubblicato le foto scattate prima dalla vittima. Anche perché, questa volta, non c’era nessun fotografo degno di questo compito.


venerdì 9 settembre 2016

Scrittore 2.0


«Scialare sui social network aiuta sì a sponsorizzare le proprie attività e a non essere dimenticati per un altro giorno, ma sottrae al contempo idee. Come ogni autore sa, una frase arguta già espressa è ormai consumata; un bel paesaggio fotografato e condiviso dall'iPhone non diverrà una descrizione gloriosa, e una battuta di dialogo udita di straforo e usata per far ridere il gruppo Whatsapp non verrà ripetuta da un personaggio. Ciò che si spende sulla Rete è difficilmente riciclabile in un libro, se non al prezzo di un'onta perpetua per l'autore.»

Dall'articolo La rete non mi fa scrivere di Paolo Giordano
pubblicato su La lettura #249 di domenica 04 settembre 2016


E lasciandovi a questa riflessione, vi ricordo che mi potete leggere anche su facebook.

lunedì 22 agosto 2016

Scrivere un finale efficace

Ho sempre ritenuto che il finale di un romanzo sia più importante di un buon incipit, perché tira le somme di una (bella) storia, chiudendo tutte le cose in sospeso. Può essere positivo, negativo, a sorpresa o aperto. Però deve essere efficace: è la prima cosa che il lettore si ricorderà del tuo libro. Se non gli piace, quando penserà al tuo libro ricorderà solo che è quello con il finale deludente, senza nemmeno sforzarsi di ricordare cosa lo aveva tenuto incollato nella lettura fino all'ultima pagina.
A volte il finale è la normale conclusione della vicenda e quasi si scrive da solo. Ma, ahimè, ciò non vale sempre. A volte il finale bisogna proprio costruirselo.
Quando scrivo racconti amo pensare prima al finale e poi ci sviluppo la storia attorno (come ad esempio: Il furto della collana victoria e L'infallibile piano di Aldo Ubaldo e Con il vestito di taffetà rosso), perché mi piacciono a sorpresa e spiazzanti. Il romanzo però è diverso, si sviluppano trame diverse, si intrecciano storie differenti, i tempi sono più lunghi e il finale scioccante non si addice a qualsiasi vicenda.
Non ho una grandissima esperienza in fatto di romanzi, perché fin'ora ne ho scritti solo due brevi (Il valore di un libro e 1976 - L'urlo dell'Orcolàt), ma il finale è venuto da solo. Invece ora non so proprio come concludere il romanzo che sto scrivendo. Quando ho iniziato la sua stesura ne avevo uno in mente, ma procedendo l'ho trovato sempre più banale perché sa di "minestra riscaldata". E così mi sono un po' arenata.
A voi come piacciono i finali?
Come li scrivete?

mercoledì 3 agosto 2016

L'importanza dell'incipit, ma anche no

L'incipit è l'insieme delle battute iniziali di un libro, quelle che ti catturano e ti conducono dentro la storia narrata. Pertanto, l'incipit deve essere coinvolgente ed accattivante. Perché si sa il lettore entra in libreria e legge la prima pagina per sapere se acquistare un certo libro.
O almeno così dicono quelli che ne sanno più di me, quelli che insegnano l'arte dello scrivere, quelli che scrivono bene.
Sarà che io sono sempre stata un po' contro corrente, ma sinceramente a me è capitato tante volte di iniziare un libro e procedere per inerzia per diverse pagine prima di appassionarmi ed immergermi nella storia. Alcuni dei quali si sono poi rivelati (secondo il mio personalissimo gusto) narrazioni meravigliose.
D'accordo, un buon incipit non può che essere un punto in più, ma non credo che sia l'unico elemento valutabile al momento dell'acquisto di un libro. Come non può farlo solo la copertina. Insomma, davanti a tanta scelta in libreria la scelta ricade sulla buona mescolanza di diversi elementi: la copertina, che è il primo elemento che attira, la quarta di copertina, il riassunto sul risvolto interno del volume, l'incipit e la famosa pagina 69.
Personalmente mi faccio attrarre molto dalla quarta di copertina: se non mi piace questa, non guardo più nulla e ripongo il volume sullo scaffale. Invece, devo confessarlo, mi lascio facilmente (troppo facilmente) attirare dalla copertina. Alcuni libri non li vedo nemmeno quando sono esposti nella libreria, salvo poi sapere della loro esistenza in altro modo e rendermi conto che sì, avrei potuto acquistarlo già da qualche giorno.
E voi, come scegliete un libro in libreria? L'incipit è fondamentale in questa scelta?

venerdì 29 luglio 2016

Creatività letteraria in vacanza

Mi sono sempre ritenuta una persona controcorrente e, in particolare, da alcuni anni ho notato che, diversamente dalla maggioranza delle persone, per me il periodo estivo rappresenta un calo nelle letture. E ciò, purtroppo, si riflette anche sulla scrittura. Scrivo pochissimo e (aiuto!) ho pochissime idee.
Non che d'estate lavori di più o mi diverta di più: tolta la settimana in cui vado al mare con la famiglia, per il resto una settimana di luglio o una settimana di ottobre sono uguali. Non posso nemmeno dare la scusa alla monotonia del mio quotidiano, considerato che questa rimane invariata per quasi tutto l'anno.
L'unica giustificazione che posso addurre è che la mia testa si prenda, da sola, una vacanza.
Non posso che sperare ritorni presto!
Ma poi, la creatività letteraria dove se ne va in vacanza: al mare, in montagna o in una città d'arte?

mercoledì 13 luglio 2016

Come allenare la creatività

Si sa, per diventare dei bravi scrittori bisogna scrivere ogni giorno: la scrittura si nutre di scrittura. Però per scrivere bisogna anche avere delle buone idee da raccontare. Avete mai notato che ci sono periodi in cui si sfornano un racconto dietro l'altro, perché non si finisce di scrivere una storia che già si in testa gira una nuova idea, mentre in certi periodi non si riesce a trovare un'idea buona neanche a pagarla oro?
Ecco, ciò succede perché anche la creatività va allenata.
L'ideale sarebbe continuare a vedere il mondo come fossimo dei bambini, senza limiti e senza disillusioni. Purtroppo, questa capacità si prede crescendo (chi prima, chi dopo, ma prima o poi capita a tutti).
In giro per il web troverete molti articoli che parlano dello stesso tema e che propongono diversi esercizi, alcuni dei quali portano anche via molto tempo. Personalmente credo che per allenare la creatività bastino due requisiti (che poi forse il secondo è la conseguenza dell'altro):
1) essere curiosi
2) porsi domande.
Tutto il resto è conseguente a questi due fattori.
Solo nutrendoti di curiosità potrai conoscere cose nuove e diverse e aprire la tua mente. Essa può essere soddisfatta in molti modi: leggendo, ricercando, osservando... e ponendosi domande, alle quali cercare una risposta. E qui nasce il secondo fattore per allenare la creatività. Perché bisognerebbe anche porsi domande insolite, non propriamente logiche o conseguenti, un po' matte per così dire.

E se quella vicenda non fosse andata così?
Cosa succederebbe introducendo un elemento nuovo?
Chissà che segreto nasconde l'uomo seduto davanti a me sull'autobus?

L'unica cosa è non dimenticarsi mai di alimentarsi di novità, non avere paura dell'ignoto e non temere di porsi domande assurde. Ogni giorno.

mercoledì 22 giugno 2016

Il libro giusto da portare in vacanza

Oggi non voglio darvi consigli lettura, perché in questo periodo articoli che già lo fanno ce ne sono davvero a bizzeffe. Vi dirò, invece, quali caratteristiche possederanno i libri che mi metterò in valigia, perché dovranno essere almeno tre. Tre è il numero per una settima al mare, anche se so che non li leggerò tutti. Una volta sì, li avrei letti, ma ora che ho due bambine piccole da seguire minuto per minuto in spiaggia e dentro l'acqua, non posso concedermi il lusso di leggere tranquillamente sdraiata sotto l'ombrellone. Ciò nonostante, me ne porterò tre.
Durante le ferie mi piace dedicarmi a letture leggere, che mi non mi impegnino troppo. Quindi niente saggi. In spiaggia (lo avete capito, quest'anno vacanza classica al mare!) preferisco dedicarmi a romanzi e non troppo impegnati. Magari una storia ambientata in posti esotici, ma non necessariamente; a volte si dimentica quanto possano essere affascinanti anche i luoghi vicino a casa. Spero solo di trovare una storia che mi stupisca, che mi trasporti nella lettura e che mi lasci un bel ricordo da legare a quella settimana di relax.
La cosa più importante, però, quando vado in vacanza, sono le caratteristiche fisiche del libro. Non voglio sembrare superficiale, ma quando viaggio preferisco portare con me libri dalle dimensioni compatte, facili da trasportare, più leggeri e maneggevoli. Quindi bene le edizioni economiche e la copertina flessibile.
E per voi, come deve essere il libro ideale da portare in vacanza?

mercoledì 15 giugno 2016

Discriminazioni di genere

In campo letterario non mi sono mai sentita discriminata come donna. Sarà che il mestiere di scrittore è già difficile di per sé e chiunque, uomo o donna, che cerchi di pubblicare e di emergere trova davanti inevitabilmente molte difficoltà da superare. Mai però ho avuto la sensazione che le difficoltà a emergere fossero dovute al fatto che non sono solo uno scrittore, ma addirittura una scrittrice.
Durante la lettura "Scrivere? Non è un mestiere per donne" di Laura Costantini, mi si è però acceso un campanellino in testa. Giudicherete voi se fin'ora ho peccato di ingenuità o se invece il campanellino in questione si è acceso per nulla.
Un giorno un amico mi ha chiesto di parlargli del romanzo che sto scrivendo e dopo avergli descritto per sommi capi la trama, candidamente mi ha chiesto: «E ci metterai dentro anche una storia d'amore, vero?». E alla mia riposta affermativa la sua risposta è stata: «Ovviamente.», con un tono sufficiente. Gli ho però spiegato che mi serviva per la trama, considerato che il mio protagonista deve farsi una famiglia con dei figli. «Hai ragione, non ci avevo pensato. Ma comunque non è proprio necessaria una storia d'amore...». D'accordo non è necessaria una storia d'amore, potrei fare sposare il mio protagonista con un matrimonio combinato (il matrimonio, sì, deve starci, trattandosi, tra l'altro, di un romanzo storico), ma sinceramente toglierebbe un po' di brio alla storia e forse sarebbe proprio una forzatura: si tratta di un uomo venuto da molto lontano e stabilito in un piccolo borgo di montagna dove non conosce nessuno. 
Questo scambio di battute è avvenuto un paio di mesi fa e, come vi ho detto in premessa, lo avevo quasi rimosso, non fosse che il libro della Costantini evidenzia in uno dei capitoli, come l'immaginario comune releghi i romanzi scritti da donne proprio tra quelli rosa, anche se la storia d'amore è solo marginale, diversamente da quello che si penserebbe della stessa storia se fosse scritta per mani di un uomo.
Il fatto è che l'amico in questione non mi aveva mai dato la sensazione di considerarmi una scrittrice per sole donne, considerato che mesi prima mi ha chiesto, e ottenuto, di scrivergli una sceneggiatura per un film il cui tema è, parlando per cliché, davvero maschio: il gioco del softair.
Ora ditemi voi: il campanelino in testa lo lascio acceso o lo posso spegnere tranquillamente?

mercoledì 1 giugno 2016

Vale ancora la pena fare presentazioni?

Oggi volevo parlarvi della mia recente esperienza, ma volevo farlo in modo diverso. Poi mi è capitato di leggere il post "Perché non fare più presentazioni di libri" della casa editrice Zandegù e l'articolo ha preso una piega diversa.
L'editore sostiene che le presentazioni non volgono la pena perché c'è poca partecipazione, a volte completamente assente, o gli spettatori sono parenti dell'autore o dell'editore, giusto per fare numero e le vendite sono scarse.
Bene, lo dico sinceramente: non sono affatto d'accordo
Ovviamente lo dico per le esperienze che ho avuto personalmente, prima come lettrice e, di recente, come scrittrice.
Sarà che vivo in una realtà territoriale dove ci sono poche iniziative e quindi anche la presentazione di un libro può essere l'occasione per uscire di casa e fare una cosa nuova... ma non credo. Ad ogni modo, alle presentazioni a cui ho partecipato come lettrice spesso la sala era piena. Quindi un ottanta, cento persone. Per lo più questi eventi erano patrocinati (se non addirittura organizzati) dalle amministrazioni comunali ospitanti, ma non credo sia questo il fattore determinante per la partecipazione. Probabilmente gli organizzatori hanno saputo promuovere l'evento. Da spettatrice mi è pure parso che ci sia stato un buon ritorno in copie vendute, anche se non ho dati alla mano.
Come scrittrice, invece, ho appena iniziato a fare presentazioni e posso parlarvi delle mie uniche due esperienze dell'ultimo mese.
La prima presentazione è stato un successone. E sì che mi trovavo in un comune dove non ero mai stata prima e dove nessuno mi conosceva. La sala era gremita di persone. Il primo pensiero è stato che la partecipazione era merito del coro che riempiva la serata, ma alla fine mi sono invece resa conto che la maggior parte era venuta proprio per il mio libro (al solo pensiero mi gaso ancora!). E le vendite sarebbero state eccezionali se il mio editore non mi avesse, ahimè, detto che quando una presentazione va davvero bene si vendono al massimo quindici copie (e raggiungere questo risultato è un'eccezione, quasi un'utopia).
Purtroppo non avevo copie a sufficienza per soddisfare tutte le richieste e la cosa mi ha parecchio amareggiato. Sento di aver deluso il caloroso pubblico che aveva partecipato alla presentazione e credo che in qualche modo questo fatto abbia anche danneggiato la mia immagine... Non mi resta che sperare che chi non ha potuto acquistarlo quella sera, lo abbia cercato in libreria.
Il secondo evento, che si è svolto nel comune dove lavoro, è stato un po' meno partecipato, ma una cinquantina di persone era comunque presente e diverse di loro aveva già acquistato una copia del mio libro, conoscendomi di persona. Alla presentazione era stata legata una rappresentazione teatrale a tema. Anche le vendite sono state discrete.
A completezza di informazione, devo dire che come vantaggio ho avuto il fatto che il mio libro parla del terremoto del 1976 in Friuli e quest'anno cade il quarantesimo anniversario, anche se le due presentazioni sono state fatte in territori che pur avendo subito danni dal sisma, erano comunque ben più lontane dall'epicentro.
Posso comunque dirvi che a più di un anno dall'uscita del mio breve romanzo ho venduto molte copie, che senza queste serate di promozione non avrei venduto e molte persone non avrebbero saputo nemmeno che esisto.
E vi garantisco che per me è stato davvero una dura prova mettermi davanti a tante persone e parlare di me e del mio libro, ma sono state esperienze favolose e sono felicissima di aver fatto, non solo per il ritorno come scrittrice. Nel primo caso, per esempio, ho trovato un pubblico caloroso con cui dialogare, che mi ha accolto a braccia aperte pur non conoscendomi, con cui ho chiacchierato. Ho potuto ascoltare nuove voci e nuove storie sul terremoto.
Posso dirvi che ora che ho vinto la mia reticenza, anche se per me sarà ogni volta una dura prova espormi al pubblico, continuerò a fare presentazioni, perché è l'unico modo per farmi conoscere e per vendere di più.

mercoledì 25 maggio 2016

Consigli di lettura

Ripercorrevo l’elenco dei libri che ho letto l’anno scorso e mi sono resa conto che i due libri che, oltre a essermi piaciuti, mi hanno colpito di più e a cui, a distanza di mesi, penso ancora, sono stati scritti da due esordienti.
La prima è Alice Basso con il suo L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, edita da Garzanti Libri. La seconda è Angela Di Bartolo con la sua raccolta di racconti Per altri sentieri, pubblicata da Runa Editrice, che vi consiglio di leggere se siete alla ricerca di una lettura diversa dal solito.
La prima è diventata, meritatamente, un caso letterario sia perché la storia è coinvolgente, ben scritta e per certi aspetti originale, sia perché la sua casa editrice ha potuto investire soldi per il piano marketing (pubblicità, trailler, interviste, ecc.).
Diversa sorte, invece, è toccata alla Di Bartolo, che pubblicando con la Runa Editrice ha dovuto accollarsi la promozione del libro. Ho conosciuto questo volume proprio in un gruppo di (auto)promozione per voci nuove: #ioleggodifferente.
Il caso ha voluto che la Basso lavorasse già all’interno di una casa editrice, per cui già introdotta nell’ambiente, mentre la Di Bartolo dovrà faticare ancora per avvicinarsi ad una casa editrice più grossa.

Ad ogni modo, sono due letture che mi senti di consigliarvi.

giovedì 19 maggio 2016

Freni

Una volta ho letto, non so dove, che se davanti a una cartolina non sai cosa scrivere, allora non sarai mai uno scrittore. Questa affermazione mi circola in testa ogni volta che penso ad un articolo per questo blog e scarto le decine di idee che mi vengono in mente. In realtà non è che non sappia cosa scrivere. Idee, come detto, ne avrei anche molte e non sarebbe nemmeno tanto difficile trasformarle in un articoletto. Quello che me le fa scartare, invece, è la paura di essere noiosa, ripetitiva e poco originale. Prima di scrivere qualsiasi cosa mi pongo un sacco di domande e, come se ciò non bastasse a trattenermi, faccio ricerche su internet per vedere se tale argomento sia già stato trattato. Neanche a dirlo, c’è sempre qualcuno che mi ha preceduto e, in quel momento, mi sembra che non potrei aggiungere nulla di nuovo.
A volte mi sento come una macchina che procede con il freno a mano tirato. Mi rendo conto che il mio è un freno autoimposto e che basterebbe rilasciarlo per tirare fuori tutta la potenza del mio motore, ma è anche vero che la velocità spaventa perché può essere pericolosa.
A scrivere siamo davvero in tanti e per emergere bisogna essere originali.
A me personalmente piacciono molto quegli autori che quando li leggi ti rendi conto che sono riusciti a trasferire su carta quello che hai già dentro di te, ma di cui non avevi coscienza finché non le leggi. Vorrei tanto diventare, un giorno, per alcuni dei miei lettori, proprio questo tipo di scrittrice.
Come dite? Sì, è una contraddizione avere paura di scrivere di cose già note per paura di non essere sufficientemente originali e allo stesso tempo voler diventare la voce dei pensieri inespressi dei propri lettori. Ma come vi ho detto è il freno che ho tirato e che so che, prima o poi, dovrò mollare se vorrò correre veloce sulle strade letterarie.

giovedì 12 maggio 2016

Biografia: considerazioni

Avevo già affrontato l’argomento della propria biografia nel post Come scrivere la propria autobiografia, ma ora posso portare la mia esperienza diretta, non solo di lettrice, ma anche di scrittrice.
Per chi non lo sapesse la biografia che trovate sui libri la scrive direttamente lo scrittore, almeno nei casi di piccole case editrici (ma visto come funzionano le cose, mi sentirei di espandere questa affermazione anche a quelle più grandi) e che essa poi sarà utilizzata ogni qual volta qualcuno parlerà di voi, che sia un’intervista, una presentazione, un articolo. La biografia che scriverete sarà quindi il vostro biglietto da visita, per cui bisogna prestare la massima attenzione nella sua stesura.
Le biografie dovrebbe accennare a quella che è la carriera letteraria dell’autore, ma anche un breve cenno su chi esso sia come persona, quando cioè non scrive. Ad esempio se ha un altro lavoro, se ha una famiglia, dove vive, se ha degli hobbies, ecc. Sono dati che permettono di considerare l’autore una persona normale e non un guru da ammirare da lontano, ma spesso queste informazioni sono davvero utili per capire le scelte letterarie che troveremo all’interno del libro, oppure, se si tratta di saggi, per capire quanto l’autore sia preparato in materia.
Fino a qualche tempo fa cercavo nelle biografie l’età dello scrittore e la data di esordio, forse perché cercavo la conferma di avere ancora tempo per diventare una scrittrice pubblicata. Ancora oggi cerco queste informazioni, ma con minore accanimento (ed in effetti sono una scrittrice pubblicata), ora mi piace capire quanto tempo l’autore può dedicare alla scrittura (es. se ha un altro lavoro o se fa solo lo scrittore), oppure quanto è poliedrico o se è un creativo a tutto tondo.
Una cosa, invece, che non sopporto sono le biografie scritte in prima persona. Assodato che la biografia l’autore se la scrive da solo, non mi piace molto io ho fatto questo, io sono questo. La terza persona si addice di più alla biografia perché le conferisce un’impressione più oggettiva. Poi se capita che nello stesso volume ci siano più biografie, perché trattasi di raccolta di racconti di autori diversi o romanzo scritto a più mani, per me è fastidiosissimo leggerne alcune scritte in prima persona e altre in terza. Un po’ perché crea disomogeneità nella scelta editoriale, un po’ perché denota poca cura nella confezione del volume.
E voi, cosa cercate nelle biografie? Cosa scrivete nelle vostre? Cosa vi da invece fastidio?

mercoledì 4 maggio 2016

Nuovo o usato?

Il primo pensiero per rispondere a questo domanda: non fa alcuna differenza, l’importante è che siano libri.
Riflettendoci bene e osservando la mia libreria, però, mi rendo conto che prediligo di gran lunga i libri nuovi. Ne ho davvero pochissimi di seconda mano.
Non lo so se a spingermi verso il libro nuovo sia, a livello di subconscio, una questione igienica o solo perché mi difficilmente capita di accedere a bancarelle dell’usato. Non sono una di quelle lettrici che vanno a caccia di bancarelle dell’usato per trovare a basso costo titoli a lungo cercati e chicche letterarie. Non poterei nemmeno addurre la scusante che nel mio territorio ce ne siano poche di queste bancarelle, perché mi è capitato di vedere su Amazon un titolo interessante e acquistare quello nuovo, pur potendo risparmiare diversi euro con quello usato.
Nemmeno la scusa igienica mi sembra molto convincente. Primo perché mi è capitato spesso di prendere in prestito libri dalla biblioteca e vi garantisco che non mi sono mai disinfettata; al massimo mi è preso il desiderio di possedere quel libro, acquistandolo per poi riporlo illibato nella mia libreria personale. Secondo, perché l’igiene non è garantita nemmeno davanti a un libro nuovo: dove sono stati tenuti i libri prima di arrivare in libreria? In qualche magazzino lercio, con lo scatolone aperto? Chi ha maneggiato e sfogliato il tomo che poi ho acquistato? Insomma, il libro nuovo non è garanzia di assenza di germi; per esserlo dovrebbero essere incellofanati.
L’unica scusante che potrebbe convincermi è il desiderio totale di possesso. Indizi sono:
il desiderio di possedere un libro anche dopo averlo letto da un prestito (biblioteca o amico che sia);
ritrosia a prestare libri.
Voglio che il libro sia solo mio e sono gelosa (sempre colpa del subconscio) dei precedenti possessori.
Ora giro la domanda a voi: nuovo o usato?

mercoledì 27 aprile 2016

Cambiamenti ed evoluzioni

Ultimamente mi sto interrogando parecchio sul me stessa come scrittrice. Sarà che a breve farò la mia prima presentazione e sembra che ne seguirà una anche dopo. Sarà quindi la prima volta che mi esporrò al pubblico come scrittrice e non solo virtualmente. Quest'ultimo anno sono cambiata molto come persona e credo che gran parte di questo cambiamento lo debba all'uscita del mio romanzo. Ho imparato a buttarmi e a crearmi situazioni favorevoli, che mi hanno permesso di conoscere persone nuove, grazie alle quali mi si sono aperte nuove porte.
Penso che il cambiamento si stia riflettendo anche nel mio modo di scrivere.
Per esempio uso sempre meno carta e penna per passare direttamente alla tastiera. Ho scoperto un modo di scrivere più veloce e non di rado mi capita di mettermi davanti al computer per scrivere una frase e ritrovarmi a scrivere interi paragrafi. Sono più sciolta e lascio correre i pensieri mentre le dita pigiano i tasti. Mi sembra anche che il mio italiano sia migliorato. Mi sono accorta di usare termini, che sì conoscevo, che però trascuravo.
Scrivo anche meno racconti per lasciare più spazio al nuovo romanzo, ma nello stesso tempo ho iniziato la stesura di un racconto, che dovrebbe diventare la sceneggiatura di un film. Tra l'altro su uno sport che fino a qualche mese fa non sapevo nemmeno esistesse. È un progetto che mi ha proposto un amico e sul quale, forse con un po' di incoscienza, mi sono lanciata.
Avete notato anche voi qualche cambiamento nel mio modo di scrivere? E voi, come persone, scrittori, lettori, state cambiando?

mercoledì 20 aprile 2016

È solo questione di marketing

Ci sono libri che vendono centinai di migliaia di copie e quando ti capita di leggerli ti chiedi come mai. Non mi riferisco a quei libri che riscontrano il gusto di massa, che a loro modo, pur essendo piuttosto prevedibili e pieni di stereotipi, concedono al lettore una lettura rilassante e per alcuni versi piacevole. Mi riferisco invece a quei libri che davvero non concedono nulla al lettore, brutti, insignificanti e senza trama.
Un esempio è “Prometto di sbagliare” di Chagas Freitas Pedro. Il libro ha una bella copertina, una quarta avvincente e il risvolto interno della copertina ancora di più, che ti promettono una bella storia coinvolgente di un amore sofferto e clandestino, che era iniziato senza essere mai diventato e che avrebbe potuto riscattarsi a discapito del presente. In realtà, dopo poche pagine, ti accorgi che il libro non manterrà le sue promesse. Capitoli e capitoli di storie d’amore diverse, non legate le une alle altre, con personaggi solo appena accennati. Il libro sembra una raccolta di appunti di storie che potrebbero essere raccontate. Assomiglia un po’ al mio file di appunti per storie future. Una vera delusione. E non solo mia. Mi bastava solo dare retta alle innumerevoli recensioni negative di lettori delusi. Ma forse è stato proprio il fatto che il libro non riscontrasse proprio il favore del pubblico a convincermi all’acquisto. È il libro che fa per me, mi sono detta, perché se la storia non piace vuol dire che è lontana dalle solite storie ed è proprio quello che cerco: una lettura diversa.
È indubbio che non leggerò mai più nulla di questo autore, e probabilmente reagirà allo stesso modo buona parte dei lettori delusi, ma rimane il fatto che ha venduto milioni di copie, perché c’è stato davvero un bel lavoro di marketing a monte. Un bel trailler, una quarta di copertina accattivante, una pubblicità martellante piena di promesse, articoli su riviste e giornali. Se non ci fosse stato tutto questo, sicuramente il libro non avrebbe venduto tanto e non sarebbe nemmeno stato tradotto all’estero, fino ad arrivare nelle librerie italiane (l’autore è portoghese).
Credo che qualunque libro con un piano marketing del genere riuscirebbe a vendere migliaia di copie (anche il mio!?).
Mi sorge spontanea una domanda: ma in base a quale criterio una casa editrice (parlo di quelle grosse) decide di puntare tutta la sua forza promozionale su un titolo, piuttosto che su un altro?

mercoledì 13 aprile 2016

I social un aiuto agli scrittori timidi

Immagino che lo avrete già capito: sono una persona schiva, che non ama molto mettersi in mostra, né sventolare ai quattro venti i propri successi. Il mestiere dello scrittore, da questo punto di vista, è proprio quello che fa per me: seduta da sola alla scrivania ad immaginare storie e trascriverle per i lettori. Peccato che lo scrittore moderno non può più permettersi di stare all’ombra e se vuole essere letto deve attivarsi in prima persona per farsi conoscere. Deve uscire dal suo nascondiglio e parlare del proprio libro, mostrarsi al pubblico e fare presentazioni. Sì, perché l’esperienza insegna, il fatto di aver pubblicato non è sufficiente per garantire la vendita del libro. Non con una piccola casa editrice, almeno. Non posso parlare dei colossi dell’editoria, dei quali non ho alcuna esperienza, ma visto la pubblicità che vedo in giro, mi sembra che questa sia dedicata ai soliti noti. Così lo scrittore moderno deve uscire allo scoperto e quanto meno avvertire i potenziali lettori che esiste anche il suo libro, perché sì anche lui scrive. E qui iniziano i grattacapi.
Se non fosse stato per facebook, credo che delle persone che conosco solo una decina di loro, quelli più intimi e vicini a me, avrebbero saputo che scrivo e che ho pubblicato qualcosa. E come avrebbero potuto? Per carattere non sarei mai riuscita a dire: «Ehi! Lo sai che ho pubblicato un libro?»
Però condividere la propria gioia di aver pubblicato, postando un timido articolo (e una grande foto) sul famoso social è stato un gioco da ragazzi! E devo dire che l’interesse tra gli amici di facebook si è subito fatto sentire.
Davvero, la mia esperienza dimostra che i social aiutano a farsi conoscere. Non ho ceduto assolutamente allo spam. Ho creato pochi piccoli discreti post a uso e consumo della mia cerchia di amici virtuali e poi mi sono creata una pagina pubblica come scrittrice, non legata alla cerchia delle amici virtuali, per permettere l’accesso all’io scrittrice anche da parte di persone che non rientrano nella mai cerchia di amicizie (virtuali). Mi sono, infine, iscritta ad alcuni gruppi a tema: soprattutto di libri, ma anche territorialmente e moralmente interessati al terremoto del Friuli. Grazie a uno di questi gruppi ho conosciuto una ragazza che organizza eventi e abbiamo iniziato una collaborazione. A breve, grazie a lei, farò la mia prima presentazione!
Ora non so come andrà e non so come reagirò a parlare in pubblico, e magari questo ve lo racconterò più in là, ma certamente da sola non sarei mai riuscita a propormi per una presentazione.
E a voi i social sono d’aiuto come scrittori?

mercoledì 6 aprile 2016

Un ultimo saluto

Riesco a leggere il quotidiano locale solo quando sono in ferie e mi concedo la colazione al bar con tranquillità. Di solito rappresenta una mezz’ora tutta mia, da godermi in tranquillità.
Di solito, perché quel giorno, mentre mi portavo la tazza del cappuccino alla bocca, mi è caduto l’occhio su un articolo. O meglio sulle foto a corredo dell’articolo: una macchina completamente distrutta e la foto del suo conducente. Una morsa mi ha stretto la gola, il cuore e lo stomaco, quasi si trattasse di un unico organo.
Ho dato una rapida occhiata all’articolo, per aver la conferma che il conducente fosse morto.
Con le mani tremanti ho pagato la consumazione e sono uscita dal locale prima che chiunque notasse la mia agitazione. Sono salita in macchina e ho preso fiato.
Non era possibile. Forse mi ero sbagliata. Eppure l’articolo parlava chiaro e la fotografia ancora di più.
Urlai e accasciandomi sul volante mi sono messa a piangere, disperata e senza contegno.
Il mio uomo era morto in un tragico incidente la sera prima. Aveva perso il controllo del mezzo, forse per un colpo di sonno.
In realtà non era proprio il mio uomo. Era l’uomo di un’altra, perché pur amandolo alla follia lui era sposato con un’altra donna.
Non volevo diventare un’amante, una distruggi famiglia, ma era successo.
Luca era stata una vecchia fiamma ai tempi della scuola. Non proprio una vera e propria coppia, causa la timidezza di entrambi. Era evidente che ci piacevamo e per un po’ avevamo flirtato, ma nessuno dei due aveva avuto il coraggio di fare la prima mossa. Poi si sa, la scuola finisce, ci si perde di vista e la vita ti porta da tutt’altra parte.
Ci siamo rincontrati per caso dopo vent’anni.
Era estate e avevo promesso a mia figlia di portarla ad una di quelle sagre paesane di maggior successo, che richiamano l’attenzione di persone proveniente da tutta la regione. Mentre facevamo la fila per il trucca-bimbi, ho sentito uno sguardo addosso e voltandomi ho visto in mezzo alla folla i suoi occhi. Anche dopo tanto tempo, ho subito riconosciuto quello sguardo. Ci siamo guardati per un po’ e Luca si è avvicinato, dicendomi: «Ma allora sei davvero tu!»
Dopo i primi convenevoli e lo scambio delle prime informazioni tra persone che non si vedono da molto tempo, quali il lavoro e la famiglia, ci siamo trovati seduti all’interno di un bar a parlare come due vecchi amici che non avevano mai smesso di frequentarsi.
Mi parlò del suo lavoro come giornalista, che lo portava a girare un po’ per tutta l’Italia, di suo figlio che aveva un anno più della mia, della moglie che non amava il vecchio paese e preferiva passare le vacanze sola in città, piuttosto che andare a trovare gli anziani genitori del marito. Io gli accennai del mio divorzio e del mio lavoro come maestra.
Quando ci salutammo, ero certa che non lo avrei più rivisto per tanti anni ancora. Per molti giorni ripensai nostalgica a lui, ai tempi passati, a quello che poteva essere stato ma non era stato e al suo sguardo quando mi aveva ritrovato tra la folla. Soprattutto quello sguardo, che rivelava un uomo innamorato. Lo stesso sguardo che aveva quando andavamo a scuola e che non aveva mai avuto il coraggio di confermare concretamente.
Alcuni giorni dopo ricevetti la sua richiesta di amicizia su facebook e di lì a ritrovarci fu davvero semplice. Ci vedemmo un paio di volte per bere un aperitivo insieme, facendo finta di essere solo amici, e poi iniziammo a scambiarci messaggini. A volte mi sentivo in colpa nei confronti di sua moglie, ma mi giustificavo dicendomi che in fondo non stavamo facendo nulla di male, che eravamo solo amici. Ma il desiderio di rivederlo cresceva di giorno in giorno ed ero certa che Luca provasse lo stesso sentimento, finché un giorno mi confessò che si era lasciato sfuggire l’occasione una volta, ma che non lo avrebbe permesso una seconda. Gli risposi che era sposato e che ormai era troppo tardi, ma lui mi afferrò e mi baciò. Al ricordo di quel bacio, mi vengono ancora le farfalle allo stomaco.
Iniziò così la nostra relazione e quando mi accennò alla possibilità di lasciare la moglie, mi rifiutai ostinatamente.
«Devi pensare prima di tutto a tuo figlio.» Gli dissi, ricordandomi quanto la mia piccola aveva sofferta dalla mia separazione dal padre.
Non  avevo parlato della nostra storia a nessuno: mia madre si sarebbe infuriata, accusandomi di essere una poco di buono e una sfascia famiglie, facendomi sentire non solo in colpa, ma come una peccatrice, rammentandomi che non erano stati quelli gli insegnamenti che mi aveva dato, proprio come quando mi ero separata; le mie amiche sposate mi avrebbero ammonito e forse avrebbero visto in me tutte le potenziali concorrenti al loro felice matrimonio; quelle single… be’ non c’era nessuna con cui avessi tana confidenza da rivelare un tale segreto. Forse perché in cuor mio sapevo che non era proprio una cosa giusta.
Ora mi mancava un’amica con cui sfogarmi, una spalla su cui piangere e cercare conforto. Invece ero sola nel mio dolore. Mi chiusi in casa per poter pianger, adducendo un po’ di influenza. Per fortuna il mio ex marito fu felice di tenere con sé nostra figlia ancora qualche giorno. Soprattutto davanti a lei non avrei potuto mostrare il mio dolore e confessare che la mamma aveva una vita segreta.
Ero sola e quando uscivo dovevo indossare la maschera della normalità perché non potevo rivelare a nessuno che il mio uomo era morto. Non potevo rivelare a nessuno che amavo un uomo che ora non c’era più. La cosa più difficile era dover simulare una normalità che nel mio cuore non esisteva. Avevo il cuore a pezzi e non potevo mostrarlo.
Io per quell’uomo non era ufficialmente nessuno, nemmeno un’amica, perché noi assieme non esistevamo per nessuno. Nessuno ci aveva mai visto assieme, nessun legame ufficiale ci univa agli occhi dei nostri amici e conoscenti.
Sono andata al funerale e mi sono confusa con la piccola folla che accompagnava il dolore della famiglia, cercando di trattenere il mio di dolore. Non potevo certo apparire più inconsolabile della vedova, ma dovevo accompagnare il feretro per dare un ultimo saluto al mio uomo.

mercoledì 30 marzo 2016

Un post a settimana meno uno

Mercoledì scorso non ho pubblicato il solito articolo settimanale perché sono rimasta quattro giorni a letto con il mal di schiena e gli altri giorni preferivo stare in piedi e lontano da postazioni informatiche che mi avrebbero solo acutizzato il dolore (dolore, tra l’altro, non ancora del tutto svanito).  Speravo che nessuno si accorgesse di questa mia assenza, così da non deludere nessuno. Ma si sa: attenzione a ciò che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Il fatto che nessuno si sia accorto della mia mancanza è l’ennesima conferma che non mi si fila nessuno. Ancora una volta mi sto interrogando se continuare con questo mio progetto del blog.
Il punto fermo è che amo scrivere e scrivo essenzialmente per me, non solo racconti e romanzi, ma anche nel blog. Essermi imposta almeno un articolo a settimana è stato un modo per darmi un ritmo nella scrittura, altrimenti trascurata dai ritmi degli impegni quotidiani. Il tempo passa inesorabile e non me ne rendo conto finché non  mi ricordo che è già passata (davvero?!) una settimana e che devo pubblicare qualcosa sul blog. Non è solo un’imposizione in termini di tempo: l’articolo settimanale è un modo per allenarmi a trovare un’idea su cui scrivere.
È facile, infatti, dire che sono una scrittrice e potrei parlare della mia esperienza e di scrittura. La verità, però, è che la mia esperienza di scrittrice è scarna e non mi permette di realizzare un post a settimana.
Sarebbe quanto meno noioso parlare del romanzo che sto scrivendo da un anno a questa parte (ma vi rendete conto? Un post per dire che sono andata avanti di un capitolo, uno perché ho cancellato il capitolo appena steso, uno perché non mi viene bene il paragrafo, ecc. Ma scherziamo?). Oppure un post ogni settimana per dire che ho spedito il tal racconto alla tale rivista, ma che per l’ennesima settimana non ho ricevuto nessuna risposta…
La scrittura è fatta di lunghe, interminabili attese. Già l’atto di scrivere di per sé è un processo lungo: ci vuole tempo e dedizione. Poi c’è l’inevitabile tempo per la decantazione, necessaria per qualsiasi tipo di testo (sì, anche per gli articoli del blog sarebbe quanto meno opportuno). Infine ci sono le lunghe attese di risposta da parte di case editrici e riviste. A me poi sorge spontanea la domanda: ma quanto tempo devo aspettare per avere una risposta? E si sa, a volte (quasi sempre) queste nemmeno arrivano.
Anche i consigli di scrittura non penso possano essere uno spunto utile per il mio blog. In giro ci sono parecchi blogger che già lo fanno più che discretamente. Io personalmente non credo di avere la giusta dimestichezza con la lingua italiana da dispensare consigli: la uso per scrivere, la uso per esperimenti letterari ed apprendo giorno per giorno, ma sono ben lungi da essere un’eccellenza in materia.

E allora alla prossima settimana e… chissà cosa mi inventerò!

mercoledì 16 marzo 2016

Quanto tempo per scrivere

Tempo fa mi è stato chiesto in un commento quanto ci metto a scrivere un post. Ci ho pensato un po’ e poi ho sparato lì una mezz’ora o poco più. In realtà non ne avevo idea, ma mi sembrava quello il tempo che ci mettevo. Non mi sono mai cronometrata davanti alla tastiera (sto sempre più abbandonando carta e penna), e a questa cosa non ci avevo più pensato fino a che mi sono resa conto che per il post della settima scorsa ci ho messo la bellezza (udite, udite!) di venticinque minuti. Proprio così: venticinque minuti per un post, lo ammetto, che non può definirsi un articolo. Venticinque minuti per scrivere due frasi introduttive, ritrovare i link ai blog citati, ricopiare la citazione, trovare l’immagine da inserire e riscrivere due volte le frasi introduttive.
Mi sono così resa conto che alla scrittura dedico più tempo di quello che immaginavo. Ho sempre pensato di non dedicarne abbastanza, bramando di poter, un giorno, riuscire a trovare altro tempo per farlo, senza però toglierlo alla mia famiglia, magari riuscendo a fare della scrittura un’attività che mi permetta, almeno in parte, di sostituirsi al lavoro che ora mi permette di vivere.
Dedico, quindi, tempo alla scrittura, anche se mi rendo conto che la quantità di parole accumulate non è proprio quella che speravo. Non mi accorgo del tempo che trascorre e non controllo l’orologio, perché scrivere è un’attività che mi piace e il tempo sembra sfuggire senza che me ne accorga.
Mi rimane da capire, a questo punto, se sono io particolarmente lenta a scrivere, se ci metto troppo tempo a riscrivere sempre la stessa frase o se questo è il fisiologico tempo necessario all’attività di scrittura.

E voi, come vi rapportate con il tempo che dedicate a scrivere? Vi basta o vi sembra troppo poco? Oppure siete particolarmente veloci e riuscite a preparare articoli e racconti in un lampo?

mercoledì 9 marzo 2016

Scrittore: questo sconosciuto

Se ne è parlato e se ne parla ancora molto, sul web in particolare, di chi possa definirsi scrittore.
Un bell'articolo a riguardo lo trovate sulla rivista I Segreti di Pulcinella, che condivido appieno, ma ce ne sono molti altri e qui ve ne indicherò solo alcuni: Io Scrittore, L'Imbrattacarte, Penna Blu, Salvatore Anfuso, Ivano Landi.

Non scriverò l'ennesimo post in materia, ma vi lascerò una citazione, che per prima cosa serve a me come promemoria (se ce ne fosse bisogno) da rileggere periodicamente, ma potrebbe essere per voi uno spunto su cui riflettere:

«Se ti alzi ogni mattina e ti metti a scrivere, sei uno scrittore. Non è la pubblicazione a renderti scrittore. Quella è solo una questione commerciale»
(Un anno con Salinger, Joanna Rakoff)

mercoledì 2 marzo 2016

Indiscretamente domande letterarie

Questo giochino l’ho trovato sulla pagina face book di Emozioni tra le pagine di un libro e non ho resistito.

1) Come scegli i libri da leggere? Ti fai influenzare dalle recensioni? 
La scelta di libri è puramente istintiva. Mi faccio guidare dalla copertina, dal titolo e dalla quarta di copertina. Non amo molto le recensioni: libri con recensioni super entusiasmanti mi hanno spesso delusa. Faccio però molta attenzione ai libri che accumulano molte recensioni negative… di solito non è un caso.
2) Dove compri i libri: in libreria o online?
Acquisto molti libri online, perché mi arrivano direttamente a casa e spesso con lo sconto. Però amo molto recarmi in libreria per scovare titoli e autori che non conosco, cosa che l’acquisto online non ti permette.
3) Aspetti di finire la lettura di un libro prima di acquistarne un altro oppure hai una scorta?
Decisamente scorta!
4) Di solito quando leggi?
La sera, sul divano prima di andare a dormire, a letto perché soffro di insonnia, in bagno, nella sala d’aspetto del dentista… insomma appena ho cinque minuti di pace.
5) Ti fai influenzare dal numero delle pagine quando compri un libro?
Assolutamente no. Non mi spaventano i grossi tomi e non mi lascio influenzare negativamente da poche pagine. Al massimo valuto il prezzo in rapporto al numero di pagine.
6) Genere preferito?
Non ho un genere preferito, mi piace spaziare e leggere cose molto diverse le une e le altre.
7) Hai un autore preferito?
Siccome ho amato alcuni romanzi più di altri, tendo a cercare tutti i libri di quel’autore. Ma sono parecchi, spaziando da Oscar Wilde a Jasper Fford, da Jane Austen a Orianna Fallaci, da Balzac a Falletti. Ora, per esempio aspetto il prossimo romanzo di Alice Basso.
8) Quando è iniziata la tua passione per la lettura?
Da quando ho imparato a leggere. Mi ricordo che nell’estate tra la prima e la seconda elementare avevo il gesso alla gamba destra e passavo le mie giornate in una poltrona in terrazza a leggere un libro di fiabe che mi avevano regalato proprio per la convalescenza. E mi ricordo anche che da bambina quando non avevo niente da leggere in bagno leggevo le etichette dello shampoo.
9) Presti libri?
Mi capita, ma solo a poche intime amiche che amano la lettura quanto me.
10) Leggi un libro alla volta oppure riesci a leggerne diversi insieme?
Non riesco a fare a meno di leggerne diversi alla volta. Anche quattro in colpo solo.
11) I tuoi amici/famigliari leggono?
In famiglia solo mia mamma e la mia primogenita di sette anni. Alcune amiche, ma purtroppo non molte.
12) Quanto ci metti mediamente a leggere un libro?
Dipende dal periodo e dal libro. Ad ogni modo leggo dai 40 a i 50 titoli l’anno, quindi in media poco più di una settimana.
13) Quando vedi una persona che legge (ad esempio sui mezzi pubblici) ti metti immediatamente a sbirciare il titolo del suo libro?
Lo ammetto: non resisto è più forte di me.
14) Se tutti i libri del mondo dovessero essere distrutti e potessi salvarne uno soltanto quale sarebbe?
Aiuto! Non posso nemmeno immaginare una cosa del genere! Perché in testa mi scorrono una lunga carrellata di titoli… Il ritratto di Dorian Gray, Cime tempestore, Orgoglio e pregiudizio… ma se ogni lettore può portarsi solo un libro, immagino che questi titoli saranno già sulla scialuppa di salvataggio e potrei salvare un titolo meno classico, ma meritevole come il Caso Jane Eyre di Ffor o L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome della Basso.
15) Perché ti piace leggere? 
Brevemente, perché ci ho dedicato un post apposito: amo viaggiare con la mente, conoscere cose nuove, vivere le storie dei personaggi e leggere mi da carica.
16) Leggi libri in prestito (da amici o dalla biblioteca) o solo libri che possiedi?
Mi capita di leggere libri in prestito, ma per lo più li compro perché ho un’irrefrenabile desiderio di possedere il libro oggetto. E se mi capita di leggere un bel libro in prestito, lo acquisto perché deve entrare nella mia libreria.
17) Qual è il libro che non sei mai riuscito a finire?
Il pendolo di Foucault di Umberto Eco.
18) Hai mai comprato un libro solo perché aveva una bella copertina, e cosa ti attrae nella copertina di un libro?
Non mi vergogno ad ammetterlo!
19) C'è una casa editrice che ami particolarmente, e perché?
Nessuna in particolare.
20) Porti i libri dappertutto (ad esempio in spiaggia o sui mezzi pubblici) o li tieni "al sicuro" dentro casa?
Ovunque. Non potrei mai stare senza un libro. Però ne ho una cura maniacale e anche i libri che porto in spiaggia sembra che non siano mai usciti di casa.
21) Qual è il libro che ti hanno regalato che hai gradito maggiormente?
Ahimè me ne regalano davvero pochi, anche perché quando è successo erano libri che già avevo. Però serbo un bellissimo ricordo del primissimo libro che mi è stato regalato: una raccolta di favole di Richard Scarry. Credo sia il primo libro in assoluto che ho letto.
22) Come scegli un libro da regalare?
Penso prima di tutto alla persona che lo deve ricevere, i cui gusti di solito si scostano molto dai miei.
23) La tua libreria è ordinata secondo un criterio, o tieni i libri in ordine sparso?
I romanzi sono ordinati in ordine alfabetico per autore. Il resto è diviso a temi, storia con storia, geografia con geografia, scrittura con scrittura. In questo modo ne rimette un po’ l’estetica, ma per me i libri non sono oggetti d’arredamento.
24) Quando leggi un libro che ha delle note, le leggi o le salti?
Di solito le leggo, ma quando sono alla fine del volume (cosa che mi irritaparecchio) tendo a saltarle.
25) Leggi eventuali introduzioni, prefazioni e postfazioni dei libri o le salti?
Leggo tutto. A volte anche per rendermi conto che proprio potevano risparmiare carta…

E ora giro la palla a voi. Attendo di sapere che lettori siete!