sabato 17 settembre 2022

Libreria Pagina 27 - Portatemi qui e buttate la chiave!

Sapendo di andare in Emilia Romania in vacanza con le due Sbilf, mi sono appuntata un po’ di cose da visitare e tra queste mi ero appuntata anche una visitina alla libreria Pagina 27 a Cesenatico.

Lo ammetto: avevo visto un reel su Instagram che ne mostrava la bellezza e ne ero rimasta talmente affascinata, che non avrei potuto ritornarmene a casa senza averla visitata di persona. Ciò nonostante, non ero preparata alla magnificenza del luogo!

Il porto di Cesenatico ha sempre un suo perché, disegnato da Leonardo Da Vinci, ospita il museo galleggiante della marineria, con le antiche barche dalle colorate “vele a terzo” decorate con simboli che identificavano le famiglie di pescatori.

La passeggiata al centro è d’obbligo. Ma subito dietro il Porto Canale, in una piazzetta, si trova una delle librerie più belle d’Italia.

L’entrata è piuttosto anonima, ma appena varcata la soglia si viene accolti da un ambiente magico, pieno di libri e piante. Un divanetto rosso sistemato accanto alla porta d’accesso è occupato da un gatto sonnecchiante. Mi sono sempre chiesta cosa lega i gatti ai libri. Forse la stessa cosa che attira i gatti dentro le scatole? Fatto sta che il binomio gatto/libri sembra indissolubile.

Gli arredi antichi magistralmente posizionati straripano di libri invitanti. Più che una libreria, sembra la casa di un lettore accanito. Si capisce a prima vista che si tratta di una libreria indipendente: i titoli proposti centralmente non sono dei soliti romanzi. Insomma, una libreria tutta da scoprire!

Attendo che la libraia finisca di servire una coppia e poi chiedo il permesso di fotografare la libreria. Quella che per me è una domanda scontata, trovandomi a casa d’altri, viene accolta con felice meraviglia dalla libraria, una donna dal marcato accento francese, che mi ringrazia per avere avuto tanta educazione e felice che né io né le due Sbilf ci fossimo fermate all’ingresso a tormentare la gatta (anche se, lo ammetto, la tentazione è stata forte).

Dopo una piacevolissima chiacchierata, la signora ci invita a scendere le scale per visitare la parte inferiore della libreria, area non accessibile liberamente da tutti gli avventori della libreria. Toglie una grossa corda posta di traverso sul primo gradino e ci accompagna nella discesa. Dopo tre scalini, un pianerottolo che invita a voltarsi verso destra e… Wow!

Si viene catapultati in un luogo magico e fantastico!

Avevo visto alcune fotografie pubblicate sui social, ma la vista di quegli archi di mattoni, dell’albero di ciliegio in fiore che ne accompagna la rotondità di quello centrale, e l’arredo da salottino da tè che tanto ricorda quello di Alice nel Paese delle Meraviglie e i libri, tanti libri, sistemati ovunque, è una cosa da togliere il fiato.


Scese fino in fondo alla scalinata la grande Sbilf ha sussurrato: “Mi sembra di violare questo luogo con la nostra presenza”. Ho annuito.

Abbiamo cominciato una lenta e ammirata visita, gli occhi si posavano sui dorsi dei libri, sulle stampe letterarie appese ai muri, soffermandosi sugli arredi: mobili antichi che raccontavano una storia di accoglienza, di tanti libri letti e tante persone raccolte a sorseggiare tè e disquisire di romanzi e pubblicazioni.

Due navate parallele, comunicanti da due archi e nicchie ovunque, magistralmente arredate: divani e poltrone, tavolini pieni di libri, tappeti che delimitano piccole aree, piante, stampe sui muri o arrotolate in cestini, e ancora libri, su scaffali, su davanzali, all’interno di vecchie valige.


La visita si è conclusa con l’acquisto di molti libri (in tre lettrici poteva essere diverso?) e un’ulteriore chiacchierata con la libraia dall’accento francese.

Forse è questo il Paese delle Meraviglie?

Magari la prossima volta (perché ci sarà una prossima volta!), ci capiterà di intravvedere anche un coniglio frettoloso.







 









mercoledì 13 luglio 2022

Il dannato di Paluzza


Silverio, originario di Questas, un piccolo borgo fra Cercivento e Zovello, ogni estate monticava la malga di sua proprietà in Plan dai Ai, che confinava con il territorio della famiglia Brunetti. Silverio era avido come nessun altro e, poiché voleva allargare i propri possedimenti, di giorno in giorno spostava i confini, fino a impossessarsi di un bel pezzo di terreno del signor Brunetti. 

Un giorno il signor Brunetti, controllando le mappe, si accorse che la sua proprietà, in realtà, si stava ritirando e le misurazioni non quadravano. Insospettito, portò in giudizio Silverio.

Il giudice si recò sul posto e una volta giunto sul terreno che Silverio aveva rubato spostando i confini, e che a rigore non gli apparteneva, chiese al medesimo di giurare di trovarsi con i piedi sulla sua proprietà. Silverio, su suggerimento della moglie, in precedenza aveva messo dentro le proprie scarpe due manciate della terra del proprio orto, così giurò spavaldo: “Lo giuro sulla mia anima: sto calpestando la mia terra!” 

Il giudice gli diede ragione.

Dopo poco tempo, Silverio morì. Suonarono le campane a morto e una signora chiese: “Chi è morto?"

Un paesano la informò sulla dipartita di Silverio.

La donna continuò: “Ma come, io l’ho visto poco fa che stava andando con il mazzapicchio dalle parti del Moscardo”. 

L'uomo ribatté: “Non è possibile!”

E invece la donna aveva visto l'anima dannata di Silverio, perché la giustizia terrena gli aveva dato ragione, ma quella divina lo aveva condannato a pagare la propria scaltra avidità: alla sua morte il Signore lo aveva messo a zappare e sfracellare il monte Moscardo, monte che sta sopra Cleulis e che quando piove porta giù un mucchio di detriti e di rocce attraverso un torrente.

Da quella volta, quando vengono le piene, dal Monte Moscardo si staccano massi e quantità enormi di detriti e tutti in coro esclamano: “E’ Silverio che batte!"

martedì 3 maggio 2022

Lettera dopo lettera


Una raffica di tic-tic-tic riempie la stanza.

Le dita rabbiose premono veloci senza sosta i tasti della macchina da scrivere.

La carta frusciante scivola dentro e poi fuori, accompagnata a intervalli regolari dal din che invita a riportare il carrello al punto di partenza.

I fogli vengono tatuati con lettere e parole. Lettera dopo lettera si compongono frasi lunghe e frasi corte, arricchite ed enfatizzate da punti, virgole, doppi punti, punti esclamativi ed interrogativi, o puntini che danzano in gruppi di tre; come un insieme di tessere di mosaico man mano riempiono pagine su pagine. Fogli che una volta estratti vengono impilati silenziosi gli uni sugli altri.

Poi le lettere si incrociano e fermano con un rumore sordo e rollato il ritmo sfrenato delle parole.

Un’imprecazione, solo pensata.

E il silenzio viene nuovamente riempito dal ticchettio ritmato e veloce. Il foglio ricomincia a ruotare, danzante nella sua musicalità linguistica, per fermarsi all’arrivo dell’ultimo punto uguale a centinaia di migliaia già tatuati su pagine fitte di parole e segni, ma che tra tutti è il più importante.

Le dita si fermano, e con esse anche la macchina da scrivere, poi, incerte, voltano le pagine accumulate. Gli occhi scorrono le pagine parlanti, le labbra sussurrano parole, il corpo, che prima aveva vibrato emozionato e invitato le dita a esprimere la propria emozione, assimila le frasi e le giudica. E quelle parole non sembrano più le sue, ma corpi estranei, privi di enfasi e di quelle emozioni che poco prima aveva regalato al ticchettio della macchina da scrivere.

Con rassegnazione le mani, le cui dita sono ancora sensibili per il lungo ticchettare, accartocciano nervose i fogli indegni e li gettano frettolosamente nel cestino.

E la danza ritmata riprende.

domenica 10 aprile 2022

Quando un personaggio secondario diventa indimenticabile


Leggendo i romanzi di Desy Icardi ci si imbattute in un personaggio secondario, presente in tutti i suoi tre romanzi sensoriali (L’annusatrice di libri, La ragazza con la macchina da scrivere, La biblioteca dei sussurri), nonché protagonista del racconto natalizio, con cui l’autrice ha omaggiato i suoi lettori (Il fantasma del lettore passato), ma che colpisce e ammalia e difficilmente si scorda, tanto da non passare affatto in secondo piano. Sto parlando dell’avvocato Ferro, un vecchio omino sbrigativo, la cui più grande passione è leggere.

Vive in un grande appartamento di Torino, ma soggiorna in un’unica stanza: la biblioteca. Lì ha portato il proprio letto e lì si intravvede il suo scrittoio stracolmo di libri. I libri sono ovunque: affastellati sulle sedie, sullo scrittoio e sui davanzali delle finestre; le librerie foderate di libri coprono ogni parete; e poi colonne di volumi impilati sul pavimento e alti più di un metro. Solo la sua poltrona di lettura è sgombra da libri.

Anche quando esercitava, il proprio studio, collocato all’interno dell’appartamento, sembrava più il magazzino di un commerciante di libri usati che non lo studio di un avvocato. Eppure, in quella babele di libri riesce sempre a trovare in brevissimo tempo il titolo che gli occorre e persino a individuare un volume che non gli appartiene.

L’avvocato Ferro non calcola il tempo in ore, giorni settimane, bensì in libri letti. I bei libri sono moltissimi e la vita umana non basta per leggerne che una minuscola parte. Ecco perché, per risparmiare tempo e guadagnare pagine preziose, aveva rinunciato a una brillante carriera forense. La vera ricchezza per Ferro non è accumulare denaro, ma risparmiare tempo per far ciò che più si ama e lui, sopra ogni cosa, ama la lettura. Non ha paura di invecchiare, ma di non riuscire a leggere a sufficienza: vuole raggiungere cento anni di lettura così che possano incidere sulla sua lapide “Avv. Edmondo Ferro – un secolo di lettura”. E calcolando che ha iniziato a leggere a tre anni, deve raggiungere la veneranda età di centotre anni.

Per l’avvocato, la sua capacità di individuare il libro giusto per la persona giusta, è la sua missione: formare nuovi lettori guidandoli in un percorso letterario personalizzato con lo scopo di renderli lettori consapevoli e capaci di scegliere tra la moltitudine di libri esistenti quelli dai quali trarre maggior gioia e giovamento.

E ora ditemi, anche voi vorreste incontrare l’avvocato Ferro? O invece siete stati così fortunati da aver già incontrato una persona simile che vi ha guidato nella vostra formazione di lettore?

Raccontatemi, sono curiosa!



Per chi volesse, qui tutti i libri della Icardi.


domenica 27 marzo 2022

Come pubblicare gratuitamente su Amazon Kindle Direct Publishing (KDP)

Questo articolo nasce dalla richiesta di una lettrice di questo blog, che mi ha chiesto di illustrare, avendolo già fatto per due dei miei romanzi brevi, le modalità di pubblicazione sulla piattaforma KDP di Amazon.

Ci tengo a sottolineare che non sono affatto un’esperta, e quanto vi apprestate a leggere è frutto della mia personale esperienza.

La pagina di accesso la trovate al seguente link: https://kdp.amazon.com/it_IT/, dove dovrete registrarvi e fornire una serie di indicazione necessarie per usufruire del servizio, comprese coordinate bancarie, che permetteranno ad Amazon di accreditarvi le royalties.


Una volta completata la registrazione, cliccate sul link Libreria posto in alto e poi selezionate il tipo di libro che volete pubblicare:

Quindi inserite negli appositi campi la lingua, il titolo del libro, l’eventualmente sottotitolo, la serie o collana se presenti, il numero edizione se non si tratta della prima edizione e l’autore, la descrizione del libro nell’apposito campo di testo, specificate i diritti di pubblicazione dell’opera mettendo il segno di spunta sull’opzione possiedo i diritti di copyright e i diritti di pubblicazione necessari o questa è un’opera di dominio pubblico, infine inserite le parole chiave che descrivano il contenuto della pubblicazione nel campo le tue parole chiave.

La scelta della categoria è facilitata da un apposito menù a tendina, che permette la scelta fino a due categorie.

Infine, specificate se il libro è rivolto o meno a un pubblico di soli adulti (per i cartacei) o le fasce di età e livello scolastico (per l’e-book).

A questo punto premete il pulsante salva e continua e si aprirà un nuovo modulo.

Se per l’e-book il codice ISBN è facoltativo, per il libro cartaceo cartaceo è obbligatorio. Se lo possedete, inseritelo, altrimenti KDP ve ne offre uno gratuito. In questo caso però potrete fruirne solo sulla piattaforma KDP di Amazon, precludendovi la pubblicazione del vostro libro su altre piattaforme:


A questo punto, per il cartaceo, vi verranno chieste alcune informazioni in merito alle vostre preferenze fisiche del libro, quali dimensione finale del libro, tipo di copertina, colore della carta.

Se i passaggi finora sono stati semplici, immediati e intuitivi, un po’ più di problemi lo potranno creare il caricamento del testo e della copertina. Soprattutto per quest’ultima, essendoci margini grafici e risoluzioni non così semplici da capire per i non addetti ai lavori. Bisogna pertanto armarsi di pazienza e provare (altrimenti rivolgersi a un professionista).

Il lavoro è sempre salvabile e può essere comodamente ripreso anche in seguito. Pertanto, ci si può prendere tutto il tempo necessario per ottenere un buon risultato prima di pubblicare il libro. Sarà comunque sempre possibile modificare i parametri anche dopo la pubblicazione, ma personalmente consiglio di pubblicare solo quando si è perfettamente convinti e soddisfatti del prodotto finale, altrimenti si rischia di perdere lettori e credibilità.

A ogni modo una volta caricati il testo e la copertina ci sono le anteprime per valutare il lavoro fatto e correre ai ripari se non si è soddisfatti, riformattando il testo, aggiustando i paragrafi, sistemando la grafica. Per il cartaceo poi, c’è la possibilità di richiedere una prova di stampa. Il servizio è a pagamento, ma il costo è esiguo e ritengo siano soldi ben spesi perché solo con il volume in mano ci si rende conto dell’effettivo risultato delle nostre scelte (banalmente la copertina lucida o opaca fanno una gran differenza nel libro cartaceo). La copia così acquistata presenta una striscia sulla copertina che lo rende inutilizzabile per altri usi. Esistono però le copie autore, a un prezzo inferiore a quello di copertina.


Spero che queste mie brevi indicazioni possono esservi utili!

Fatemi sapere come vi siete trovati e quali sono state le difficoltà maggiori che avete riscontrato.


lunedì 7 febbraio 2022

Quanto deve essere paziente lo scrittore


Stai scrivendo un nuovo romanzo?

È una domanda che ultimamente mi sento porre spesso.

E la risposta è sì.

Anzi ne ho uno pronto e ne sto scrivendo un altro.

La verità è che il lettore ignora quanto tempo ci voglia, non tanto a scrivere un romanzo (anche se io sono particolarmente lenta a farlo), ma quanto tempo ci vuole perché venga pubblicato.

Se si decide di rivolgersi a un editore, bisogna selezionare il potenziale editore, studiandone il sito per verificare che il proprio romanzo rientri nella loro linea editoriale. Poi, una volta mandato il dattiloscritto, inizia una lunga estenuante attesa. Gli editori ci mettono dai quattro mesi in su per valutare il testo e all’autore non rimane che aspettare. Aspettare una risposta che nella maggior parte dei casi non arriva, perché l’editore si farà vivo solo se interessato alla pubblicazione del romanzo.

Quindi niente lettere di rifiuto. Solo una lunga vana attesa.

Ecco, io mi trovo in questa fase: nella lunga (vana?) attesa.

E anche davanti a una proposta editoriale l’attesa non è finita, perché una volta firmato il contratto si parla di altri mesi d’attesa. Nell’ultimo contratto che firmato il tempo previsto per la pubblicazione era di sei mesi, ma sembra che dopo la pandemia i tempi siano lievitati. 

Se si decide per la pubblicazione in self i tempi sono un po’ più brevi, ma comunque mai immediati (se si vuole fare un buon lavoro). Indipendentemente dal fatto che si voglia fare tutto da soli o si voglia rivolgersi a professionisti, bisogna correggere il testo, editarlo, realizzare la copertina, decidere il formato del libro, impaginare il testo, e infine caricarlo sulle piattaforme. Tutti passi che richiedono tempo.

domenica 30 gennaio 2022

Meni e il violino magico


Si narra che tanto tempo fa, in Val Pesarina si aggirasse un omuncolo vestito con un cappello a cilindro verde e un frac rosso e che si portasse sempre appresso un violino. Si narra, anche, che il violino fosse magico e che facesse ballare chiunque ne udisse le note. Si trattava dello Sbilf chiamato Omenut.

Un giorno un fabbro di Pesariis, Meni, noto anche come violinista delle feste paesane, si era recato nel bosco a raccogliere legna e trovò, sotto un abete un bel violino. Forse piccolino per la sua stazza da fabbro, ma di fattura così curata, che il fabbro non dubitò che si trattasse di un violino molto pregiato. Si osservò attorno e, non scorgendo nessuno, raccolse il violino e lo adagiò nella gerla che aveva sulle spalle.

Giunto a casa, si accomodò sulla panchina accanto al portone e provò lo strumento e ne uscì una melodia soave. Nessuno dei suoi violini riusciva a produrre una musicalità tale.

Le donne di passaggio si fermarono al suono del violino e improvvisarono un ballo. Il tempo passò veloce senza che nessuno se ne rendesse conto. Alle donne si unirono presto i bambini, accorsi per cercare le madri ritardatarie, e poi anche gli uomini al rientro dal lavoro. Si fece presto notte, ma Meni continuava a suonare estasiato per la musicalità dello strumento e appagato dal ballo improvvisato.

La notizia giunse all’orecchio del prete, che volle accertarsi di persona. Cadde anche lui nel sortilegio e cominciò a ballare e ballare senza sosta, finendo dentro un cespuglio di rovi. Le spine non furono un deterrente sufficiente per far smettere di ballare: il povero curato continuò la sua danza incurante delle spine che gli laceravano la pelle.

La sera si fece notte e la notizia si diffuse per la vallata, finché non arrivò all’orecchio del comandante dei carabinieri, che si premurò di tapparsi le orecchie prima di intervenire.

Meni fu arrestato per stregoneria e, condotto davanti al giudice, fu condannato all’impiccagione. Allora Meni chiese di poter esprimere un ultimo desiderio, come si soleva accordare a ogni condannato a morte. Chiese di poter suonare per l’ultima volta, subito prima dell’esecuzione, il suo amato violino, così da poter trovare il riposo eterno con la sua musica nelle orecchie. Non si era mai negato un ultimo desiderio a un condannato a morte e così il giudice acconsentì.

Sin dalle prime note suonate dal violino, tutti i presenti si misero a ballare: giudice, boia, guardie e il pubblico accorso all’esecuzione.

Quando le note del violino si dileguarono e i presenti si ridestarono dall’incantesimo, si accorsero che Meni era fuggito. Di lui non si seppe più nulla.

Da allora anche l’Omenut non fu più visto in Val Pesarina.

domenica 2 gennaio 2022

2021: un anno di libri


Eccoci con il primo post dell'anno sui libri letti l'anno precedente. Ormai è diventato un appuntamento fisso.

Ho prediletto gli autori italiani e come al solito i libri cartacei (in formato e-book, quest'anno, ne ho letti solo due). 
Autrici e autori si contendono metà elenco a testa, mentre i saggi sono un po' più del solito e, devo ammetterlo, sono tra le mie letture preferite. 
Molti sono i libri che parlano di libri: il mio tema preferito, indipendentemente dal genere.
  1. La casa di Parigi, Elizabeth Bowen;
  2. Agata Est e il Mostro di Udine, Elena Commessatti;
  3. La signora degli scrittori, Sally Granson;
  4. Storytelling for creators, Andrea Famulo e Andrea Giovanni Spinelli;
  5. Il grande libro della scrittura, Marco Franzoso;
  6. La lupa, Giovanni Verga - Senso e Macchia grigia, Camillo Boito (raccolta di racconti);
  7. Tilly e i segreti dei libri, Anna James;
  8. Le magnifiche sorti e progressive, Umberto Eco;
  9. Sono uno scrittore giapponese, Dany Laferriere;
  10. Memorie di un libraio, George Orwell;
  11. Pericoli di un viaggio nel tempo, Joyce Carol Oats;
  12. Una mummia nell'armadio, H. Joking;
  13. Il libraio di Venezia, Giovanni Montanaro;
  14. Maschi e Murmski, Chiara Bongiovanni;
  15. I racconti del libraio, Martin Lathan;
  16. Luce nella notte, Ilaria Tuti;
  17. Cose spiegate bene - A proposito di libri;
  18. Horrorstor, Grady Hendrix;
  19. La libreria dei piccoli segreti, Corinne Savarese;
  20. I segreti di Casa turquesa, Ornella Albanese;
  21. Le quattro stagioni del giallo, Lucia Galliani e Guido Saletti;
  22. Gli occhi gialli dei coccodrilli, Katherine Pancol;
  23. La biblioteca di mezzanotte, Matt Haig;
  24. Come si scrive un giallo, Patricia Highsmith;
  25. La letteratura inesistente, Sara Gavioli;
  26. La vedova Van Gogh, Camillo Sanchez;
  27. Il quaderno delle parole perdute, Pip Willians;
  28. I fantasmi, Andrea Camilleri;
  29. L'uomo dei sogni reali, AA.VV;
  30. Racconti di Natale, Angela Catalini;
  31. Regali di Natale, Andrea Camilleri;
  32. Niente, Janne Teller.
Cosa ne pensate di questo elenco?
E il vostro com'è, simile o si discosta dal mio?


I libri degli anni scorsi:

mercoledì 10 novembre 2021

È autunno


Il profumo della legna che arde nel focolare

L'odore acre dei primi camini accesi

L'odore dell’umidità e delle foglie secche distese a terra come una gialla coperta

L'ultimo raggio di sole è un dono che ravviva e regala colori più sfacciati

Le foglie si tingono degli intensi nostalgici tramonti estivi

Biancheggiano in lontananza le cime montuose

L'aria si fa pungente ma non è fredda

Profumi e colori

È autunno. 

domenica 31 ottobre 2021

Appartamento vista cimitero

Era rimasto bloccato per tre ore in autostrada per un incidente, e poi l’ingresso in città era stato anche più congestionato. Insomma, quando arrivò al suo nuovo appartamento era notte fonda.

Ma perché non era partito la mattina presto, invece di cedere alle insistenze della madre?

«Ti prego Filippo, rimani a pranzo prima di partire. Chissà quando tornerai a trovarci!»

Sua madre l’aveva presa male quando gli aveva detto che si sarebbe trasferito.

«Ma dovevi accettare un lavoro così lontano da casa?»

La verità era che aveva inviato centinaia di mail con il proprio curriculum e dopo un po’, esasperato, aveva smesso di informarsi a quale ditta li inviava. L’unica società che gli aveva offerto un lavoro si trovava a quasi cinquecento chilometri dal suo paese. Il colloquio era andato molto bene e la paga, per un primo impiego, era di tutto rispetto. Gli avevano dato una settimana per iniziare e, in fretta e furia, aveva dovuto trovarsi un posto dove stare.

Il suo nuovo appartamento si trovava in periferia, in una zona tranquilla ma lugubre. Il palazzo era strato costruito vicino a un cimitero. In compenso l’affitto era molto basso.

L’edificio era immerso nel silenzio più assoluto e i suoi passi echeggiavano per tutta l’altezza del vano scale.

Cercando di fare meno rumore possibile, portò al primo piano solo gli scatoloni strettamente necessari per affrontare la prima notte; il resto lo avrebbe scaricato il giorno successivo. Era molto tardi e doveva andare subito a dormire se l’indomani voleva essere lucido e attivo al suo primo giorno di lavoro. E poi, ogni volta che passava davanti al portone della portinaia, aveva paura che lo sentisse e non voleva che pensasse subito male di lui, etichettandolo come un giovane scapestrato, senza nemmeno conoscerlo.

Anche l’appartamento vuoto echeggiava; l’unico arredamento presente era quello della cucina e una rete con il materasso in camera. Con i soldi risparmiati sull’affitto, si sarebbe presto comprato qualche arredo.

C’era un terribile odore di chiuso.

Filippo poggiò il primo scatolone nell’ingresso, lasciò cadere le chiavi a terra e corse a spalancare la finestra, dalla quale entrava la luce della luna piena. Si affacciò. La finestra dava proprio sul cimitero. Storse la bocca e poi stringendosi nelle spalle uscì per prendere un altro scatolone. Non aveva certo paura dei cimiteri e non lo disturbava avere dei morti come vicini di casa. Magari in previsione di qualche visita femminile, avrebbe acquistato un paio di tendoni pesanti; bastava non aprire la finestra per non urtare la delicata sensibilità delle fanciulle.

Lasciò la porta di casa aperta. Non c’era ancora nulla da rubare in casa e sarebbe stato più agevole entrare con lo scatolone ingombrante contenente la biancheria da letto.

Appena varcata la soglia, una gelida folata di vento proveniente dalla finestra spinse il portone, che si chiuse un tonfo. Filippo ritornò sui suoi passi, ma si rese presto conto di essere rimasto chiuso fuori di casa: il portone nella parte esterna aveva solo un pomello, mentre le chiavi erano rimaste dentro sul pavimento.

Fece un giro su sé stesso e si spettinò i capelli con la mano destra, mentre la sinistra era ancorata sul fianco.

Pensa.

Ancora un giro su sé stesso.

“È tardi. E se non voglio dormire in macchina devo trovare una soluzione.”

Ovviamente chiamare un fabbro a quell’ora era fuori discussione.

Svegliare la portiera per chiedere se per caso avesse una chiave?

Pessima idea svegliare in piena notte una persona sconosciuta e insinuare che avesse copia delle chiavi degli appartamenti di altre persone.

La finestra!

Ma certo, la finestra era aperta. L’appartamento era al primo piano, forse sarebbe riuscito ad arrampicarsi fino ad essa ed entrare.

Scese di corsa le due rampe e si precipitò verso il retro dell’edificio. Il muro del cimitero terminava sulla parte di destra dell’immobile. Filippo si rese conto che per accedere al retro doveva entrare nel cimitero. Percorse la cinta fino a raggiungere l’imponente cancello di accesso. Imponente e sbarrato.

Era molto buio, la luna piena era coperta da una grossa nuvola nera. Con l’aiuto della torcia presente nel cellulare osservò il cancello e notò sufficienti traverse per arrampicarsi e scavalcare il cancello. Ripose il cellulare nella tasca posteriore dei pantaloni, dove lo teneva sempre, e cominciò la sua difficoltosa salita. Non vedendo, doveva tentare di trovare il giusto appoggio con il piede prima di poggiarlo e passare al successivo. Arrivò in cima senza fiato. Mentre portava piede e gamba destra sull’altro lato del cancello, una punta sagomata gli si conficcò nel fianco. Con un gesto istintivo si strattonò lateralmente. Sentì la maglietta lacerarsi, mentre un dolore penetrante al fianco gli tolse il fiato per un paio di secondi.

Imprecò.

Si era ferito e sentiva il sangue scorrere.

Imprecò ancora.

In bilico afferrò il cellulare per valutare la discesa. Poteva saltare. Sotto c’era solo un selciato ghiaioso. Si diede una spinta per cadere più avanti possibile, per evitare ogni altro contatto con il cancello.

Nella cauta, il cellulare si sfilò dalla tasca dei pantaloni e precipitò un momento prima del ragazzo, che fatalmente cadde con il piede sul display del telefono. Maledicendo la sfortuna, raccolse il cellulare sperando di non aver fatto troppi danni. Seppure con il display ridotto a una ragnatela, si accendeva ancora, ma presto si rese conto che la torcia era fuori uso.

La serata non poteva andare peggio di così.

Con l’aiuto della fioca luce del display avanzò nel cimitero.

Non aveva mai avuto paura di cimiteri e morti, né si era mai impressionato nel sentire storie di fantasmi. Prima di allora, però, non era mai entrato di notte in un buio cimitero.

Il vento soffiava freddo tra le tombe. Filippo sentì corrergli un brivido lungo la schiena. Colpa del vento sulla ferita, si disse.

Avanzava a tentoni. Vedeva pochissimo e la fioca luce del cellulare distorceva le tombe lì intorno.

“Ma perché non ho messo le chiavi in tasca?” si condannò, continuando a imprecare contro la sfortunata serie di eventi di quella lunga notte.

Complici la stanchezza, la ferita, l’assenza di luce e il luogo lugubre, Filippo si sentiva sempre più nervoso e agitato.

Intravvide la finestra. Purtroppo, la parete fino alla sua finestra era completamente liscia. Non vedeva nessun appiglio. O forse non lo vedeva perché era troppo buio per vedere altro se non sagome scure. Lì accanto, alte quasi fino alla finestra, c’erano delle piante incolte di ligustro, i cui gracili rami erano inutili. Al primo tentativo di arrampicata si spezzarono, anche se rafforzati da copiosa edera.

Sentì un fruscio alle sue spalle.

Si voltò di scatto, puntando la luce bluastra del telefonino. Non c’era niente. Forse un rivolo di vento aveva smosso le foglie delle piante sulle tombe o forse un gatto che passava indifferente.

Poi sorrise. “Mi sto facendo suggestionare! Se lo sapessero Tommaso e gli altri… sai le risate!”

Un velo di malinconia lo avvolse. Chissà quando avrebbe rivisto la sua gang.

Si riconcentrò sul suo problema. Si guardò intorno e vide dei ceri accesi sulle tombe. Decise di usarli. Ripose il cellulare e prese un cero per mano. Sentiva freddo, ma peggio di tutto si sentiva osservato. Non vedeva l’ora di riuscire a rientrare in casa. Quella situazione stava diventando assurda. Si dava dello sciocco per la paura che lo stava prendendo. Nulla valeva ripetersi che in cimitero ci sono solo persone morte e che sono più pericolosi i vivi dei morti.

Intravvide, vicino ad una tomba di famiglia, una scala.

Finalmente una buona notizia.

Si precipitò verso la scala, incurante di quanto lo circondava e senza prestare attenzione a dove mettesse i piedi. Si sentì trattenere la caviglia, come se qualcuno gliel’avesse afferrata e rovinò a terra. Puntò un cero verso il piede. Era semplicemente inciampato su una tomba.

Nella caduta aveva perso uno dei ceri, ma decise di non perdere altro tempo e concludere quanto prima quell’assurda situazione. Dolorante si rimise in piedi e riprese la sua strada verso la scala della salvezza. Ma si sentì tirare per la maglietta, o per quello che ne era rimasta. Si sentì ghiacciare il sangue nelle vene. Possibile che ci fosse davvero un’entità che lo volesse trattenere in quel luogo?

Scacciò il pensiero. Si voltò e notò che la maglietta si era incastrata nell’arabesco di una tomba particolarmente elaborata. La strappò via furioso, finendo di lacerarla. Afferrò la scala e con passo deciso si diresse verso il muro e la finestra del suo appartamento.

Era arrabbiato con il fato e con sé stesso che si lasciava soggiogare da quel luogo infausto. Era certo che non avrebbe mai più messo piede in un cimitero con l’animo sereno come un tempo e di sicuro non ci avrebbe più messo piede di notte.

Il vento gli fischiava tra le orecchie, come una voce lamentosa. Gli scorse ancora un brivido lungo la schiena, ma si concentrò sulla scala: la sua salvezza.

La scala non era molto alta, ma sufficiente per permettergli di raggiunge la finestra e la salvezza da quella notte terrificante. Con le mani intirizzite dal freddo e dall’agitazione sistemò la scala e ne constatò la solidità, in mezzo alle piante di ligustro. Sollevato e speranzoso cominciò a salire la scala. Al secondo piolo si sentì ancora una volta afferrare da una presenza misteriosa. Qualcosa gli stava attorcigliando le caviglie. Certo che si trattasse ancora una volta di una pianta si piegò verso il basso per liberarsi, ma si fermò a metà strada. Attorno al polpaccio c’era una mano ossuta.

Cacciò un urlo che echeggiò nella notte silenziosa e poi perse l’equilibrio. Precipitando dalla scala, sentì una voce lugubre mormorare: «Resta con noi!»

E poi ancora, come un coro che circondava l’intero cimitero: «Resta con noi!»

Furono le ultime cose che sentì. Cadendo sbatté la testa su un sasso e morì sul colpo. Lo trovarono il giorno dopo il guardiano del cimitero e la vedova Florio con l’edera dei ligustri attorcigliata nella gamba.