Sono una scrittrice esordiente. Sin da giovanissima mi sono cimentata a scrivere racconti. Qui ho trovato uno spazio dove esprimermi, dove postare i miei racconti in attesa del vostro giudizio, ma anche un luogo dove parlare di libri o semplicemente per raccontarvi della mia esperienza come scrittrice; a volte mi permetterò anche di divagare, per fermare un’idea o un momento. Ad ogni modo sarà un luogo dove imparare a scrivere e dove esercitarmi: un taglia e cuci di parole, proprio come un atelier!

sabato 24 settembre 2016

Un mese dopo

A un mese dal terremoto che ha colpito il centro Italia penso di poter interrompere il silenzio che mi ero imposta. Sarebbe stato facile per me che ho scritto un libro sul terremoto del Friuli del 1976 cavalcare l’onda esprimendo i miei pensieri e buttando lì un accenno al libro. Ma non mi sembrava corretto. Non sono uno sciacallo che approfitta della sofferenza altrui per il proprio tornaconto e per farsi pubblicità come tanti hanno fatto, in diversi modi, i primi giorni dopo il terremoto. Ho scelto il silenzio per rispetto e così non ho scritto nulla in merito, né i miei sentimenti né parole di cordoglio che non sarebbero comunque arrivate agli interessati. Ho postato un solo misero asettico post su facebook ricordando che da lontano potevamo donare soldi o beni di prima necessità. Un modo per ricordare che in questi momenti le parole non valgono nulla e mi sembra ignobile approfittarsene. In momenti come questo ci si tappa la bocca e ci si rimbocca le maniche: chi ha l’esperienza e la formazione per farlo si reca sul posto e aiuta fisicamente, gli altri aiutano da lontano con piccoli gesti non eclatanti ma che possono fare la differenza.

In questi giorni ho rivisto immagini che mi hanno accompagnato per tutta la mia vita. Sì, immagini perché io non l’ho vissuto direttamente sulla pelle il terremoto del Friuli, perché sono nata proprio quell’anno a cose già successe, ma ho convissuto tra i miei compaesani il cui unico pensiero era riprendersi da quella tragedia e la loro paura. Paura che mi è stata trasmessa. Sono cresciuta vedendo persone vivere nei prefabbricati in attesa di ricostruirsi la casa. Ho visto dalla mia nascita mucchi di detriti e tanti cantieri.
Ecco. Per me queste cose si affrontano in silenzio, con dignità e rimboccandosi le maniche. È quello che mi è stato insegnato. E in questo modo affronto la solidarietà.

mercoledì 14 settembre 2016

JOHN RYDE

John Ryde era il fotografo ufficiale della polizia. Il suo compito era scattare fotografie sulle scene dei delitti e la cosa non sembrava disturbarlo molto. Anzi, era il miglior fotografo in circolazione, tanta era la dedizione che metteva nel suo lavoro. Non tralasciava alcun dettaglio, nemmeno il più macabro. Era saltato agli onori della cronaca quando aveva iniziato a vendere le sue fotografie alla rivista Horror Newsweek. Fu uno scandalo. Subito si aprì un’inchiesta e John Ryde fu sospeso. Ma presto fu richiamato, perché il nuovo fotografo non reggeva davanti alle scene da film horror e le sue fotografie era mosse, sgranate e non documentavano nel dettaglio le scene di omicidio.
Bisogna dire che alcuni assassini sono degni di certi film da venerdì 13!
Fu quindi tollerata la doppia professione di John Ryde e presto anche alcuni giornali “non di settore” iniziarono a richiedere i suoi servigi. Riscoppiò lo scandalo. Per mesi non si parlò d’altro. Era o non era giusto, in nome della documentazione giornalistica, pubblicare quelle foto così crude? Presto si aprirono dibattiti nei talk show: chi era a favore di una reale completa documentazione in nome dell’informazione, chi contrario declamando la necessità di tutelare gli animi più sensibili da immagini che toglievano il sonno e alimentavano gli incubi. In attesa che la politica facesse il suo corso e prendesse una decisione, la scelta fu lasciata alle teste giornalistiche: chi pubblicava le foto, chi preferiva di no.
Da oggi la polemica si placherà, perché John Ryde è stato trovato morto a casa sua. Il suo corpo è stato aperto dal collo fino all’inguine da una lama affilata. La scena a cui la polizia prima, e noi dopo, abbiamo assistito è quello di un macello. Organi in vista e sangue da ogni parte. Da una prima ricostruzione del coroner, Ryde era vivo al momento dell’aggressione ed è morto dissanguato.
Noi, fedeli alla nostra linea editoriale, non pubblicheremo la sua foto, come non abbiamo pubblicato le foto scattate prima dalla vittima. Anche perché, questa volta, non c’era nessun fotografo degno di questo compito.


venerdì 9 settembre 2016

Scrittore 2.0


«Scialare sui social network aiuta sì a sponsorizzare le proprie attività e a non essere dimenticati per un altro giorno, ma sottrae al contempo idee. Come ogni autore sa, una frase arguta già espressa è ormai consumata; un bel paesaggio fotografato e condiviso dall'iPhone non diverrà una descrizione gloriosa, e una battuta di dialogo udita di straforo e usata per far ridere il gruppo Whatsapp non verrà ripetuta da un personaggio. Ciò che si spende sulla Rete è difficilmente riciclabile in un libro, se non al prezzo di un'onta perpetua per l'autore.»

Dall'articolo La rete non mi fa scrivere di Paolo Giordano
pubblicato su La lettura #249 di domenica 04 settembre 2016


E lasciandovi a questa riflessione, vi ricordo che mi potete leggere anche su facebook.

lunedì 22 agosto 2016

Scrivere un finale efficace

Ho sempre ritenuto che il finale di un romanzo sia più importante di un buon incipit, perché tira le somme di una (bella) storia, chiudendo tutte le cose in sospeso. Può essere positivo, negativo, a sorpresa o aperto. Però deve essere efficace: è la prima cosa che il lettore si ricorderà del tuo libro. Se non gli piace, quando penserà al tuo libro ricorderà solo che è quello con il finale deludente, senza nemmeno sforzarsi di ricordare cosa lo aveva tenuto incollato nella lettura fino all'ultima pagina.
A volte il finale è la normale conclusione della vicenda e quasi si scrive da solo. Ma, ahimè, ciò non vale sempre. A volte il finale bisogna proprio costruirselo.
Quando scrivo racconti amo pensare prima al finale e poi ci sviluppo la storia attorno (come ad esempio: Il furto della collana victoria e L'infallibile piano di Aldo Ubaldo e Con il vestito di taffetà rosso), perché mi piacciono a sorpresa e spiazzanti. Il romanzo però è diverso, si sviluppano trame diverse, si intrecciano storie differenti, i tempi sono più lunghi e il finale scioccante non si addice a qualsiasi vicenda.
Non ho una grandissima esperienza in fatto di romanzi, perché fin'ora ne ho scritti solo due brevi (Il valore di un libro e 1976 - L'urlo dell'Orcolàt), ma il finale è venuto da solo. Invece ora non so proprio come concludere il romanzo che sto scrivendo. Quando ho iniziato la sua stesura ne avevo uno in mente, ma procedendo l'ho trovato sempre più banale perché sa di "minestra riscaldata". E così mi sono un po' arenata.
A voi come piacciono i finali?
Come li scrivete?

mercoledì 3 agosto 2016

L'importanza dell'incipit, ma anche no

L'incipit è l'insieme delle battute iniziali di un libro, quelle che ti catturano e ti conducono dentro la storia narrata. Pertanto, l'incipit deve essere coinvolgente ed accattivante. Perché si sa il lettore entra in libreria e legge la prima pagina per sapere se acquistare un certo libro.
O almeno così dicono quelli che ne sanno più di me, quelli che insegnano l'arte dello scrivere, quelli che scrivono bene.
Sarà che io sono sempre stata un po' contro corrente, ma sinceramente a me è capitato tante volte di iniziare un libro e procedere per inerzia per diverse pagine prima di appassionarmi ed immergermi nella storia. Alcuni dei quali si sono poi rivelati (secondo il mio personalissimo gusto) narrazioni meravigliose.
D'accordo, un buon incipit non può che essere un punto in più, ma non credo che sia l'unico elemento valutabile al momento dell'acquisto di un libro. Come non può farlo solo la copertina. Insomma, davanti a tanta scelta in libreria la scelta ricade sulla buona mescolanza di diversi elementi: la copertina, che è il primo elemento che attira, la quarta di copertina, il riassunto sul risvolto interno del volume, l'incipit e la famosa pagina 69.
Personalmente mi faccio attrarre molto dalla quarta di copertina: se non mi piace questa, non guardo più nulla e ripongo il volume sullo scaffale. Invece, devo confessarlo, mi lascio facilmente (troppo facilmente) attirare dalla copertina. Alcuni libri non li vedo nemmeno quando sono esposti nella libreria, salvo poi sapere della loro esistenza in altro modo e rendermi conto che sì, avrei potuto acquistarlo già da qualche giorno.
E voi, come scegliete un libro in libreria? L'incipit è fondamentale in questa scelta?

venerdì 29 luglio 2016

Creatività letteraria in vacanza

Mi sono sempre ritenuta una persona controcorrente e, in particolare, da alcuni anni ho notato che, diversamente dalla maggioranza delle persone, per me il periodo estivo rappresenta un calo nelle letture. E ciò, purtroppo, si riflette anche sulla scrittura. Scrivo pochissimo e (aiuto!) ho pochissime idee.
Non che d'estate lavori di più o mi diverta di più: tolta la settimana in cui vado al mare con la famiglia, per il resto una settimana di luglio o una settimana di ottobre sono uguali. Non posso nemmeno dare la scusa alla monotonia del mio quotidiano, considerato che questa rimane invariata per quasi tutto l'anno.
L'unica giustificazione che posso addurre è che la mia testa si prenda, da sola, una vacanza.
Non posso che sperare ritorni presto!
Ma poi, la creatività letteraria dove se ne va in vacanza: al mare, in montagna o in una città d'arte?

mercoledì 13 luglio 2016

Come allenare la creatività

Si sa, per diventare dei bravi scrittori bisogna scrivere ogni giorno: la scrittura si nutre di scrittura. Però per scrivere bisogna anche avere delle buone idee da raccontare. Avete mai notato che ci sono periodi in cui si sfornano un racconto dietro l'altro, perché non si finisce di scrivere una storia che già si in testa gira una nuova idea, mentre in certi periodi non si riesce a trovare un'idea buona neanche a pagarla oro?
Ecco, ciò succede perché anche la creatività va allenata.
L'ideale sarebbe continuare a vedere il mondo come fossimo dei bambini, senza limiti e senza disillusioni. Purtroppo, questa capacità si prede crescendo (chi prima, chi dopo, ma prima o poi capita a tutti).
In giro per il web troverete molti articoli che parlano dello stesso tema e che propongono diversi esercizi, alcuni dei quali portano anche via molto tempo. Personalmente credo che per allenare la creatività bastino due requisiti (che poi forse il secondo è la conseguenza dell'altro):
1) essere curiosi
2) porsi domande.
Tutto il resto è conseguente a questi due fattori.
Solo nutrendoti di curiosità potrai conoscere cose nuove e diverse e aprire la tua mente. Essa può essere soddisfatta in molti modi: leggendo, ricercando, osservando... e ponendosi domande, alle quali cercare una risposta. E qui nasce il secondo fattore per allenare la creatività. Perché bisognerebbe anche porsi domande insolite, non propriamente logiche o conseguenti, un po' matte per così dire.

E se quella vicenda non fosse andata così?
Cosa succederebbe introducendo un elemento nuovo?
Chissà che segreto nasconde l'uomo seduto davanti a me sull'autobus?

L'unica cosa è non dimenticarsi mai di alimentarsi di novità, non avere paura dell'ignoto e non temere di porsi domande assurde. Ogni giorno.

mercoledì 22 giugno 2016

Il libro giusto da portare in vacanza

Oggi non voglio darvi consigli lettura, perché in questo periodo articoli che già lo fanno ce ne sono davvero a bizzeffe. Vi dirò, invece, quali caratteristiche possederanno i libri che mi metterò in valigia, perché dovranno essere almeno tre. Tre è il numero per una settima al mare, anche se so che non li leggerò tutti. Una volta sì, li avrei letti, ma ora che ho due bambine piccole da seguire minuto per minuto in spiaggia e dentro l'acqua, non posso concedermi il lusso di leggere tranquillamente sdraiata sotto l'ombrellone. Ciò nonostante, me ne porterò tre.
Durante le ferie mi piace dedicarmi a letture leggere, che mi non mi impegnino troppo. Quindi niente saggi. In spiaggia (lo avete capito, quest'anno vacanza classica al mare!) preferisco dedicarmi a romanzi e non troppo impegnati. Magari una storia ambientata in posti esotici, ma non necessariamente; a volte si dimentica quanto possano essere affascinanti anche i luoghi vicino a casa. Spero solo di trovare una storia che mi stupisca, che mi trasporti nella lettura e che mi lasci un bel ricordo da legare a quella settimana di relax.
La cosa più importante, però, quando vado in vacanza, sono le caratteristiche fisiche del libro. Non voglio sembrare superficiale, ma quando viaggio preferisco portare con me libri dalle dimensioni compatte, facili da trasportare, più leggeri e maneggevoli. Quindi bene le edizioni economiche e la copertina flessibile.
E per voi, come deve essere il libro ideale da portare in vacanza?

mercoledì 15 giugno 2016

Discriminazioni di genere

In campo letterario non mi sono mai sentita discriminata come donna. Sarà che il mestiere di scrittore è già difficile di per sé e chiunque, uomo o donna, che cerchi di pubblicare e di emergere trova davanti inevitabilmente molte difficoltà da superare. Mai però ho avuto la sensazione che le difficoltà a emergere fossero dovute al fatto che non sono solo uno scrittore, ma addirittura una scrittrice.
Durante la lettura "Scrivere? Non è un mestiere per donne" di Laura Costantini, mi si è però acceso un campanellino in testa. Giudicherete voi se fin'ora ho peccato di ingenuità o se invece il campanellino in questione si è acceso per nulla.
Un giorno un amico mi ha chiesto di parlargli del romanzo che sto scrivendo e dopo avergli descritto per sommi capi la trama, candidamente mi ha chiesto: «E ci metterai dentro anche una storia d'amore, vero?». E alla mia riposta affermativa la sua risposta è stata: «Ovviamente.», con un tono sufficiente. Gli ho però spiegato che mi serviva per la trama, considerato che il mio protagonista deve farsi una famiglia con dei figli. «Hai ragione, non ci avevo pensato. Ma comunque non è proprio necessaria una storia d'amore...». D'accordo non è necessaria una storia d'amore, potrei fare sposare il mio protagonista con un matrimonio combinato (il matrimonio, sì, deve starci, trattandosi, tra l'altro, di un romanzo storico), ma sinceramente toglierebbe un po' di brio alla storia e forse sarebbe proprio una forzatura: si tratta di un uomo venuto da molto lontano e stabilito in un piccolo borgo di montagna dove non conosce nessuno. 
Questo scambio di battute è avvenuto un paio di mesi fa e, come vi ho detto in premessa, lo avevo quasi rimosso, non fosse che il libro della Costantini evidenzia in uno dei capitoli, come l'immaginario comune releghi i romanzi scritti da donne proprio tra quelli rosa, anche se la storia d'amore è solo marginale, diversamente da quello che si penserebbe della stessa storia se fosse scritta per mani di un uomo.
Il fatto è che l'amico in questione non mi aveva mai dato la sensazione di considerarmi una scrittrice per sole donne, considerato che mesi prima mi ha chiesto, e ottenuto, di scrivergli una sceneggiatura per un film il cui tema è, parlando per cliché, davvero maschio: il gioco del softair.
Ora ditemi voi: il campanelino in testa lo lascio acceso o lo posso spegnere tranquillamente?

mercoledì 1 giugno 2016

Vale ancora la pena fare presentazioni?

Oggi volevo parlarvi della mia recente esperienza, ma volevo farlo in modo diverso. Poi mi è capitato di leggere il post "Perché non fare più presentazioni di libri" della casa editrice Zandegù e l'articolo ha preso una piega diversa.
L'editore sostiene che le presentazioni non volgono la pena perché c'è poca partecipazione, a volte completamente assente, o gli spettatori sono parenti dell'autore o dell'editore, giusto per fare numero e le vendite sono scarse.
Bene, lo dico sinceramente: non sono affatto d'accordo
Ovviamente lo dico per le esperienze che ho avuto personalmente, prima come lettrice e, di recente, come scrittrice.
Sarà che vivo in una realtà territoriale dove ci sono poche iniziative e quindi anche la presentazione di un libro può essere l'occasione per uscire di casa e fare una cosa nuova... ma non credo. Ad ogni modo, alle presentazioni a cui ho partecipato come lettrice spesso la sala era piena. Quindi un ottanta, cento persone. Per lo più questi eventi erano patrocinati (se non addirittura organizzati) dalle amministrazioni comunali ospitanti, ma non credo sia questo il fattore determinante per la partecipazione. Probabilmente gli organizzatori hanno saputo promuovere l'evento. Da spettatrice mi è pure parso che ci sia stato un buon ritorno in copie vendute, anche se non ho dati alla mano.
Come scrittrice, invece, ho appena iniziato a fare presentazioni e posso parlarvi delle mie uniche due esperienze dell'ultimo mese.
La prima presentazione è stato un successone. E sì che mi trovavo in un comune dove non ero mai stata prima e dove nessuno mi conosceva. La sala era gremita di persone. Il primo pensiero è stato che la partecipazione era merito del coro che riempiva la serata, ma alla fine mi sono invece resa conto che la maggior parte era venuta proprio per il mio libro (al solo pensiero mi gaso ancora!). E le vendite sarebbero state eccezionali se il mio editore non mi avesse, ahimè, detto che quando una presentazione va davvero bene si vendono al massimo quindici copie (e raggiungere questo risultato è un'eccezione, quasi un'utopia).
Purtroppo non avevo copie a sufficienza per soddisfare tutte le richieste e la cosa mi ha parecchio amareggiato. Sento di aver deluso il caloroso pubblico che aveva partecipato alla presentazione e credo che in qualche modo questo fatto abbia anche danneggiato la mia immagine... Non mi resta che sperare che chi non ha potuto acquistarlo quella sera, lo abbia cercato in libreria.
Il secondo evento, che si è svolto nel comune dove lavoro, è stato un po' meno partecipato, ma una cinquantina di persone era comunque presente e diverse di loro aveva già acquistato una copia del mio libro, conoscendomi di persona. Alla presentazione era stata legata una rappresentazione teatrale a tema. Anche le vendite sono state discrete.
A completezza di informazione, devo dire che come vantaggio ho avuto il fatto che il mio libro parla del terremoto del 1976 in Friuli e quest'anno cade il quarantesimo anniversario, anche se le due presentazioni sono state fatte in territori che pur avendo subito danni dal sisma, erano comunque ben più lontane dall'epicentro.
Posso comunque dirvi che a più di un anno dall'uscita del mio breve romanzo ho venduto molte copie, che senza queste serate di promozione non avrei venduto e molte persone non avrebbero saputo nemmeno che esisto.
E vi garantisco che per me è stato davvero una dura prova mettermi davanti a tante persone e parlare di me e del mio libro, ma sono state esperienze favolose e sono felicissima di aver fatto, non solo per il ritorno come scrittrice. Nel primo caso, per esempio, ho trovato un pubblico caloroso con cui dialogare, che mi ha accolto a braccia aperte pur non conoscendomi, con cui ho chiacchierato. Ho potuto ascoltare nuove voci e nuove storie sul terremoto.
Posso dirvi che ora che ho vinto la mia reticenza, anche se per me sarà ogni volta una dura prova espormi al pubblico, continuerò a fare presentazioni, perché è l'unico modo per farmi conoscere e per vendere di più.