sabato 28 marzo 2020

Ma vivi in una libreria?

Da piccola sognavo di avere una biblioteca in casa, di quelle belle grandi, che occupano un'intera stanza e stracolme di libri. Da grande mi sono comprata una casa e ho ricavato la mia stanza per la biblioteca. Un sogno realizzato! O quasi... In quella stanza, non affatto grande, convivono tutti gli hobby della famiglia, quindi sì scaffali stracolmi di libri, ma anche scrivania con il PC, che prima del corona virus usavo solo io per collegarmi alla rete e per scrivere i miei racconti e romanzi, e anche sala musica dove marito e figlia fanno le prove di violino, e anche, infine, sala giochi, con il pavimento letteralmente invaso da una montagna di giochi. 
A volte questa invasione familiare nel mio sogno un po' mi disturba. Ma sono comunque fortunata, non tutti possono vantarsi di aver realizzato un sogno, anche se in modo un po' strampalato e tutta questa promiscuità un giorno mi mancherà, quando le due Sbilf lasceranno questo tetto. 
Ieri, poi, mia figlia, durante una video-lezione, si è sentita chiedere da un compagno di classe: "Ma tu, vivi in una libreria?" 
E per un attimo mamma e figlia hanno condiviso lo stesso orgoglio. 

sabato 21 marzo 2020

Trasloco

«Allora è vero… partite!?!» Marco si affaccia sullo stipite della porta di ingresso del minuscolo appartamento di Antonio, constatando ancora una volta la sua insana abitudine a lasciare la porta d’ingresso spalancata.
«Mmm, mmm!» Accenna Antonio senza voltarsi. E’ intento a inscatolare le poche cose che quella minuscola sala d’ingresso riesce contenere e che, per le necessità familiari, fungeva fino al giorno prima, contemporaneamente da salotto, da ufficio casalingo e da sala giochi dei bambini. La moglie è ancora al lavoro e lui ha deciso di darle una mano.
«Ma cosa credi di trovare laggiù? Non stareste meglio qui?» Insiste Marco.
«E cosa ci rimaniamo a fare qui? Non abbiamo niente!»
«Perché, laggiù cosa credi di trovare?»
«Abbiamo terre che appartengono alla nostra famiglia da centinaia di anni…»
Marco, nel frattempo, è entrato dentro il piccolo appartamento e si è piazzato davanti all’amico. Gli afferra le mani per farlo stare un attimo fermo. Non riesce ancora a capire cosa lo spinga a lasciare tutto e tutti per un futuro incerto.
«Ma quelle terre sono aride, prive di vita e desertiche. Insomma in vivibili! Lo sanno tutti!»
Antonio solleva la testa con aria di sfida:
«Mi sono informato: qualcuno ci vive ancora. E poi qui è più o meno la stessa cosa. Voglio dire, guarda che vita schifosa abbiamo: lavoriamo per uno stipendio da fame, viviamo in quattro in un appartamento che sarebbe piccolo per una coppia… Insomma, voglio poter offrire qualcosa di diverso ai miei figli. Un futuro migliore… o per lo meno non tragicamente già scritto»
«Lo sai che sono luoghi pericolosi. Potreste anche morire…» Riprese l’amico, con un filo di voce, cercando di scacciare subito quell’immagine dalla testa.
«Già altre persone si sono trasferite e stanno benissimo!» Rispose secco Antonio, alzando improvvisamente la voce.
E’ stufo di quei discorsi.
E’ stufo di quella vita mediocre.
Possibile che proprio il suo migliore amico non riesca a capirlo? Eppure avevano passato decine di serate a bere nel pub del quartiere, lamentandosi di quei ritmi frenetici, del lavoro schifoso e dei pochi soldi, che guadagnavano chiusi tutto il giorno in quel grigio ufficio.
«Come vivrete?»  Gli chiede quindi Marco con un tono misto tra il rassegnato e la sfida. Conosce molto bene il suo amico: quando si mette un’idea in testa è praticamente impossibile fargliela cambiare. È scoraggiato, consapevole che quella, molto probabilmente, sarà l’ultima volta che vedrà il suo amico d’infanzia.
«Te l’ho detto. Laggiù ci sono terre che appartengono alla mia famiglia da generazioni… Le amministreremo… Magari ci pianteremo qualcosa…»
«Ma cos ne sai di agricoltura? Sono terre desertiche e fredde; cosa vuoi coltivarci? Insomma, i nostri avi le hanno abbandonate perché non offrivano più niente ed erano state quasi tutte contaminate…»
<<Sono passati duemila anni. Le terre si sono bonificate. E poi sono sicurissimo che gli ortaggi di adesso si adatteranno facilmente.» Ribatte Antonio con trasporto e gli occhi lucidi per l’eccitazione.
«Lo so che non sarà facile e che all’inizio dovremmo darci molto da fare, ma pensa: torneremo a respirare ossigeno vero e vivremo all’aria aperta! E non vivremo continuamente chiusi in queste strutture che, anche se cercano di riprodurre paesaggi ed ambienti “naturali” sono fasulli! Qui su Marte non è il nostro vero ambiente. Ma pensa che bello: torneremo a vivere sulla Terra!»

domenica 15 marzo 2020

Strumenti indispensabili di scrittura: i dizionari

Per me i dizionari sono ancora strumenti indispensabili nel processo di scrittura. Non perché sia ancorata al passato o perché rifiuti gli strumenti tecnologici. Anzi, quando cerco qualcosa passo sempre prima per internet: più immediato e veloce. Però tante volte succede che quello che trovo non mi soddisfa, perché non sufficientemente approfondito. E così allungo la mano verso la libreria, quella bassa, posizionata strategicamente sotto la finestra accanto alla scrivania, ad afferrare un dizionario.
In particolare, negli ultimi anni, ho riscoperto il "vocabolari riguladot", un dizionario di traduzione di termini carnici, nella variante del comune di Rigolato, con il suo inconfondibile uso della "o" finale e molto più vicino al mio parlato, rispetto al friulano di noti dizionari. Ci sono termini in friulano/carnico dalle sfumature uniche e, ahimè, intraducibili in italiano, che userei molto volentieri nei miei racconti. Come ad esempio "cretea", che letteralmente significa "albeggiare" ma che in sé richiama l'alba in montagna, quando il sole spunta dal "cret", la punta rocciosa del monte. Un'unica parola che evoca un'intera scena, come una diapositiva proiettata sulla parete.

Perché le parole sono magiche!

domenica 26 gennaio 2020

2019: un anno di libri

Questo post arriva molto tardi e forse non doveva essere scritto. Non qui almeno. Ho pensato diverse volte, per mantenere quella ce ormai era diventata una tradizione, di proporlo su Facebook o su Instagram, dove sono un po' più attiva.
Lo avrete capito, il blog era destinato a chiudere, ma non ho mai avuto il coraggio di farlo ufficialmente...
E infatti eccomi qui, perché il blog è una parte di me, il primo posto dove mi sono esposta come scrittrice. Non me la sento di chiuderlo e, anche se continuerò a pubblicare qualcosa solo sporadicamente, voglio mantenerlo attivo, per gli articoli più lunghi e più tecnici.
Quindi perché non ripartire con le tradizioni?
Bando alle ciance e mettiamoci a parlare di libri.
Nella scelta dei libri da leggere nessun criterio, solo l'umore personale e il gusto personale, senza limiti di genere o confini geografici. E quindi nell'elenco qui sotto ci sono libri che ho amato moltissime, che mi hanno coinvolto ed emozionato, ma ci sono anche libri che mi hanno delusa, che ho fatto fatica a finire, che, secondo il mio personalissimo giudizio, non meritavano di stare in cima alla classifica; ci sono poi libri letti per pura curiosità e altri per motivi di studio (no, non sono tornata a scuola, sono libri di narrativa, che leggo per studiarne il genere e le tecniche :-P)

1) Grammatica della fantasia, Gianni Rodari
2) Un lupo alla mia porta, Nick Jans
3) Quando l'amore nasce in libreria, Veronica Henry
5) L'occhio del lupo, Daniel Pennac
6) L'uomo illustrato, Ray Bradbry
7) Siamo quello che leggiamo, Aiden Chambers
8) Come una favola, Danielle Stell
9) L'Arminuta, Donatela Di Pietrantonio
10) Le forme del male, Paolo Morganti
11) In corpore vili - Anatomia di una lettrice, Lorella Barlaam
12) Un caso speciale per la ghostwriter, Alice Basso
13) Ogni riferimento è puramente casuale, Antonio Manzini
14) Tipi non comuni, Tom Hanks
15) Cucito addosso, Rebecca Quasi
16) La vita inizia quando trovi il libro giusto, Alig Berg e Michelle Kalus
17) Sem medo de ser feliz - Senza para di essere felice, Lara Calliaris
18) Aganis e Sbilfs, Emanuela Paulin
19) Fiori sopra l'inferno, Ilaia Tuti
20) Il mercante di libri maledetti, Marcello Simoni
21) Assassinio sull'Orient-Express, Agatha Christie
22) Cuore primitivo, Andrea De Carlo
23) Il punto alto della felicità, Maura Daltin
24) La scrittura o la vita, Annalena Benini
25) Lo zen dell'arte di scrivere, Ray Bradbury
26) La gatta che cacciava i fantasmi, Stefania Conte
27) La lunga strada verso te, Virginia Romanin
28) L'Ors di Pani -Storie e racconti della Carnia, Pier Arrigo Carnier
29) Rebecca Town a Londra, Manuela Siciliani
30) C'è un leopardo in terza c!, Angela Molfetta

Ora tocca a voi: commentate il mio elenco, ditemi cosa abbiamo letto in comune e chiedetemi perché di certe scelte o se mi sono piaciuti.

E per approfondire, ecco i precedenti "anni di libri": 
2018: un anno di libri
2017: un anno di libri
2016: un anno di libri
2015: un anno di libri

martedì 12 marzo 2019

Giocando con le parole: Carnia

Da quando ho aperto il mio profilo Instagram, ho riscoperto il piacere di giocare con le parole. Ho rispolverato quei giochini che tanto odiavo quando andavo a scuola, che ora, invece, si rivelano interessanti: acrostici e tautogrammi, che ben si prestano a essere trasformati graficamente e postati, appunto, su un social di fotografie e immagini come Instagram.
Sono anche dei bei esercizi di allenamento creativo, soprattutto in quei periodi in cui ho meno tempo da dedicare alla scrittura.
Vi propongo qui l'acrostico di Carnia, territorio del nord-ovest del Friuli Venezia Giulia, terra dove abito e che amo molto. 

     Cime svettano nell'
     Azzurro cielo, ispirano
     Riposo bucando le
     Nuvole con le punte
     Innevate e invitano a respirare l'
     Aria buona di montagna.

E voi, giocate mai con le parole?

lunedì 18 febbraio 2019

Agatha Christie: scrittrice per scommessa?

Può una scommessa tra sorelle determinare la scena internazionale della letteratura?
Sembrerebbe di si. Agatha Christie, la regina indiscussa del giallo, ha scritto il suo primo romanzo “Poirot a Style Court” a seguito di una scommessa con la sorella maggiore.
Ad onore di cronaca, la scrittrice non era proprio una neofita: si dilettava già a scrivere novelle e la sorella colse l’occasione per sfidarla, certa che non sarebbe riuscita a scrivere un intero romanzo. Era il 1914, durante la Prima Guerra Mondiale, e Agatha Christie prestava il proprio servizio come infermiera.
Non ho capito bene se tale scommessa era stata una sfida-dispetto tra sorelle o se la sorella, intuendone il talento, l’avesse sfidata per tirale fuori un potenziale, che altrimenti sarebbe rimasto latente. Pur conoscendo, per esperienza personale, i rapporti semi-conflittuali che sono a base dei rapporti tra sorelle, propendo per la seconda ipotesi: anche se sognava di diventare una cantante lirica, la Christie già scriveva racconti; la scrittura era già parte di lei e sono certa che, magari un po’ più tardi, avrebbe comunque scritto romanzi e il risultato sarebbe stato più o meno lo stesso.
E voi, cosa ne pensate? Senza l’intervento fortuito della sorella, avremmo avuto comunque la Signora del giallo?

mercoledì 9 gennaio 2019

Segnalazione "Tra l'ombra e l'anima" di Maria Teresa Steri

Segnalo a tutti gli amanti della buona lettura il nuovo romanzo di Maria Teresa Steri Tra l'ombra e l'anima in uscita oggi. 
Si tratta della seconda edizione completamente riveduta del thriller I custodi del destino, già edito 2009 da Deinotera Editric. 


Titolo: Tra l’ombra e l’anima
Autore: Maria Teresa Steri
Data di pubblicazione: 9 gennaio 2019
Genere: thriller psicologico-paranormale
Pagine: 370

Trama
Da due anni la mia vita non è più la stessa. Visioni e memorie di eventi mai vissuti mi costringono a rintanarmi in casa. L’ossessione per un uomo sconosciuto – da me battezzato “il Visitatore” – minaccia il mio matrimonio. Né mio marito né il terapista al quale mi sono rivolta sono disposti a credermi. Solo Alba, una donna incontrata su Internet, sembra in grado di darmi delle risposte. Mi ha convinta che i miei strani ricordi appartengono a una vita precedente e che il Visitatore è un uomo in carne e ossa.
Ora però Alba è morta, forse assassinata da una misteriosa associazione, e io sono rimasta da sola a cercare l’uomo delle mie visioni. Ma la rete di segreti che circondava Alba si sta stringendo pericolosamente intorno a me. E affrontare il passato che ho dimenticato è come gettare uno sguardo in un pozzo oscuro e senza fondo.

Le anime con un legame antico si rincontrano sempre.



Ebook o cartaceo in vendita su Amazon:

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Prezzo cartaceo:  € 11,00
GRATIS con Kindle Unlimited

Primi capitoli scaricabili in pdf: http://bit.ly/2QmdZTS


Incipit
In apparenza è un giorno come tutti gli altri. Simone si prepara per andare al lavoro, io indugio davanti alla finestra del salotto, intenta a osservare la strada. In realtà non è un giorno qualunque, perché oggi per la prima volta dopo due anni metterò piede fuori casa da sola.
Sto andando a caccia di risposte. Alla ricerca di un uomo che mi ha rovinato la vita e che pure smanio di incontrare, conoscere, guardare in faccia. Un uomo che non so neppure se esista davvero o se sia solo il frutto di un morboso vaneggiare, un’opportunistica invenzione della psiche, come asserisce il mio terapista.
Stringo con entrambe le mani la solita tazza di caffellatte con un misto di eccitazione, paura e senso di colpa. Abbandonare la sicurezza delle mura domestiche mi atterrisce. Tutto il mio mondo è stato tra queste pareti per così tanto tempo che stento a credere ci sia altro là fuori.
Da due anni ho smesso di lavorare, vedere gli amici, andare a fare la spesa, uscire la sera. Vivo in una reclusione auto imposta nel tentativo di arginare le mie ossessioni.

Estratto
Ormai è cessata ogni ribellione. Non ho più paura dell’immobilità che mi imprigiona, ho accettato di non poter muovere un solo muscolo, di essere in balia di quest’entità sconosciuta e intangibile che viene a farmi visita. Le permetto di travolgermi e intontirmi fino all’offuscamento totale della coscienza.
Spesso è un contatto intimo, intenso, quasi carnale. Altre volte solo un tocco delicato ed evanescente. L’accompagna però sempre una penosa nostalgia, un desiderio lacerante per qualcosa di perduto.
Quando se ne va, mi ritrovo dolorosamente vuota, in uno stato mentale sospeso, finché pian piano i sensi ritrovano la calma.
Mi giro su un fianco e il mio corpo viene pervaso dal sopore.
Ho combattuto a lungo contro il Visitatore, gli ho opposto resistenza, tentando di sottrarmi alla sua seduzione e rifiutando di ammettere l’effetto inebriante che aveva su di me. Ne ho avuto persino terrore in un primo tempo. Ma per quanti sforzi abbia fatto, non sono mai riuscita a rinunciarvi.



Biografia autrice
Maria Teresa Steri è nata nel 1969 e cresciuta a Gaeta. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia si è trasferita a Roma, dove vive attualmente con il marito. Ha collaborato come giornalista pubblicista nella redazione di quotidiani e riviste.
Cura il blog Anima di carta (https://animadicarta.blogspot.com/) dedicato a chi ama scrivere e leggere. Si interessa di scrittura creativa e antroposofia. È un’appassionata di Alfred Hitchcock. I suoi autori di narrativa preferiti sono Ruth Rendell e Boileau-Narcejac.
Ha pubblicato nel 2009 il suo primo romanzo “I Custodi del Destino” (Deinotera Editrice, fuori catalogo), un thriller basato sull'idea della reincarnazione. Nel 2015 è nato “Bagliori nel buio”, un noir sovrannaturale, e nel 2017 il thriller esoterico “Come un dio immortale”. Nel 2019 è uscita la seconda edizione de “I Custodi del Destino” (interamente riveduto) con il titolo “Tra l'ombra e l'anima”.

Blog autrice:  Anima di carta

giovedì 3 gennaio 2019

2018: un anno di libri

Come tradizione di questo blog vuole, ecco l'elenco delle letture dell'anno appena trascorso. 
Ormai non è una novità che leggo un po' di tutto, senza alcun criterio se non l'umore del momento.
Nel 2018 ho letto, a fianco di nomi noti, diversi libri pubblicati in self, complici, immagino, le frequentazioni web; ho scelto anche alcune pubblicazioni locali e devo dire che mi hanno soddisfatta; gli e-book, come al solito, sono stati pochissimi, non riesco ancora ad abituarmi alla parola su schermo.

* Storia di una ladra di libri, Mackus Zusak;
* Il manifesto del libero lettore, Alessandro Piperno;
* Come sono diventata scrittrice, Eudora Wetty;
* Diario di un cinico gatto, Daniele Palmieri;
* Se tu non fossi qui, Barbara Anderson e Alberto Guerrini;
* Pomeriggio di uno scrittore, Peter Handke;
* La scrittura è difficile, Marco Freccero;
* Annunci facebook per scrittori, Silvia Pillin;
* Book-blogger - Scrivere di libri in rete: come, dove, perché, Giulia Ciarapica;
* Nascita di una ghostwriter, Alice Basso;
* 4 3 2 1, Paul Auster;
* La scrittrice del mistero, Alice Basso;
* La tredicesima storia, Diane Setterfield;
* Victorian Horror Story, Mala Spina;
* Il mio mondo nei tuoi occhi, Giulia Borgato;
* Uno studio in rosso, Arthur Conan Doyle;
* La mia famiglia e altri animali, Gerard Durell;
* La ricetta del vero amore, Nicolas Barreau;
* Te lo giuro sul cielo, Luigi Maieron;
* La compagnia dei benandanti, AA.VV.;
* Tra le pagine di un libro, Sonia Gimor;
* Storie di fantasmi, Manuel Vàzques Montalbàn;
* Una vita da libraio, Shaun Bythell;
* Il procuratore, Andrea Vitali;
* L'uomo di Calcutta, Abir Mukherjee;
* Ruba come un artista, Austin Kleen;
* Eleanor Oliphant sta benissimo, Gail Honeyman;
* Desperate writers - Vademecum per scrittori irriducibili, Bruna Graziani;
* Viaggio in Carnia, Giovanni Comisso;
* Titoli di coda, Petros Markaris;
* La misura di tutto, Camilla Ranzullo;
* Una passione sinistra, Chiara Gamberale;
* Racconti di Natale, Angela Catalini.

Cosa ne pensate del mio elenco?
Qualcuno di voi ha letto gli stessi libri? 

Per dare un'occhiata agli elenchi degli anni scorsi:

domenica 23 dicembre 2018

Dottor ghiaccio

Entrando in casa, M. accese solo la piccola abatjour posata sulla madia d’ingresso, accanto al portaoggetti di cristallo, che usava per riporre le chiavi. Si tolse le scarpe e la giacca che ripose con cura nell’apposito armadio. Poi, con passo leggero, andò a stendersi sul divano bianco che faceva bella mostra di sé al centro dell’openspace.
Il bello del suo appartamento era il completo silenzio che vi regnava.
Era esausto.
E triste.
Quel giorno era morto un suo paziente. Non era il primo e non sarebbe stato l’ultimo.
In ospedale lo chiamavano il Dottor ghiaccio per la sua capacità di rimanere impassibile davanti alla sofferenza dei suoi pazienti e a quella dei loro familiari, sia quando annunciava la fatale diagnosi, sia durante le lunghe e penose terapie, sia quando infine il paziente non ce la faceva e gli toccava comunicarlo ai parenti.
La sua era solo una maschera che aveva indossato sin dal primo giorno. Un medico non poteva certo piangere assieme ai suoi pazienti. Doveva essere invece un punto saldo, una figura solida a cui far riferimento.
Questo era quello che mostrava, ma dentro di sé gli sembrava di avere un leone arrabbiato che voleva uscire e gli lacerava il petto.
Era dicembre. Il mese più difficile in assoluto. Per chiunque. Era il mese della famiglia e degli affetti, ma anche il mese della malinconia. Il mese dove l’assenza delle persone care perse, anche da tempo, riprendeva piede negli animi, squagliando i cuori.
Annunciare ai famigliari che la battaglia intrapresa dall’amato congiunto non era servita a niente era sempre una prova difficile, ma proprio a ridosso del Natale lo era ancora di più, quasi che il dolore dei parenti si raddoppiasse.
Lo sapeva bene lui, che aveva visto impotente morire sua madre proprio il giorno di Natale.
Era ancora piccolo, ma quel giorno cambiò drasticamente la sua vita. Non aveva potuto aiutare la persona alla quale aveva voluto più bene al mondo e aveva deciso che la sua vita l’avrebbe spesa per evitare ad altri di soffrire come aveva sofferto lui.
Si era buttato a capofitto nello studio e si era iscritto a medicina, per poi specializzandosi in oncologia.
Dopo che anche suo padre se ne fu andato, non aveva coltivato altri affetti se non la passione per il suo lavoro. Aveva fatto importanti scoperte e aiutato tanti pazienti, che solo fino a qualche anno prima non avrebbero avuto alcuna speranza, ma purtroppo non riusciva a salvarli tutti.
Erano sempre troppi quelli che non ce la facevano.
Quando però i suoi pazienti guarivano e lo guardavano con occhi rinati e speranzosi, si dimenticava di tutto e sapeva che il paziente di lì a poco avrebbe festeggiato con amici e famigliari quella seconda possibilità.

Si era quasi assopito, quando suonarono al campanello.
Chi poteva essere? Non riceveva ospiti da una vita.
Si ricompose e asciugandosi le guance dalle silenziose lacrime, quasi del tutto seccate, aprì la porta del suo appartamento, senza nemmeno chiedere prima chi fosse.
Davanti si presentò un omino timido, che con reverenziale rispetto si tolse il cappello di feltro, mostrando una testa quasi del tutto calva.
Era un volto noto, ma che M. non riusciva a mettere a fuoco.
«Buona sera dottore.» Disse l’uomo, visibilmente imbarazzato, con un filo di voce. «Ecco, niente, spero solo di non averla disturbata. Solo, che, ecco, non l’avevamo ringraziata per aver salvato la vita a nostra figlia e…».
Ecco chi era il signore davanti all’ingresso di casa sua: il signor R. Lo aveva visto tante volte negli ultimi mesi accompagnare la figlia per una leucemia, che sembrava del tutto regredita.
«Ma guardi, che mi ha ringraziato.» Rispose, quasi più imbarazzato del suo interlocutore, ma ritrovando la sua voce ferma e impostata da Dottor ghiaccio. «E poi mi basta sapere di aver aiutato a guarire il mio paziente.»
Il signor R. gli fece un ampio sorriso.
«Be’ ecco, non so come dirglielo, ma siccome abbiamo saputo dall’infermiera che lei è tutto solo, ecco, saremmo felicissimi di averla a cena stasera con noi per il Veglione, perché non lo avremmo festeggiato se non fosse stato per lei!»
M. rimase senza parole. Doveva indagare subito chi era l’infermiera che si permetteva di parlare della sua vita privata con i pazienti e le avrebbe fatto una bella lavata di capo, di quelle che non si scordano.
«La prego, non si faccia implorare. Davvero, un uomo come lei non dovrebbe passare la Vigilia da solo. Noi non abbiamo altro modo di ringraziarla. Siamo gente semplice. Ma vedrà, passerà una bella serata in compagnia di amici e, chissà, magari le toglieremo un po’ di malinconia.»
M. guardò l’uomo chiedendosi come facesse a sapere del cratere vuoto che gli ammorbava il cuore, ma quando questi con un sorrisetto ammaliante gli fece l’occhiolino, si ricordò che il suo vuoto era molto simile ad ogni altro cuore che si sentiva solo. Non c’era nessuna magia nelle parole del signor R., solo una logica deduzione.
Eppure una magia c’era stata, perché M. accettò l’invito e passò una Vigilia in famiglia, ridendo e sentendosi riempire dentro.
E… forse l’infermiera pettegola si meritava un cestino al posto di una lavata di capo.

lunedì 19 novembre 2018

IL PRIMO PAIO DI SCARPE DA GINNASTICA


Quando mi è stata proposta la gestione del rifugio non ho esitato minimamente e ho risposto subito di sì. Il modo migliore di conciliare lavoro e passione per la montagna. È stato quasi un sogno. Poter vivere tanti mesi in quota, avere la possibilità di arrampicarmi quasi ogni giorno e godere di un panorama mozzafiato che spazia dalla vetta fino giù a valle, respirare aria fresca e pulita e immergermi nei suoni della natura, che negli anni ho imparato a riconoscere: dal fischio della marmotta al bramito del cervo, fino a distinguere la specie degli uccelli dal loro cinguettio. Sono nata in un piccolo paesino montano e sono cresciuta imparando a conoscere e apprezzare le bellezze di boschi, monti e corsi d’acqua, ma anche a capire quali sono i pericoli insiti in questo ambiente ancora inviolato. Perché la montagna è affascinante, ma se non la conosci è anche molto pericolosa.
Il rifugio è raggiungibile sia a piedi sia con un fuoristrada. A piedi ci sono due sentieri, uno adatto per i camminatori meno esperti, più lento e meno ripido, mentre l’altro è più ripido, ma ti permette una più veloce salita. E poi dal rifugio ci sono diverse escursioni per ogni livello di preparazione.
In questa avventura mi hanno seguito mia mamma e mia sorella: un rifugio tutto al femminile!
Come me, entrambe amanti della montagna, mia mamma si è subito occupata della cucina e con i suoi piatti tipici e le sue torte per viziare gli avventori.
Devo dire che il lavoro è molto gratificante e mi sta dando delle vere soddisfazioni. Ci sono giornate in cui si corre dalla mattina alla sera perché il rifugio è pieno, sia durante la giornata con gli escursionisti di passaggio, sia la sera quando le camere sono tutte occupate. Ci sono, invece, giornate in cui non vedi nessuno e mi posso dedicare a me stessa e alle mie passioni, dalle arrampicate in quota fino alla semplice osservazione della fauna e della flora. Forse le giornate peggiori sono quelle quando piove: non puoi uscire e nessuno anima viva; a volte siamo fortunati quando alcuni clienti, ignari o temerari delle previsioni atmosferiche, si fanno sorprendere dal brutto tempo e rimangono in rifugio, e così ci facciamo compagnia a vicenda.
Una cosa, in particolare, mi ha sorpreso in questo lavoro: l’abbigliamento degli escursionisti. Scioccamente, davo per scontato che i frequentatori della montagna adottassero un abbigliamento consono, non dico attrezzato come un arrampicatore professionista, ma almeno un vestiario comodo e, soprattutto, delle scarpe adatte, magari anche solo un paio di scarpe da ginnastica gli escursionisti, molto valide per i meno esperti che camminano nei sentieri turistici. E invece in rifugio, complice la possibilità di salire anche in fuoristrada, sono arrivati tacchetti, sandali, minigonne e fintanto infradito.
Per me, che ho imparato a conoscere i pericoli della montagna fin da piccola, è fondamentale la sicurezza e sono stata ben felice di partecipare ai corsi di primo soccorso e di guida alpina necessari per avviare l’attività, per cui non posso fare a meno di rimarcare la clientela quando proprio sta esagerando: è solo una questione di buon senso, che sembra mancare.
«Non avrà mica intenzione di andare per sentieri con quelle zeppe?» Ho chiesto una volta ad una signora seduta al tavolone di legno fuori dal rifugio. La donna, dopo avermi fulminata con lo sguardo, mi ha risposto: «Indosso SOLO scarpe con tacco. E poi queste sono più comode di un paio di pantofole!» E poi si è voltata verso il marito in uno scatto di stizza. Probabilmente erano solo snob di città che raggiungevano la quota con il loro SUV ultimo modello, solo per vantarsi poi con gli amici, ignorando completamente che questo non è vivere la montagna. Fatto sta che passata poco più di un’ora, ritornò in rifugio il marito pallido come un lenzuolo candeggiato e agitato come una pallina da flipper. Mi ci vollero alcuni minuti per capire cosa mi stava dicendo: il cellulare non prendeva e non poteva chiamare i soccorritori, la moglie che voleva solo raccogliere un bellissimo fiore blu, era caduta, era svenuta, forse morta, non rispondeva.
Mia sorella ed io ci precipitammo veloci lungo il sentiero turistico. Mi ero portata dietro il telefono satellitare, ma prima di chiamare i soccorsi volevo raggiungere la donna e verificare di persona la situazione. Perché se conoscevo la zona, e la conoscevo bene, la donna non poteva aver fatto una caduta così rovinosa. Con il nostro passo allenato, in un quarto d’ora avevamo raggiunto il punto della caduta, con un marito annaspante alle nostra spalle. Come immaginavo la donna era scivolata un paio di metri lungo il pendio, dopo aver tentato di raccogliere una Genziana. Ovviamente un fiore la cui raccolta è proibita, un’azione che poteva denotare ignoranza delle regole montane o, peggio, sprezzo per le stesse. Per fortuna un piccolo terrazzamento naturale l’aveva fermata. Il grosso del danno glielo avevano procurato le zeppe, perché oltre a un paio di escoriazioni si era slogata in malo modo la caviglia sinistra. Non era rotta, ma si era già gonfiata molto e le faceva sicuramente molto male.
La donna era palesemente sotto choc, ma sembrò subito più sollevata quando ci vide. Mia sorella le offrì una borraccia di acqua fresca e dopo aver sorseggiato, riprese un po’ di colorito e rispose alle nostre domande, anche se a monosillabi.
Non fu difficile recuperarla: non ci fu bisogno di corde, ma bastarono le nostre gambe allenate ed esperte e due paia di braccia per sollevare e sorreggere l’infortunata. Avrebbe potuto scendere il marito, senza creare inutili allarmismi, ma non ne aveva avuto il coraggio. Era proprio per situazioni come questa, che al corso ci avevano insegnato prima di tutto a raggiungere il posto e verificare la situazione di persona, per evitare di far partire uomini ed elicotteri senza una reale emergenza.
Solo dopo aver trascinato la donna fino al sentiero, il marito si avvicinò e si offrì di aiutarci a guidare la moglie fino al rifugio.
Al nostro rientro c’erano ad attenderci clienti curiosi e in pensiero e nostra madre, che in situazioni come questa si preoccupa, oltre che della salute degli escursioni, anche per quello che può succedere alla sue figlie. Mia sorella, scuotendo la testa, riprese la sua postazione in rifugio. Io accompagnai i due al loro SUV e mi raccomandai all’uomo di raggiungere l’ospedale per fare una radiografia alla caviglia della donna. Non mi sembrava rotta, ma in fondo mica sono un medico.
Ecco, quando vedo in montagna scarpette con la soletta liscia, tacchettini o cose simili, racconto sempre l’episodio della signora con le zeppe. La quale, tra l’altro, ritornò in rifugio un paio di settimane dopo per ringraziarci. Con un sorriso un po’ imbarazzato mi disse: «Ha visto cara? Mi sono comprata il mio primo paio di scarpe da ginnastica!» e sollevò la gamba per mostrarmi un bel paio di scarpe nuove di zecca. Decisamente più adatte.