Sono una scrittrice esordiente. Sin da giovanissima mi sono cimentata a scrivere racconti. Qui ho trovato uno spazio dove esprimermi, dove postare i miei racconti in attesa del vostro giudizio, ma anche un luogo dove parlare di libri o semplicemente per raccontarvi della mia esperienza come scrittrice; a volte mi permetterò anche di divagare, per fermare un’idea o un momento. Ad ogni modo sarà un luogo dove imparare a scrivere e dove esercitarmi: un taglia e cuci di parole, proprio come un atelier!

mercoledì 26 dicembre 2012

Giù dal ponte

I due uomini, dandosi di gomito, si girarono a guardare la ragazza che con difficoltà scendeva lungo il dirupo, annaspando sui tacchi. La giovane, terminata la discesa e ripresa stabilità sulle gambe, impassibile si avvicinò ai due e chiese: «Scusate, sapete dirmi dove posso trovare Luigi?»
«Rita!» Urlò un giovane con il giubbotto rifrangente color arancio. «Sono qui!»
Con un sorriso Rita si allontanò dai due uomini, che non avevano fatto in tempo a rispondere. Sinuosa si avvicinò spensierata a Luigi.
«È terribile come mi avevi detto?»
«Peggio...» Il ragazzo sembrava sconvolto. Si coprì il volto con entrambe le mani, in un gesto disperato.
«Mmm... Non sembra chissà ché! Lo sai che ho bisogno di una vera notizia, altrimenti non riuscirò mai a farmi assumere dal giornale!»
«Vieni con me e vedrai.» La ragazza esitò un attimo. Guardava il ponte sopra di sé. Il suo sguardo indagatore si soffermò sul guard-raill intatto.
«Mi hai parlato di un incidente... ma a parte tutti questi mezzi di soccorso non ce n’è traccia!» Rita stese il braccio e lo fece roteare in direzione dei lampeggianti che rischiaravano la notte.
«È meglio che tu veda con i tuoi occhi... È caduto dal ponte... più o meno.»
Rita estrasse dal giubbotto attillato un piccolo block-notes e una matita, posò gli occhi sul suo amico e solo allora si rese conto di quanto fosse pallido. Se non fosse stato per tutto quel trambusto, probabilmente avrebbe pensato ad una burla. In quel momento passò accanto a loro una barella trasportata da due infermieri del 118. Rita cercò di avvicinarsi, ma prontamente un agente la bloccò, mettendosi davanti come un paravento. Poté vedere solo un corpo esanime, coperto completamente da un lenzuolo bianco.
«Ma è...?» Non completò la domanda; Luigi annuì lievemente, il volto tirato.
«Allora, spiegami la dinamica dell’incidente.»
Luigi la prese per un braccio e la tirò verso il ponte. La giovane lo seguì con cautela. Non aveva l’abbigliamento più adatto per quel luogo. D’ora in avanti avrebbe tenuto un paio di scarpe più comode in macchina: le notizie arrivano quando meno te le aspetti, anche alla Vigilia di Natale.
«Il mezzo è volato giù dal ponte.» Disse Luigi e poi, con un filo di voce, aggiunse: «Letteralmente!»
«C’è un altro mezzo coinvolto?» Chiese con tono professionale la giovane giornalista.
«No.»
«Testimoni?»
«Nemmeno.»
«Ipotesi?»
«Forse un malore...»
«Bha! Mi ripeterò, ma non vedo questa gran notizia!» Puntualizzò Rita in tono accusatorio. L’amico non rispose e si fermò. Rita, instabile sui tacchi, fu felice di quella sosta: ora poteva soffermarsi a guardare i dettagli.
Alzò lo sguardo da terra e poté finalmente vedere il mezzo schiantato. Davanti a lei c’erano tavole di legno color verde ammassate in un grumo. Era una carrozza di legno. E davanti alla carrozza sfracellata c’erano i cavalli morti. No, non erano cavalli, notò Rita: «Ma quella...» stridette, «non può essere...»
«... la slitta di Babbo Natale!» Concluse la frase Luigi.

martedì 18 dicembre 2012

I personaggi, questi conosciuti


Una cosa molto importante da fare prima di iniziare a scrivere un racconto o un romanzo è quella di dare carattere e spessore ai vostri personaggi. Senza di essi, infatti, non c’è storia. Possono essercene uno, due o molteplici; ciò dipende dalla complessità della trama e dalla lunghezza della vicenda narrata.
Provate ora ad immaginare il vostro personaggio: visualizzatelo mentalmente. E ora provate a descrivere su carta quello che avete in mente. Non solo la parte fisica, ma anche il suo carattere, i suoi tic, le sue manie, il suo modo di parlare, ecc. Poi immaginate quale lavoro svolge, con che intensità lo fa, come interagisce con gli altri personaggi della storia. Anche in questo caso provate a metterlo su carta. Vi accorgere che non è così semplice. Però questo lavoro è fondamentale, perché ogni personaggio è differente uno dall’altro e se non lo avete chiaro voi, figuriamoci il lettore. Personalizzare minuziosamente i personaggi è fondamentale per rendere la storia più vera, ma anche più leggibile, meno noiosa. I personaggi sono il fulcro della storia. Più dettagli riuscite a vedere e a descrivere, maggior profondità avrà quel personaggio e più interessante sarà la storia, perché anche ogni singolo dettaglio può essere fondamentale per capire chi è, come mai si comporta così e perché si comporta in quel modo con gli altri personaggi.

mercoledì 5 dicembre 2012

LA LEGGENDA DELL’ALBERO DI NATALE


La sera della Vigilia di Natale in un villaggio di campagna, un ragazzino si recò nel bosco alla ricerca di un ceppo di quercia da bruciare nel camino, come voleva la tradizione, nella notte Santa.
Si attardò più del previsto e, sopraggiunta l’oscurità, non seppe ritrovare la strada per tornare a casa. Inoltre incominciò a cadere una fitta nevicata.
Il ragazzo si sentì assalire dall’angoscia e pensò a come, nei mesi precedenti, aveva atteso quel Natale, che forse non avrebbe potuto festeggiare.
Nel bosco, ormai spoglio di foglie, vide un albero ancora verdeggiante e si riparò dalla neve sotto di esso: era un abete.
Sopraffatto dalla grande stanchezza, e dal freddo, il piccolo si addormentò raggomitolandosi ai piedi del tronco. L’albero, intenerito, abbassò i suoi rami fino a far loro toccare il suolo in modo da formare un rifugio che proteggesse dalla neve e dal freddo il bambino.
La mattina si svegliò e sentì in lontananza le voci degli abitanti del villaggio che si erano messi alla sua ricerca e, uscito dal suo ricovero, poté con grande gioia riabbracciare i suoi genitori.
Solo allora tutti si accorsero del meraviglioso spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi: la neve caduta durante la notte, posandosi sui rami frondosi, aveva formato dei festoni, delle decorazioni e dei cristalli che, alla luce del sole che stava sorgendo, sembravano luci sfavillanti, di uno splendore incomparabile.
In ricordo del fatto, l’abete venne adottato a simbolo del natale e da allora in tutte le case viene addobbato ed illuminato, quasi per riprodurre lo spettacolo che gli abitanti del piccolo villaggio videro in quel lontano giorno.



Altri post di Natale:

giovedì 29 novembre 2012

IL PONTE GALLEGGIANTE – ORTICHE di Alice Munro


Due storie di donne. Due donne diverse. La prima porta sulle spalle il peso di una malattia terminale, la seconda il fallimento del suo matrimonio. Entrambe ritrovano un po’ di serenità da un incontro inatteso, con uno sconosciuto la prima, con un vecchio conoscente la seconda.
Due racconti intensi, anche se personalmente ho amato di più il secondo: più profondo, quasi un romanzo breve.

Ne hanno parlato anche:

martedì 20 novembre 2012

Le avventure di V. * - In biblioteca


Oggi V. è andata per la prima volta in biblioteca. Un progetto della scuola dell’infanzia, che educa i bambini sin dalla tenera età ad avvicinarsi ai libri. Era emozionatissima e non vedeva l’ora. Seduta in prima fila, sul tappeto, attentissima.
L’animatore seduto su uno sgabello: <<Buon giorno bambini. Io mi chiamo Simone!>>
E subito V. a squarciagola: <<Come il mio papà che si chiama Mauro!>>.


Ti è piaciuta questa storiella? Allora ti piaceranno anche le altre. Segui tutte le avventure di V.!

* Piccola Sbilf di quattro anni ancora da compiere.

lunedì 19 novembre 2012

IL MESTIERE DELLO SCRITTORE di John Gardner

Non c’è una ricetta valida per tutti, nessun metodo che possa essere seguito da chi ambisca a diventare scrittore, però chiunque abbia una vera, indomabile passione, che con costanza si dedichi a questo lavoro può aspirare a diventare uno scrittore discreto (e pubblicabile). È questo a grandi linee il messaggio di Gardner. Non è possibile a priori stabilire chi si affermerà come scrittore: c’è chi ha una dote innata, ma non la coltiva nel modo giusto e chi a un primo approccio non sembra possedere il minimo richiesto per poter scrivere decentemente, ma che alla fine, impegnandosi e sudando parecchio, migliora moltissimo raggiungendo ottimi risultati. Insomma c’è una speranza per ogni apprendista scrittore, a condizione che si rimbocchi le maniche.
In questo libro Gardner parla della sua esperienza di insegnante di scrittura creativa, senza nascondere nulla: evidenzia quali sono i pregi di questi corsi e quali possono esserne i limiti, soffermandosi anche a parlare degli errori dei propri colleghi. Una lettura stimolante, che consiglio ai miei colleghi aspiranti scrittori.

Ne hanno parlato anche:
@  Pennablu

domenica 4 novembre 2012

Librerie per tutti i gusti


Non solo amo scrivere, ma amo leggere e soprattutto amo il libro come oggetto. Finalmente ho una stanza libera, che tra poco adibirò a biblioteca personale: un  sogno che si avvera!
Per chi come me ha questo amore per il libro-oggetto e tutto quello che ne consegue, per chi sogna una libreria degna di un re, per i veri, grandi appassionati di libri, cliccate qui!

E siccome sono curiosa, mi piacerebbe sbirciare le vostre librerie, quelle di casa vostra.
Perché allora non mi mandate la foto della vostra libreria al mio indirizzo e-mail (angeliquegagliolo@hotmail.com), con una breve descrizione di voi stessi e il link del vostro blog, così potrò ospitarvi qui con la vostra personale biblioteca casalinga.



domenica 28 ottobre 2012

Scrive in ordine, di getto o a caso?


Sono ormai diversi anni che mi cimento a scrivere. Per lo più racconti; solo un paio dei quali un po’ più lunghi, da poter essere considerati romanzi brevi.
Il mio metodo è sempre stato quello di immaginare la storia, dall’inizio alla fine, schematizzandone mentalmente la trama. Prima di iniziare a scrivere devo avere in testa il mio racconto ben visualizzato, con un inizio, una fine e nel mezzo tutti gli anelli di congiunzione che collimano alla perfezione. Poi inizio a scrivere: dall’inizio alla fine, in ordine cronologico.
Da un po’ di tempo sto cercando di scrivere qualcosa di più lungo, il cui tema mi sta molto a cuore. La trama di base ce l’ho tutta in testa: l’inizio, gli anelli di congiunzione e il finale. Purtroppo, però, quando mi trovo davanti la pagina bianca qualcosa non funziona. Avrò scritto l’inizio una decina di volte, arenandomi subito nella fase successiva. Mi sono accorta, così, che questo mio metodo non può più funzionare. E allora ho provato a sperimentarne uno nuovo. Siccome ho tutta la vicenda in testa e so cosa succede prima, durante e dopo, mi sono detta che allora so anche cosa succede durante, prima e dopo. Insomma, perché scrivere in ordine? Perché non scrivere prima un avvenimento che succede al centro della storia, per la quale, magari mi sono venute in testa le parole giuste, le immagini più suggestive, l’ispirazione che aspettavo? Insomma, una specie di patchwork di parole.
Mi sono accorta che la cosa può funzionare: non mi fermo più alle prime due pagine, ma scrivo di più e con maggiore libertà. Poi, troverò ben il modo di unire tutti questi pezzi!
Voi che ne dite?

venerdì 19 ottobre 2012

Virilità


<<Metta pure il suo cane sul tavolo.>> Disse con tono piatto il veterinario mentre si lavava le mani al lavandino, sulla parete di fronte alla porta.
<<Mi dica, qual è il problema?>> Chiese voltandosi e guardando per la prima volta il paziente e il suo accompagnatore.
<<Be’… volevo fargli un controllo, per vedere se è tutto a posto…>>
<<Ma come si chiama questa bella bestiolina?>> A Matteo parve quasi che il veterinario si rivolgesse direttamente all’animale, quando nel pronunciare la domanda lo afferrò per il muso, come a pizzicare le guance rubiconde di un bambino paffuto.
<<Attila…>> Rispose con un filo di voce rauca.
<<Quanto tempo ha?>> Il dottore continuava ad accarezzare l’animale, girando attorno al tavolo e ammirandolo in ogni sua parte.
<<Non saprei… io ce l’ho da circa due mesi… L’ho trovato… ho cercato il suo padrone… Non aveva nemmeno il microchip, così me lo sono tenuto.>> Matteo era visibilmente nervoso. Si continuava a toccare i capelli e non riusciva a stare fermo sulle gambe, muovendosi avanti e indietro di un paio di passi.
<<Allora è la prima volta che lo fa visitare?>>
<<Certo che no!>> Rispose franco, per smentire il tono accusatorio del veterinario. <<L’ha già visitato il suo collega e abbiamo anche iniziato la profilassi delle vaccinazioni.>>
<<E allora mi dica: qual è il problema?>>
<<Nessuno! Cioè… voglio sono accertarmi che stia bene…>>
<<Per quel che posso vedere il suo cane è in piena forma. Se non mi dà delle indicazioni lei, non posso approfondire di più la visita.>>
<<Mi sembra un po’, diciamo, tranquillo…>>
<<Cosa intende per tranquillo?>>
Matteo diventò paonazzo.
<<Be’, vede… Non interagisce con altri cani…>>
<<Guardi, gli animali sono come noi: alcuni più socievoli e altri un po’ più riservati.>> Rispose pronto il veterinario continuando ad accarezzare l’animale e rivolgendosi direttamente a lui: <<Sei un timidone?>>
<<Mi capisca… non guarda nemmeno quelli dell’altro sesso! Insomma, non vorrei sia.. be’ ha capito.>> Continuò Matteo paonazzo in volto.
<<Ah! Capisco, capisco.>> Il tono dell’uomo era quasi canzonatorio; fece alzare il cane, lo guardò dietro e gli passò una mano sotto la pancia. Poi con un sorrisetto disse: <<Congratulazioni! Il suo cane è incinta!>>.

mercoledì 3 ottobre 2012

IL COLLOQUIO DI LAVORO


Bernardo fu introdotto dalla padrona di casa nell’ufficio del marito, collocato subito a destra dell’atrio della grande casa.
Non era impressionato dal lusso e dall’austerità dei proprietari, ci aveva già convissuto per vent’anni, sin da ragazzino; era abituato a trattare con persone di quel tipo. Il suo nervosismo nasceva da come si era concluso il suo ultimo rapporto di lavoro. Il suo padrone era stato barbaramente ucciso e per un primo periodo la Polizia lo aveva sospettato. Era stato parecchio tempo bersaglio dei giornalisti e per lungo tempo non aveva nemmeno potuto cercare lavoro. Poi, per fortuna le accuse erano completamente cadute ed era stato trovato un altro capro espiatorio, il nipote dell’uomo, che era risultato senza alcun dubbio il vero colpevole. Per rifarsi una vita aveva cambiato città, ma aveva deciso che avrebbe continuato a fare il maggiordomo per una ricca famiglia. Era quella l’unica cosa che sapeva fare e non voleva perdere vent’anni di esperienza, trovandosi a fare un lavoretto sottopagato, che chiunque poteva fare al posto suo. Lui era un professionista e si meritava di proseguire in quella che dopotutto era stata la sua unica vocazione.
<<Buongiorno. Si accomodi.>> Gli disse con tono secco e deciso il padrone di casa, indicandogli la sedia davanti alla scrivania
<<Ho letto il suo curriculum e mi sembra la persona indicata per il posto da ricoprire. Vorrei solo farle un paio di domande, prima.>> Il signore seduto dall’altro lato del tavolo non alzò nemmeno la testa dai fogli che stava consultando.
Bernardo rispose con un cenno della testa.
<<Noi cerchiamo una persona discreta, che sappia intuire le nostre esigenze, ma che in alcun modo ci giudichi e parli delle nostre faccende personali, soprattutto con persone esterne alla famiglia. Mi auguro che lei sia una persona discreta!>> Puntualizzò l’uomo alzando la testa e guardando Bernardo per la prima volta.
<<Completamente. Sono un professionista. Come ha potuto vedere dal mio curriculum sono vent’anni che faccio il maggiordomo e so qual è il mio posto. Quando avrò passato alcuni giorni in questa famiglia saprà intuire le esigenze di ciascuno.>> Rispose, impassibile, mantenendo una postura ben dritta sulla sedia.
<<Perfetto, mi auguro sia così. Qui non tolleriamo nessun tipo di violazione della nostra privacy. E’ fondamentale.>> Il tono del signore non ammetteva nessuna replica. <<Sembra, da quello che ha scritto qui, che lei non abbia mai vissuto a Genova prima?>>
<<E’ così. Mi sono trasferito da poco. Volevo cambiare città.>> Rispose, tralasciando apposta il motivo del trasferimento.
<<Ha un’aria familiare… Bha! Dopotutto voi maggiordomi vi assomigliate tutti. Sarà quel vestito anonimo… Bene, ora veniamo al dettaglio: mia moglie ha due barboncini francesi… molto viziati tra l’altro… Ci sono problemi?>>
<<Assolutamente no. Li considererò parte della famiglia, signore.>>
<<Ha famiglia?>>
<<No.>>
<<Bene, potrà alloggiare nella dependance, come il precedente maggiordomo. Veniamo alla giornata libera: può scegliere quella che preferisce ad eccezione del mercoledì, solitamente dedicata alla mie cene di lavoro e del sabato: mia moglie ci tiene ad invitare spesso amici…>> proseguì l’uomo, sistemandosi il nodo della cravatta, quasi ad indicare la contrarietà verso quest’ultima frase.
<<Potrebbe benissimo essere il lunedì…>> Accennò Bernardo.
<<Meglio di no: il lunedì incomincia la settimana lavorativa… Non potremmo reggere il peso della casa da soli. Le può andare bene il martedì?>>
<<Certo.>> Accennò un sorriso; era abituato a questo tipo di atteggiamento: “ti faccio credere di decidere tu, ma alla fine devi fare quello che dico io”.
<<Mmm…>> Meditò un attimo il padrone di casa. <<Lei ha davvero un’aria familiare… ma qui non leggo nomi di famiglie che frequentiamo… E’ sicuro di aver riportato tutte le sue esperienze lavorative?>>
<<Tutte!>> Bernardo si sentiva come seduto sulle spine.
<<Quando può iniziare? Avremmo una certa urgenza di ricoprire il posto. Per noi è un inferno non avere un maggiordomo… Lei sembra il candidato giusto.>>
<<Anche subito, signore.>>
<<Magnifico! Può già cominciare domani mattina, dalla colazione! Alle…>> Nel pronunciare tali parole entusiaste l’uomo riprese in mano il curriculum dell’aspirante maggiordomo e ricominciò a sfogliarlo, leggendo ad alta voce: << La contessa De Pariolo, Roma; Il Conte Usolini, Roma ed infine il dott. Marchi, Roma…>>
Un pausa di silenzio e poi:
<<Ma certo il dott. Marchi!>> Sobbalzò sulla sedia l’uomo. <<Il dott. Marchi è stato da assassinato. E’ stato su tutti i giornali! Lo ha ucciso il suo magg…>> Si interruppe, bruscamente. Con voce tremante si rivolse a Bernardo, porgendogli i fogli del curriculum vitae, ma con gli occhi rivolti verso il basso: <<Bene, le faremo sapere… Vaglierò con attenzione la sua ottima, ehm, esperienza… Ho ancora alcuni, ehm, candidati da valutare… Le farò sapere. Non si disturbi, ehm, a chiamare… lo farò io…>> Gli disse spingendolo letteralmente verso l’uscita di casa.

giovedì 13 settembre 2012

Libri usurati


E' sempre meglio un libro sfasciato per amore che intonso per indifferenza

Lia Celi da "Salvate quel libro 'sfasciato' per amore" su Insieme - Settembre 2012

venerdì 7 settembre 2012

LA GIADA CINESE di Raymond Chandler


Non posso dire che questo racconto mi sia piaciuto, perché il genere detective alcolizzato che le busca sempre, proprio non mi piace. Ma ho voluto provare a leggere qualcosa di Chandler, di cui non avevo mai letto nulla prima d’ora. Ho avuto l’occasione di acquistare questo volumetto con il Corriere della Sera e mi sono detta: perché no? Dopotutto mi piace esplorare nuovi autori e sono sempre alla ricerca di qualche lettura piacevole (per non dire lettura di qualità).
Sinceramente non è stata proprio una lettura spiacevole. Il modo di narrare di Chandler mi ha colpito molto. Mi sono piaciute molto le metafore e le similitudine, sparse un po’ per tutta la narrazione, decisamente insolite ed originali e molto belle sono anche le descrizioni; ecco alcuni esempi pescati a caso:
Testardi come bambini disobbedienti, pendevano e s’aggrappavano miriadi di fiori disparati
I soliti eroi da strapazzo al bar che chinano le corna non appena messo piede a casa
Portava […] un cappello nero che costava certo venti dollari […] e con una forma tale che pareva fatto alla svelta, con una mano sola, da un foglio di carta assorbente
Peccato per il genere letterario…
Non escludo di non leggere altro di questo autore, anzi, ma la prossima volta sceglierò il libro con più accuratezza, trovando una trama più consona ai miei gusti.

martedì 4 settembre 2012

DI GUARDIA IN POLVERIERA


<<Non dire cazzate!>> Sbottò.
<<Scusa. Decisamente stasera sei stralunato amico!>>
Ricevetti un grugnito in risposta.
Mi fece cenno con la testa di avanzare.
<<Non sai cosa mi è successo…>>
<<Cos’è? Ti sei fatto beccare dal Sergente a dormire durante la guardia?>> Scherzai.
Mi fulminò con gli occhi. Il suo pallore non si attenuava, anzi, se possibile, il suo viso diventava sempre più color cenere.
<<Qualunque cosa ti sia successa questa sera, non ti ha fatto per niente bene: hai un bruttissimo aspetto!>>
<<Vorrei vedere te al mio posto!>> Si lagnò. <<Vieni.>>
Lo seguii su per l’altana. Aveva le spalle basse, le ginocchia piegate e il passo trascinato.
Si fermò e mi indicò un punto nella campagna circostante: <<Guarda. Lo vedi quel fagotto in mezzo al campo?>>
<<Dove? Non vedo niente…>>
<<Guarda attentamente. Segui la linea del mio dito.>>
<<Mmm… forse... Ma cosa dovrei vedere?>>
<<Laggiù c’è un uomo morto! Gli hanno sparato davanti ai miei occhi!>> Mi disse in tono greve, da attore tragico.
Non potei trattenere una forte risata.
<<Ma cosa ti sei sparato stasera?>>
<<Sst! Sta zitto coglione!>> Mi zittì. <<Non sono fatto! E’ arrivata una machina, sono scesi in tre. Li ho sentiti discutere animatamente, ma non capivo cosa si dicessero. Poi ho sentito uno sparo e uno dei tre si è accasciato… ed è ancora lì! Lo vedi? Gli altri due sono risaliti in macchina e sono scappati.>>
Il suo respiro si era fatto affannoso e sembrava veramente turbato.
Mi sforzai di vedere il corpo nella notte illuminata solo dalle stelle.
Nel punto che mi aveva indicato notai effettivamente una macchia scura, ma poteva essere qualsiasi cosa: un gioco d’ombre, un sacchetto di plastica trascinato dal vento o solo la mia immaginazione, suggestionata dal racconto di Ferretti.
<<Cosa facciamo ora?>> Mi chiese, sedendosi a terra e afferrandosi la testa tra le mani tremanti. Era sconvolto.
<<Dovresti parlarne al Sergente…>>
<<Hai ragione!>> si alzò come riconquistato da nuova energia.
Lo guardai scendere dall’altana e quando la sua sagoma nera nell’oscurità raggiunse il cancello della Zona Attiva, mi concentrai sulla macchia scura in mezzo al campo.
Era noto a tutti noi soldati che l’area attorno alla polveriera era frequentata di notte da spacciatori e rispettivi clienti.
Chiunque aveva montato la guardia di notte aveva assistito all’arrivo di una macchina con i fari spenti e il motore al minimo, seguita poco dopo o da un’altra macchina o da un mezzo a due ruote. I guidatori scendevano dai rispettivi mezzi e dopo pochi minuti risalivano e ripartivano, silenziosi come al loro arrivo. Un commercio illegale, ma tranquillo.
Ma un omicidio era un’altra cosa.
Ero perso nei miei pensieri, quando scorsi una macchina in avvicinamento e, ovviamente, con i fari spenti.
Non volevo perdermi la scena: se davvero lì in mezzo c’era un cadavere, ne avrei avuto conferma.
L’automobile si fermò vicino alla macchia scura e ne scesero due sagome. Si avvicinarono al presunto cadavere, si chinarono e raccolsero il fagotto.
Fino all’ultimo avevo sperato che Ferretti si fosse sbagliato o che avesse avuto un’allucinazione. Ma quella era la conferma che lì in mezzo al campo era stato commesso un omicidio e che Ferretti aveva assistito a quella scena tremenda.
I due estranei caricarono a fatica il corpo nel cofano della macchina e ripartirono.
Cristo! Si stavano portando via il cadavere e con esso ogni prova.
La guardia notturna era sempre interminabile, ma quella notte sembrava che il tempo si fosse fermato del tutto. Guardai l’orologio: erano passati solo cinque minuti da quando Ferretti era andato ad avvertire il Sergente, ma sembravano passate delle ore.
Ferretti, accompagnato come previsto dal Sergente, ricomparve davanti al cancello dopo una mezz’ora.
Li osservai salire lungo il sentiero e prontamente urlai: <<Alt! Chi va là!>>
<<Sono Ferretti.>> Mi rispose prontamente il mio commilitone.
<<Allora soldato, cosa sta succedendo qui?>> Mi urlò in faccia il Sergente, mentre prontamente mi mettevo sull’attenti.
<<Signore, hanno portato via il cadavere…>> Cercai di nascondere la mia agitazione.
<<Soldato Ferretti e soldato Trebboni non mi piace essere preso per il culo!>>
<<Signore, confermo di aver visto sparare a un uomo…>> Lo interruppe Ferretti.
<<Silenzio soldato! Dov’è ora il corpo?>>
<<Lo hanno portato via, signore.>>
<<Mi volete far credere che prima c’è stato un omicidio con l’abbandono del corpo e solo in un secondo tempo c’è stato l’occultamento delle prove?>>
<<Sissignore.>> Rispondemmo all’unisono, ciascuno testimone di una parte del delitto.
<<Silenzio! Non tollererò oltre le vostre burla! Voi due siete famosi per la mancanza di disciplina. Due giorni di consegna a testa!>>
<<Ma signore…>> Provò a giustificare Ferretti.
<<Quattro giorni di consegna!>> Sbottò il Sergente. I suoi occhi erano spalancati e iniettati di sangue. Era noto a tutto il reggimento che detestava l’indisciplina ed essere svegliato, e non necessariamente in questo ordine. Ci aveva sempre detto di non intrometterci con le vicende dei cittadini privati e di far finta di non vedere gli scambi che avvenivano nei campi fuori dal recinto, ma mai avrei pensato che ci rendesse complici in un omicidio.
Il Sergente se ne andò senza aggiungere altro.
Ferretti pallido e rassegnato lo seguì, con passo lento e stanco.
Io rimasi lì di guardia per l’intera notte, per una volta senza dover faticare per rimanere sveglio. Ero sconvolto e mi immaginavo in quale stato d’animo versasse Ferretti.
Non rividi più Ferretti. Alcuni giorni dopo quell’episodio, seppi che fu ricoverato all’ospedale militare, in preda ad allucinazioni dovute ad una febbre altissima.
Anch’io rischiai di ammalarmi, sentendomi complice per un omicidio. Quella vicenda mi aveva segnato e il mio morale ne aveva risentito: trascorsi gli ultimi mesi del servizio militare in silenzio, cercando di apparire trasparente agli occhi di superiori e commilitoni. Volevo solo allontanarmi da quale luogo il prima possibile e cercare di scodarmi quella terribile notte.

domenica 19 agosto 2012

Giochino: che libro stai leggendo?


È estate, siamo tutti o quasi in vacanza o almeno ne respiriamo l’aria; siamo un po’ scazzati e molto probabilmente abbiamo tutti un libro in mano. Ecco, voglio stilare una classifica, così tanto per giocare, ma non buttare via del tutto il tempo: che libro state leggendo in questi giorni?
Attendo con fervore le vostre risposte!

martedì 7 agosto 2012

Come trovare il nome ai vostri personaggi


Il metodo più veloce è sicuramente mettere ai vostri protagonisti il primo nome che salta in mente, magari avendo bene in testa le caratteristiche del personaggio. Certi nomi portano il carattere di una persona con sé: nomen homen, dicevano gli antichi. Vi è mai capitato di associare un determinato carattere ad una persona, magari perché quel nome vi ricorda qualcuno conosciuto veramente? Ecco, avete capito di cosa parlo. Personalmente, mi è capitato di sentire un nome o un cognome che mi ha colpito particolarmente, per cui me lo sono appuntato e ne ho creato le caratteristiche principali, in attesa di trovargli una storia.
Un altro metodo è quello ci aprire l’elenco telefonico e scorre i nomi con il dito. Questo metodo si addice molto se si sceglie di ambientare il proprio racconto o romanzo in un luogo reale e circoscritto. Si individuano così i cognomi locali e si rende la storia più reale. Il rischio è cadere in qualche omonimia e crearsi qualche imbarazzo o dissapore dando il nome di qualcuno a un personaggio fantastico. Per ovviare a questo inconveniente si  potrebbe prendere un cognome noto e cambiargli solo una lettera. Anche se non sempre il trucchetto funziona. Bisogna evitare il più possibile di prendere dall’elenco l’accoppiate cognome-nome. Meglio sceglierne uno (di solito il cognome, visto che è il più difficile) e aggiungerci l’altro scegliendo tra quelli che non compaiono nell’elenco.
Si possono, infine, creare dei simpatici giochino. Perché, per esempio non dare per cognome a tutti i personaggi della storia il nome di un animale o di un alimento? Questo metodo va bene soprattutto per le storie comico-ironiche o per racconti simpatici.
Insomma con un po’ di immaginazione e fermandosi a pensarci un attimino si trova facilmente la soluzione giusta.
Un’ultima raccomandazione: evitiamo nomi o cognomi di persone che frequentiamo abitualmente, qualcuno potrebbe offendersi per essere stato “citato”, altri per non esserlo stato (esperienza provata sulla pelle, anche se la scelta era stata involontaria).

Per approfondire:

mercoledì 1 agosto 2012

C’É DEL MARCIO di Jasper Fford



Ho amato tutti i libri di Fford e questo non fa eccezione, anche se è decisamente il meno bello dei quattro. Forse per il fatto che sembra l’ultimo capitolo saga e dà l’impressione di voler rincorrere tutte le questioni rimaste aperte nelle precedenti puntate (anche se in realtà si vocifera che ci sia un quinto volume in fase di traduzione). Mi piacciono molto i romanzi di Fford, perché ti prendono per mano e ti accompagnano in un mondo parallelo fatto di libri e letteratura, di personaggi immaginari e protagonisti di libri famosi che interagiscono con persone reali.
Continuano per la quarta volta le avventure della detective letterari Thusday Next, che stufa di vagare per i libri come leader di Giurisfiction decide di tornare a Swindon, sua città natale e reale. Ma si trova in una realtà molto diversa da quella lasciata due anni prima: la multinazionale Goliath Corporation aspira a diventare una religione, capace di plasmare la mente delle persone; un potente politico, uscito da un libro non molto noto, cerca di proclamarsi dittatore, intraprendendo una campagna contro la Danimarca e i danesi; per salvare il mondo dovrà far vincere la locale, e scarsa, squadra di crochet; Amleto e altri personaggi letterari si sono piazzati in casa di sua madre e non vogliono andarsene; qualcuno cerca di ucciderla e dal punto di vista privato deve crescere da sola un figlio di due anni che parla solo in Lorem Ipsum (un finto latino usato dai tipografi), mentre cerca di farsi ridare il marito,  “sradicato” per errore dalla CronoGuardia. E molte altre cose.

Ne hanno parlato anche:

lunedì 23 luglio 2012

Come sto passando il tempo


Siccome da molto tempo non posto qualcosa, i miei affezionati lettori (!) si staranno chiedendo che fine ho fatto. Così, per i più curiosi, vi informo con quali attività mi sto cimentando in questo momento, tralasciando, ovviamente, le cose prettamente private.
Per prima cosa ho ripreso in mano il romanzo sul terremoto; anche se a dire il vero più che ripreso in mano ho ricominciato tutto daccapo, perché totalmente insoddisfatta di quello che avevo scritto fin’ora. Non lo so se lo finirò mai, ma è un progetto che ho sempre in testa e che quindi deve in qualche modo sfogarsi su carta.
Poi, sono completamente presa dal concorso indetto da Laura CostantiCronache dalla fine del mondo 21/12/2012", per il quale ho partecipato con un racconto che non ha passato nemmeno la prima selezione. Si è però creato un gruppo su FB molto interessante di scrittori, o aspiranti tali come me, che leggono e discutono i racconti partecipanti. Anche se mi porta via molto del mio tempo libero, sono molto entusiasta di questa attività, perché leggendo racconti e commenti e confrontandomi con altri colleghi (anche se nei confronti di alcuni è un termine molto presuntuoso da parte mia) sto imparando davvero molto.
Infine sto cercando idee per partecipare all’ “Olimpiade: giveaway perscrittori!”, organizzato da Romina Tamerici sul suo blog. La trovo un’ottima palestra di allenamento e spero poter trovare un gruppo di partecipanti attivo come quello di cui ho parlato al punto precedente.
E la cosa più importante: leggo! Ve ne parlerò presto!

giovedì 5 luglio 2012

E-book on line


Post veloce: il mio e-book è di nuovo disponibile (click qui).


Scaricate, leggete, condividete e commentate!

mercoledì 4 luglio 2012

Sogno ad occhi aperti


A volte mi piacerebbe che qualcuno di grande, un nome famoso e altisonante, passasse di qua, leggesse quello che ho scritto e mi dicesse sinceramente e spietatamente quello che ne pensa. Certo questo succede solo nei sogni, ed infatti il post si intitola non a caso “sogno ad occhi aperti”. Credo che questi personaggi, se esplorano il web cerchino qualcosa di valido, interessante, che gli dia uno spunto di riflessione su un dato tema, non di certo alla ricerca di qualche scribacchino che si illude di poter, un giorno, affermarsi come scrittore. Ma provate ad immaginare. Pinco Pallo passa di qui, per un’inspiegabile ragione, legge e decide che non può trattenersi e comincia a criticare frase per frase quello che hai scritto. La prima reazione sicuramente sarebbe di sconforto: mi sentirei smontata io, personalmente, pezzo per pezzo. Ma poi prenderei i commenti e cercherei di analizzare, chiedendomi se si tratta proprio di miei limiti invalicabili o se in qualche modo posso porvi rimedio e imparare. Poi, intavolerei un discorso costruttivo direttamente con Pinco Pallo… e si va be’ ora non esageriamo! 

martedì 3 luglio 2012

CAHIER DE VOYAGE


Domenica mattina sono partita per una breve vacanza (una settimana) al mare con la mia bella famiglia. Noi non siamo la classica famiglia tutto mare e riposo, anzi, questi se mai sono i tappabuchi delle nostre ferie. O almeno era così fino all’anno scorso, perché non avevamo fatto i conti con i ritmi della più piccola. E così non potrò dar corso al mio progetto di creare un piccolo cahier de voyage di questa piccola vacanza.
Per questa volta, quindi, mi limiterò alla teoria.
Il “cahier de voyage” non è altro che un diario di viaggio, che ferma sulla carta esperienze ed emozioni di un dato viaggio; i più affascinanti sono quelli esotici, ma per uno scrittore sicuramente scriverne uno su una meta più anonima rappresenta sicuramente una bella sfida. Spesso questi diari sono dei semplici quaderni, magari trattenuti da un elastico e arricchita da disegni, fotografie, tickets e quanto può aiutare a creare il ricordo dei luighi visitati. Non è detto che il cahier debba essere pubblicato: trattandosi di un diario, chi lo scrive può metterci molte cose personali e ritenerlo troppo intimo per farlo leggere a qualcun altro, ma sicuramente sarà un piacere ritrovarlo e rileggerlo dopo parecchi anni.  Il cahier de voyage non è certo una guida turistica, anzi, quanto più si discosta da questa, tanto più diventa affascinante, sia che si decida di tenerlo privato sia, e soprattutto, se si decide di pubblicarlo. Di guide turistiche ce n’è a bizzeffe, mentre racconti di viaggi divertenti, tragi-comici, drammatici o insoliti non ce ne sono molti, e comunque mai abbastanza se sono davvero originali.
Il mio sogno è quello di scrivere un cahier de voyage sulla Carnia, perché in fondo può essere un viaggio anche il luogo dove si vive: in fondo basta un quaderno, una matita e due occhi aperti!
Buon viaggio!

Per approfondire questo articolo:

giovedì 21 giugno 2012

MANUALETTO PRATICO A USO DELLO SCRITTORE IGNORANTE di Filippo Tuena

Ho letto questo libro parecchi mesi fa e poi, siccome sul momento non riuscivo a stenderne la recensione, l'ho lasciato decantare. Il tempo, però, non mi ha aiutato molto. La lettura non è stata affatto sgradevole, ma sinceramente non mi ha lasciato molto. Il volumetto è scritto bene, ma in modo piuttosto piatto, senza dare particolari emozioni... Credo che lo scopo dell'autore fosse di creare una piccola guida comica, rivolta ad aspiranti scrittori e non, ma personalmente non mi procurato ilarità alcuna.
Non posso quindi parlare né bene né male di questo libricino, del quale potevo anche fare a meno.

giovedì 14 giugno 2012

CON IL VESTITO DI TAFFETTÀ ROSSO

Ho speso una vera e propria fortuna per questo abito, ma ne è valsa veramente la pena. Mi sta veramente d’incanto: cade alla perfezione e non potrei sentirmi più sicura di me. Sento la stoffa di taffettà rossa che mi scivola dolcemente addosso. In questi due ultimi giorni devo anche essere dimagrita un pochino, perché la gonna non mi stringe nemmeno un po’ sui fianchi, come quando l’ho provato al negozio. Anche la parrucchiera ha fatto un buon lavoro. Un’acconciatura semplice ed elegante, non troppo sfarzosa ma nemmeno “da ogni giorno”. Mi sento proprio bene. E sento addosso gli sguardi ammirati di tutti i presenti. Uomini e donne. Anzi, sono sicura che le donne, invidiose, staranno cercando il minimo difetto; ma non lo troveranno: sono assolutamente perfetta. Sono gasatissima. Le mani sono ben ferme e il cestino che sto portando sull’altare è ben saldo: non può assolutamente cadere. Sono felice che Riccardo mi abbia scelto come madrina per la sua comunione. Gli voglio un gran bene. Se penso a come ero agitata quando Don Ottavio ci illustrato la cerimonia… Mi spaventava l’idea di avere tutti gli occhi addosso e credevo di sentirmi goffa e impacciata. E invece eccomi qui al top!
Ecco fatto. Cestino consegnato. Adagiato dolcemente sull’altare. Ora torno al mio posto tranquilla. Anche ora sento gli sguardi ammirati del pubblico.
<<Psst!>> Mi bisbiglia Loretta mentre mi accomodo vicino a lei. <<Girati un secondino, che ti chiudo la gonna… Hai attraversato la navata con le mutande in mostra!>> Prosegue con un sorriso divertito.

giovedì 24 maggio 2012

Le avventure di V.* – Piccoli gattini delicati


S. è una vicina di casa premurosa e paziente, il cui principale pregio è quello di “saperci fare con i bambini”. E anche V. ne è attratta e spesso chiede di poter passare a farle visita. Figuriamo con l’arrivo di due teneri gattini batuffolosi!
E finalmente arriva il giorno in cui è permesso prenderli in braccio. S. ne raccoglie uno dalla cesta e lo appoggia tra le mani aperte di una V. estasiata.
<<Mi raccomando stai attenta, che sono delicati…>> Le raccomanda S.
Ma la piccola V. non si lascia scoraggiare e pronta risponde: <<Lo so. Sono delicati come la mia R.>>, riferendosi alla sorellina di pochi mesi.
  
 *Piccola Sbilf di 3 anni e mezzo


Se ti è piaciuto questo racconto, ti piaceranno anche gli altri: clicca qui per leggere altri racconti de "Le avventure di V."

martedì 15 maggio 2012

IL BALCONE SULL'ORTO


Era l’ora. Giuseppe si preparò per il suo appuntamento quotidiano. Si infilò il cardigan, che lasciò aperto, prese la sedia con la mano destra e appoggiandosi sul bastone, che teneva in quella sinistra, si avviò con passo lento e pesante verso la terrazza. Ogni giorno a quell'ora poteva godersi il suo spettacolo preferito. La giovane e bionda badante del suo vicino di casa, ridotto a letto da una penosa malattia, si recava nell’orto per estirpare erbacce e raccogliere la verdura matura. A dire il vero la badante non era poi così giovane, aveva sicuramente passato la quarantina, ma in confronto a lui la signora lo era davvero. Né l’età aveva rovinato il suo aspetto: lunghi capelli biondi raccolti a coda, frangia sul volto tondo e quasi privo di rughe, un bel corpo formoso; il tutto sottolineato da una abbigliamento comodo, ma attillato e da una costante scollatura, che lasciavano vedere gran parte del seno agli occhi disabituati di Giuseppe.
Quel giorno la giovane signora, complice il caldo di luglio, portava un’abbondante canotta rossa, sopra dei pantaloncini corti neri. Giuseppe si sedette sulla sua sedia e, con le mani appoggiate al suo inseparabile bastone, si mise a guardare in direzione di quell’orto curato. Niente lo distraeva: occhi e pensieri erano concentrati su quella visione, immaginando di poter vedere di più, come gli riusciva da giovane, quando era ancora in forze.
La badante, della quale ignorava il nome, lavorava con vigore, togliendo erbacce e spostando la terra. Si piegava avanti, si rialzava, si sporgeva verso il secchio, si ripiegava, evidenziando a turno la scollatura e la rotondità del fondoschiena. Giuseppe non si perdeva un movimento.
Ed improvvisamente una spallina della canotta scivolò di lato scoprendo un seno privo di reggiseno. Per un attimo il vecchio rimase inebetito, quasi non capisse cosa stesse succedendo, poi si concentrò sullo spettacolo. Quanto tempo era passato da quando una donna si era scoperta l’ultima volta davanti ai suoi occhi? Nemmeno se lo ricordava.
La donna, forse credendo di non essere vista o forse indifferente nell’esserlo, si sistemò con molta calma, prolungando il piacere del vecchio guardone.
Giuseppe rimase lì seduto ancora un paio di minuti e poi si alzò e rientrò lentamente in casa, lasciando la sedia sulla terrazza. Il sorriso quasi privo di denti che gli aveva addolcito il viso rugoso, aveva lasciato posto ad una lieve rassegnazione. Da quel giorno il suo appuntamento quotidiano non avrebbe avuto più lo stesso sapore.

giovedì 10 maggio 2012

DANZA NOTTURNA


Giovanna si infilò nel letto, stanca ed affaticata dopo un’intera giornata passata a pulire e sistemare quella che era diventata la sua nuova casa. Ce n’era di lavoro da fare per renderla accogliente e per sentirsela sua. Non riuscendo a dormire, decise di leggere un po’ alla luce fioca dell’abat-jour. Si sentiva inquieta, ma forse era il fatto di trovarsi lì da sola, per la prima volta. Aveva già soggiornato in quella casa, che era appartenuta ai suoi nonni materni e che ora sua mamma le aveva prestato, avendo trovato lavoro lì vicino. Aveva passato lì interi fine settimana a far compagnia alla nonna quando era rimasta vedova, poi con i genitori quando quella era diventata “la casa di montagna” ed infine con gli amici per passare qualche notte spensierata con un bicchiere in mano.
Attorno tutto era silenzio. Non si capacitava di non sentire nulla: non una macchina, non uno schiamazzo, non un vicino che urlasse o che tenesse il volume della televisione troppo alto.
Silenzio. Solo quello.
Cercò di concentrarsi sul libro, sperando di trovare sonno. Ma non ci riusciva, tendeva l’orecchio alla ricerca di qualche suono.
Ed improvvisamente le sembrò di sentire, lontano, in sordina, una specie di risata maligna, una voce acuta. Ma forse si era sbagliata. Un brivido le percorse la schiena e subito le si rizzarono i peli delle braccia. Tornò a concentrarsi sul libro: si era sicuramente sbaglia.
Hi-hi-hi! Sentì di nuovo. Sembrava provenire dal corridoio. Con un brivido si alzò e, afferrando la maglia dalla sedia, si avviò verso la porta della camera, dove accese la luce, prima di aprire la porta e urlare: - C’è nessuno?
Silenzio.

- C’è qualcuno? - Ripeté con la voce roca.
Silenzio.
Allora con una balzo fu di nuovo nel letto. Agitata ed infreddolita.
Hi-hi-hi!
Quella risata quasi le rimbombava nella testa. Non era sicura di sentirla veramente o se semplicemente la stava immaginando, ma era terrificante.
Avvolgendosi la maglia attorno al corpo, si fece coraggio, ridiscese dal letto e quasi correndo uscì nel corridoio. 
Silenzio.
E poi, d’improvviso un bagliore e un fruscio.
Cos’era? Un animale? Ripassò con la mente gli ultimi attimi prima di coricarsi. Ne era certa, aveva chiuso tutte le porte e le finestre che davano all’esterno. Forse era entrato un gatto senza che se ne fosse accorta. Così provò a chiamare l’intruso: - Micio, vieni qui! Micio, micio! - E man mano che avanzava per le stanze accendeva la luce.
Niente. Non un rumore, non una presenza. Eppure si sentiva accapponare la pelle. Tornò a letto, spegnendo tutte le luci e chiudendo le porte interne ad una ad una. Spense anche la luce dell’abat-jour e si coprì con le coperte fin sopra la testa. Si sforzava di non pensarci. Sicuramente si era immaginata tutto. Ma quella risata maligna le era parsa così vera…
Hi-hi-hi!
Di nuovo.
Balzò a sedere.
In un attimo le si gelò il sangue, sentì un tonfo al cuore e le si seccò la gola: due occhietti verdi la fissavano. Allungò piano piano la mano tremolante verso l’interruttore dell’abat-jour, senza distogliere gli occhi da quei due faretti verdi. 
In un batter di ciglia la creatura era sparita, ma le era bastato un secondo per imprimersi quell’immagine nella mente: una strana piccola creatura verdognola e raggrinzita, con le orecchie a punta e il naso adunco, con i piedi palmati, vestita di stracci rossi, e per cappello una corolla di campanula. 
Ne era certa, quello che aveva appena visto era uno Sbilf: una specie di folletto dispettoso che vive in Carnia. Sua nonna gliene parlava sempre quando era piccola, raccontandole che erano delle creature magiche, che potevano cambiare morfologia, che amavano fare dispetti alla gente e che adoravano ballare e suonare, ma non amavano in nessun modo farsi vedere dagli umani, avvertendola di stare attenta a non farli arrabbiare perché potevano diventare molto pericolosi. Allora credeva fossero storielle inventante per non farla allontanare da sola nel bosco. 
Quindi, se lasciava la luce accesa lo Sbilf se ne sarebbe rimasto lontano per non farsi vedere e non le sarebbe successo niente. Magari aveva occupato la casa della nonna ritenendola disabitata e lo aveva spiazzato lei stessa, andandoci a vivere. Rasserenata da questi pensieri e con la luce dell’abat-jour accesa si addormentò, come cullata da una dolce ninna nanna.


Mentre Giovanna si cullava nel sonno, passò a pochi passi dalla casa Ilva, di rientro presso la sua abitazione dopo aver passato la serata da Adelina a sgranare fagioli secchi. Questa era un’antica abitudine delle donne carniche, che per alleviare le fatiche della vita quotidiana, si ritrovavano la sera presso il focolare di una di loro e tutte insieme compievano quel lavoro, chiacchierando spensieratamente; così quel compito diventava un piacere e a turno passavano da una casa all’altra fino a che tutte le famiglie non vevano i propri fagioli pronti al consumo.
Ilva, notando la luce diffusa per tutta la casa, un tempo abitata dalla sua amica, deviò leggermente dal sentiero, per appagare la sua innata curiosità. Sentì da lontano una dolce musica melodiosa e, intravedendo da una finestra Giovanna ballare, si affrettò a raggiungere di nuovo il sentiero, per paura di essere scoperta e passare per impicciona. Spensierata gioventù, pensò. Ma dopo due passi si bloccò tremante. Di solito Giovanna non ascoltava quel genere di musica, preferendo strimpellamenti moderni, come più volte aveva fatto ascoltare al vicinato. E poi, difficilmente una ragazza rimane in piedi fino a tarda notte solo per ballare da sola. Era successo qualcosa. Lo sentiva. Ma il suo sesto senso le impediva di avvicinarsi di nuovo alla casa. Era meglio essere prudente. In un attimo fece dietro-front e ritornò veloce sui suoi passi per bussare all’uscio di Adelina. Questa, già in vestaglia da notte, si trovò di fronte l’amica appena salutata, bianca come un lenzuolo.
- Devi venire con me… - disse quasi urlando e senza prendere fiato aggiunse: - è successo qualcosa alla piccola Giovanna… solo tu puoi aiutarla!
Adelina capì che non c’era tempo da perdere e senza rivestirsi si mise una pesante scialle di lana sulle spalle e seguì l’amica. Davanti alla casa di Giovanna, non appena percepì un paio di note musicale, trattenne Ilva per il braccio e strattonandola con violenza la riportò un paio di metri indietro.
- Non possiamo avvicinarci. Dobbiamo evitare di ascoltare la musica, sennò cadiamo anche noi nell’incantesimo.
- Incantesimo?
- Sì, Giovanna è vittima di uno Sbilf…
- Non starai scherzando, - replicò Ilva, tra lo spaventato e l’incredulità, - sono solo leggende…
- Sì, come no. Non saresti venuta da me se in fondo non lo sospettavi anche tu.
Così dicendo ritornarono a casa di Adelina per prendere tutto il necessario: tappi per le orecchie, oggetti di ferro, sale, terra di cimitero, ecc. Era noto a tutto il paese che Adelina sapeva contrastare malocchi e malefici: a casa sua teneva sempre un sacco di piante medicinali e oggetti strani allo scopo.
- Speriamo non sia troppo tardi… - sussurrò con un filo di voce Adelina.
- Non mi capacito, - disse Ilva, seguendo l’amica lungo il sentiero – com’è possibile un attacco così forte? Di solito se ne stanno nascosti e fanno al massimo dei dispettucci più o meno fastidiosi. Gli attacchi degli Sbilfs sono davvero pochi… Possibile che Giovanna sia riuscita a offenderne uno ed in così poco tempo?
- Credo che lo Sbilf avesse occupato la casa, stabilendovi la sua dimora… si sarà sentito sfrattato… ma non si può mai sapere come la pensano.
Prima di avvicinarsi alla casa si tapparono le orecchie e prima di varcare la soglia appesero sopra la porta una piccola scopa, simile a quelle che si usano sotto Natale, ma priva di decorazioni. Si trattava si uno dei tanti rimedi per tenere lontano gli Sbilfs, ma probabilmente non era sufficiente per scacciarli una volta entrati.
Trovarono Giovanna in camera sua, in piedi davanti al letto, che si dondolava a occhi chiusi. Di tanto in tanto alzava testa e braccia e faceva un giro completo su se stessa. Sembrava posseduta.
Le due vecchie non videro lo Sbilf, ma ne sentirono la presenza. Quelle pestifere creature avevano il potere di rendersi invisibili, tra le altre cose.
Provarono così a cospargere i piedi della malcapitata ragazza, prima con sale e poi con terra di cimitero; Tentarono poi, con molta difficoltà, a infilarle una maglia a rovescio; ed infine riempirono la stanza di fiori di margherita e di erica. Tutti sistemi conosciuti per scacciare gli Sbilfs e rompere i loro incantesimi. Ma tutti questi sistemi si rivelarono inefficaci.
Ci vollero ben tre giorni per ridestare la povera ragazza, che di ora in ora perdeva visibilmente vitalità, pur continuando a ballare ininterrottamente.
Poi, quando ormai Adelina aveva perso le speranze e si stava rassegnando all’inevitabile sopraggiungere della morte della ragazza, Giovanna si accasciò sul pavimento e rimase priva di coscienza per un’altra interminabile giornata. Le due donne l’accudirono minuto per minuto, spaventate da quella immobilità totale e dal lievissimo respiro, che faceva sembrare la giovane come sospesa in uno spazio senza vita e senza tempo. Di sicuro non stava dormendo. Quando si ridestò tirarono un sospiro di sollievo e benché molto provata per quella mistica esperienza, Giovanna se la sarebbe cavata. Alle due vecchie non rimase altro che spiegarle l’accaduto e aiutarla a scongiurare un altro possibile attacco.