Sono una scrittrice esordiente. Sin da giovanissima mi sono cimentata a scrivere racconti. Qui ho trovato uno spazio dove esprimermi, dove postare i miei racconti in attesa del vostro giudizio, ma anche un luogo dove parlare di libri o semplicemente per raccontarvi della mia esperienza come scrittrice; a volte mi permetterò anche di divagare, per fermare un’idea o un momento. Ad ogni modo sarà un luogo dove imparare a scrivere e dove esercitarmi: un taglia e cuci di parole, proprio come un atelier!

lunedì 19 febbraio 2018

Questione di ego

Ego ego delle mie brame, chi è lo scrittore più egocentrico del reame?
Ho sempre amato scrivere e penso che continuerò a farlo, con o senza lettori al seguito. La notorietà, mi sono sempre detta, arriva da sola, senza cercarla. Basta scrivere una storia bella e appassionante e lasciare fare ai lettori e al passa parola. Io stessa sono una lettrice e so come funziona. Qualcuno parla bene di un libro, magari più di qualcuno, ne senti parlare un po’ ovunque, ti incuriosisci, lo cerchi e lo leggi. Non sempre sei d’accordo con il consiglio ricevuto, ma molte volte sì. Altri libri, invece li leggi perché ti chiamano in libreria. Sì, avete capito bene. Sono fermamente convinta che siano i libri a scegliere il lettore e non il contrario. Come mai, infatti, quando sei in una libreria prendi in mano solo alcuni volumi e non altri? Come mai quel libro attrae la tua curiosità e non altri? Non credo sia solo questione di copertina e titolo, perché tante volte sono tutti omologati e simili tra loro. Forse la quarta di copertina? Anche, ma non solo, perché mica leggiamo tutte le trame di tutti i libri prima di scegliere quale portare in cassa, giusto? Perché leggiamo la quarta di quel libro e non di quello che gli è subito a fianco?
Ma sto divagando… stavo parlando da scrittrice e non da lettrice…
A volte, devo ammettere, mi prende un moto di ribellione a questa lunga attesa. Sì, il mio ego bussa alla porta e mi dice: quelli che hanno letto qualcosa di tuo, poi continuano a leggerti, aspettano nuove uscite e ti fanno anche i complimenti a voce, per mail, via messaggio…, e allora perché non riesci ad avere più lettori di così? Ci sono nomi che hanno avuto successo che non scrivono certo meglio di te, a volte anzi hanno scritto storie banali, eppure hanno un seguito ben nutrito, perché tu no? Muoviti, datti da fare, fai circolare il tuo nome e i tuoi libri!
E in questi momenti mi prende una certa agitazione. Mi chiedo se davvero sto facendo il possibile per emergere, per farmi notare. Certo che no, è la risposta immediata. E allora mi metto in moto alla ricerca di un modo per farmi notare, per trovare nuovi lettori. Mi manca un piano marketing, di sicuro, ma come farlo? Studiare anche quello, togliere ancora tempo ed energia alla mia vera passione? Navigo su internet alla ricerca della formula magica, che ovviamente non esiste.
Osservo cosa fanno colleghi attorno a me e mi chiedo: davvero tallonare i propri lettori per ottenere recensioni o spammare il proprio libro a destra e a manca si ottiene più visibilità? A qualcuno questo comportamento forse ha portato a qualche risultato, ma ho come la sensazione che questa non sia la strada giusta, non per me almeno: forse ti fai notare, ma in modo negativo… ci vuole il giusto limite e quello che mi sentivo di fare l’ho fatto, anche se non ha portato a grandi risultati.

Preferisco rimanere nell’ombra e scrivere solo per qualcuno, piuttosto che sentirmi una disperata in cerca di conferme. Nonostante l’ego. Che poi si sa non ne ha mai abbastanza.

domenica 28 gennaio 2018

Perché ho scelto il self

A breve uscirà il mio terzo romanzo dal titolo L’uomo che misurava il tempo. Per lui ho scelto la strada del selfpublishing, e vi garantisco che non è stata una scelta facile, né come decisione da prendere, né come via di pubblicazione.
Per molti infatti il self è una scorciatoia per quegli autori che non hanno trovato un editore. Ovviamente non posso parlare per gli altri né per la massa in generale. Nel mio caso non è stato questo a spingermi a pubblicare in self. Ho già pubblicato con un editore e… sì, è stato proprio questo a spingermi al self. Non ho molto da lamentarmi del mio precedente editore, i termini contrattuali sono stati rispettati e ho avuto come interlocutore una brava persona, aperta al dialogo e disponibile. Ma era un piccolo editore e con tutta la buona volontà i suoi innumerevoli sforzi in termini di promozione, nel mio caso, non hanno portato molto lontano. L’editore mi ha reso partecipe dei suoi sforzi: ha partecipato a fiere, più o meno importanti, con i suoi costi (sia monetari, sia in termini di energie); ha inviato newsletter alle librerie, senza aver mai ricevuto un cenno di lettura; ha inviato copie omaggio alle Amministrazioni comunali dove è ambientata la vicenda, senza ottenere nemmeno in cambio un “grazie, lo metteremo nella biblioteca a disposizione degli utenti”, figuriamoci ottenere la possibilità di presentare il libro; ha scritto ai quotidiani locali chiedendo l’abbinamento del volume in occasione del 40° anniversario del terremoto in Friuli, senza ricevere alcun cenno di risposta. Inoltre un piccolo editore ha grosse difficoltà di distribuzione e il mio libro non era fisicamente presente nelle librerie. Molte persone mi chiedevano dove potevano trovare il libro e storcevano il naso quando dicevo di prenderlo on line (sito dell’editore o store), preferendo acquistarlo subito rivolgendosi a me.
Il novantanove per cento delle vendite e tutte le (poche) presentazioni fatte le ho ottenute con sforzo personale, promuovendomi da sola sui social e conoscendo e contattando direttamente le persone. I libri sono arrivati in qualche libreria perché sono andata con le mie copie e le ho lasciate lì in conto vendita.
Tanto sforzo per prendere davvero due spiccioli di diritto d’autore. La domanda è sorta praticamente spontanea: perché devo sforzarmi tanto, perdere tempo ed energie per far guadagnare qualcun altro? Perché non ottenere il massimo da questo mio sforzo?
Ecco la decisione.
E vi garantisco non è una scelta facile. Ti assalgono mille dubbi, hai paura di comprometterti, di sbagliare. Non sai bene come muoverti: formati, copertine, revisioni, ecc.
Sono mesi che studio e mi informo. Per fortuna ho conosciuto persone disponibili che mi hanno dato ottimi consigli.
Per prima cosa ho provato sperimentando il self rieditando un testo già pubblicato e fuori catalogo (Il valore di un libro,ndr.), un testo già corretto e per il quale avevo già avuto dei feedbach positivi. Ho guadagnato più vendendo dieci copie di questa riedizione self (i miei lettori affezionati lo avevano già acquistato) che non con duecento con un editore.
Ma un romanzo nuovo nuovo è tutta un'altra cosa. Non hai certezze, né una base da cui prendere spunto.
Per il nuovo romanzo ho pagato un editor professionista per avere un prodotto di qualità.
Per la copertina, invece, ho fatto da sola. Ho visto e studiato le cover di professionisti che si fanno pagare profumatamente, realizzate con foto acquisite gratuitamente on line e ritoccate si e no con un paio di filtri, corredate dal giusto font per titolo e nome dell’autore. Ho quindi scelto, in questo caso, la via del risparmio, perché in fondo smanettando un po’ mi sembra di aver raggiunto un risultato soddisfacente. Uso il condizionale, perché a me piace e anche agli amici a cui l’ho mostrato, ma ovviamente saranno i lettori finali a decidere (sperando di non farli scappare, ma di attirarli verso il libro).
Ho fatto bene a scegliere il self? Lo saprò solo tra qualche mese, quando potrò vedere l’andamento delle vendite e avrò sentito le reazioni dei miei lettori.
Intanto incrocio le dita, perché davvero con questo progetto mi sto mettendo in gioco. E parecchio.

mercoledì 3 gennaio 2018

2017: un anno di libri

Se non fosse per il tradizionale post riassuntivo delle mie letture annuali, cancellerei dalla memoria il 2017. Non voglio tediarvi con i miei problemi; non l'ho mai fatto e non inizierò ora, ma sono davvero felice sia finito. È stato davvero un anno difficile e ne hanno risentito anche le letture.

Ciò premesso ecco di seguito l'elenco delle mie (poche) letture 2017:
1) Le donne erediteranno la terra, Aldo Cazzullo;
2) I nonni dicevano, Enrico Bossignana;
3) Esercizi di stile, Raymond Queneau;
4) L'imbròi e la capelo, Omar Bitussi;
5) Il club Dumas, Arturo Péres-Reverte;
6) La notte che il Friuli andò giù, AA.VV.;
7) Antologia "Per le antiche vie", AA.VV;
8) Ci rivediamo lassù, Pierre Lemaitre;
9) Racconti umoristici, Edgar Allan Poe;
10) Il condominio degli amori segreti, Livia Ottomani;
11) Strano mestiere, Suria Poletti;
12) La vita per principianti, Slawomir Mrozek;
13) Scrivere zen - Manuale di scrittura creativa, Natalie Goldberg;
14) Hunger Games, Suzanne Collins;
15) L'amore è una sorpresa, Maria Cristina Sferra;
16) Il gioco delle Gioconde, Francesco Giuseppe Colombo;
17) Cos'è una ragazza, Alain De Botton;
18) Uno scomodo cappotto di legno, Simone Dellera;
19) Non ditelo allo scrittore, Alice Basso;
20) Caro scrittore in erba..., Gianluca Mercadante;
21) Immagina di essere in guerra, Janne Teller;
22) Il puzzle di Dio, Laura Costantini e Loredana Falcone;
23) La trilogia di Fàuz - La leggenda delle "mosche bianche" e alla ricerca di Fàuz, Eleonora Antonini;
24) L'ultimo giro di valzer, Morena Fanti e Marco Freccero;
25) Il segreto di Parigi, Karen Swan;
26) Avventure di piccole terre, Ambrogio Borsani;
27) La ghostwriter di Babbo Natale, Alice Basso;
28) Amori e pregiudizi nella libreria dei cuori solitari, Annie Darling;
29) Misfatto in biblioteca, Antonella Rogondino;
30) La collezionista di libri proibiti, Cinzia Giorgio.

Come potete vedere ho spaziato molto nei vari generi letterari, senza pormi limiti; ho cercato di prediligere scrittori italiani, lasciando spazio anche a esordienti, emergenti e self.
Ci sono state diverse delusioni, letture piacevoli, alcune conferme.

A voi cosa sembra il mio elenco? Avete condiviso alcune delle mie letture?
Sono curiosa di sapere cosa avete letto e quali generi avete scelto.




domenica 5 novembre 2017

Racconto brevessimo per Io Donna Winter

Ho provato a mettermi in gioco inviando un racconto brevissimo a IO Donna Winter. 
E devo dire che è stata una prova interessante, indipendentemente da come andrà a finire.
Mi sono sempre ritenuta una scrittrice di cose brevi. È una critica che mi è stata rivolto in più di un'occasione. Ecco, ho pensato che questo tipo di concorso fosse l'ideale per me. Ho pensato e scritto un racconto brevissimo, ma ahimè era troppo lungo! Mille caratteri, spazi inclusi, mentre il mio era praticamente il doppio. Ho faticato parecchio a tagliare e accorciare. Alla fine il risultato, lo potete vedere qui, non è male, anche se credo abbia perso un po' della sfumatura iniziale.

Ciò premesso, se vi piace, se vi va, se… be’ potete votarmi! Basta cliccare, dopo averlo letto, sul cuoricino apposito.
Grazie a chi vorrà dedicarmi un po’ del suo tempo.

sabato 28 ottobre 2017

Una sola notte

Un’antica leggenda narra che la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre i morti possano tornare dai vivi, parlare con loro e passare insieme un po’ di tempo. Questa speranza era stata per Alba l’unico spiraglio di vita, dopo la morte di Francesco. Aveva atteso quella notte per mesi e ora finalmente avrebbe potuto rivedere il suo amore; chissà, magari avrebbe anche potuto riabbracciarlo.
Durante il giorno aveva pulito tutta casa, con particolare attenzione al salotto, dove si accingeva ad attendere la sua venuta. Accese le candele profumate sul tavolino basso e si accomodò sul divano rosso con le gambe accucciate verso il corpo. Si era avvolta attorno il plaid bianco, quasi fosse un abbraccio sostitutivo di Francesco. Accese lo stereo e lasciò che si diffuse una dolce melodia nella stanza. Con il cuore che ad ogni minuto sobbalzava in trepida attesa, sfogliava una rivista di moda, cercando di concentrarsi sui nuovi trend di stagione. Ma la mente vagava nel ricordo di Francesco e del tempo che avevano passato assieme. Il primo incontro, con quell’uomo bellissimo ma insolente, in fila per giocare al lotto. Si erano poi incontrati diverse volte in ricevitoria e l’amicizia a poco a poco era nata per poi trasformarsi in passione. Ripensò alle lunghe chiacchierate seduti davanti al caminetto di casa sua a parlare svogliatamente di temi scottanti come la politica, le tragedie nel mondo e, in modo più coinvolto, di giocate al lotto e di eventuali funerali che, di tanto in tanto, irrompevano nella loro esistenza. Ogni volta che moriva qualcuno che conoscevano, Francesco diceva, a seconda dei casi: “un genitore non dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli” o “se muoio io per primo, ti porto in sogno i numeri del lotto”. Fin’ora non lo aveva mai fatto. Francesco era terrorizzato dalle malattie e, tragicamente, quella lo aveva colpito e portato via. Ripensò a quegli ultimi giorni di sofferenza: in pochi giorni lo aveva consumato e portato via. Ricacciò indietro le lacrime: quello non era un giorno triste, ma di speranza. Guardò l’orologio sopra il televisore spento: già mezzanotte, pensò. Ripose la rivista sopra il tavolino, spense lo stereo e accese la televisione. Girò i canali uno per uno alla ricerca di qualche trasmissione interessante, che le permettesse di passare il resto dell’attesa vigile, ma spensierata. Si soffermò un po’ di tempo a guardare un programma di anticipazioni cinematografiche e poi ricominciò a vagare tra i vari canali. Il tempo ora le sembra interminabile. Non sentiva più nessun rumore, nemmeno dalla strada. Si distese dolcemente appoggiando la testa sul cuscino. L’orologio indicava l’una meno un quarto di notte. Decise di guardare una sit-com vecchissima, che passavano periodicamente da anni in televisione. L’una e mezza. Ora sentiva freddo e decise di aggiungere al plaid un’altra coperta, per scaldarsi un po’. Una volta creato un nido caldo non provò nemmeno a cambiare canale in televisione per non dover allungare il braccio verso il telecomando. L’ultima volta che guardò l’orologio erano le due e sette minuti e Francesco non si era ancora fatto vedere. Nemmeno se ne rese conto, ma si addormentò.
Si svegliò solo quattro ore dopo, quando la luce entrava accecante dalla finestra: la sera prima si era dimenticata di chiudere le tapparelle. Smarrita si mise seduta. Quanto era stata stupida a credere ad una simile sciocchezza: è ovvio che i morti non ritornano! In cuor suo lo aveva sempre saputo che era solo una diceria per babbei, ma ci aveva voluto credere. Si era resa improvvisamente conto di essere stata un povera illusa, nemmeno avesse avuto dodici anni. Piano si alzò dal divano; le facevano male tutte le ossa. Se non fosse stata così sciocca e cieca, avrebbe almeno dormito nel suo letto. Si diresse lentamente verso la porta del corridoio, con il plaid ancora sulle spalle, ma tornò sui suoi passi. Sul tavolino c’era qualcosa che la sera prima non c’era: una ricevuta di giocata del lotto. Afferrò il foglietto arancione, lo osservò bene e scoppiò a piangere.

giovedì 19 ottobre 2017

Progetti incompiuti

Stavo riordinando un po' di file nel computer e mi sono resa conto di avere tanti progetti letterari incompiuti. Alcuni dei quali mi hanno portato via anche un bel po' di tempo ed energia; uno in particolare ha coinvolto anche questo blog per un certo periodo: "Un motivo per leggere", che doveva diventare poi un libricino divertente per invogliare a leggere.
Tanti progetti che poi si sono fermati, persi nel nulla, e si sono allontanati dalla mia mente.
Eppure prima di cominciare a scrivere ci rifletto molto. Alcune idee mi girano in testa per giorni e giorni, prima di rendermi conto che proprio non valgono la pena di consumare carta e penna o memoria nel mio hard disk. Quindi quello che comincia a prendere forma in parole scritte ha già superato una prima selezione. Ma allora, perché in così tanti non proseguono e non arrivano alla fine?
Non è mancanza di tempo (che poi, ne ho davvero così poco?) o eccesso di idee, per cui una spodesta l'altra tra le mie priorità, né sono cose così ambiziose che non riesco a realizzare perché si aggrovigliano su sé stesse.
Sono proprio progetti che non avranno un futuro perché banali e sempliciotti, privi di alcun potenziale.
Non credo, comunque, li cancellerò mai dal mio computer. Rimarranno lì a ricordarmi che qualche volta ci provo, che indipendentemente dal risultato ho osato, che comunque scrivere rimane sempre una passione, anche se poi non mi porta da nessuna parte.
Anche a voi succede? Avete anche voi progetti incompiuti? E vi siete mai chiesti perché non li avete portati a termine?

venerdì 13 ottobre 2017

Che cosa scrivi?

A questa domanda sobbalzo sempre. Rispondere che scrivo narrativa è riduttivo.
Scrivo racconti e romanzi (brevi, almeno fin’ora). Nel mio caso, questi due tipi di testo più che per la lunghezza si distinguono per il genere.
Nei racconti voglio mostrare una situazione, descrivere un momento, ma voglio un finale a sorpresa. Alla fine ci dev’essere un elemento nuovo, estraneo e imprevedibile che ti fa dire “accidenti!”.
Nei romanzi, invece, parto da un evento o da una leggenda che mi ha in qualche modo colpito e mi chiedo: ma come sarà andata?
Per esempio in 1976 – L’urlo dell’Orcolàt, sono partita del terremoto che realmente avvenuto in Friuli nel 1976 e mi sono immaginata, oltre alla tragedia e al dolore già ampliamente descritti dai giornali, le conseguenza che avrebbe portato nella vita di tutti i giorni a una giovane donna sopravvissuta. Mentre, nel romanzo che ho da poco finito di scrivere, parto dalla leggenda che vorrebbe che la fabbrica di orologi F.lli Solari (famosa nel mondo per aver inventato l’orologio a palette che si trova in tutte le stazioni ferroviarie e gli aeroporti) sia stata fondata a Pesariis (Val Pesarina) da un pirata genovese. Vi siete incuriositi, vero? Anch’io, così ho deciso di inventarmi tutto quello che nessuno sa e di scriverci un romanzo.
Che cosa scrivo? Quello che non trovo in altri libri, le risposte alle mie domande.

mercoledì 21 giugno 2017

La prima esperienza con il self


Alcune persone si sono dimostrate interessate al mio primo libro, Il valore di un libroormai fuori catalogo da un paio di anni. Appurato di non avere più legami contrattuali con la casa editrice ho pensato di rieditarlo.
Le strade possibili erano due: cercare un nuovo editore interessato o provare con l’auto-pubblicazione.
Premetto che non mi sento pronta per diventare un’autrice indipendente. Prima di tutto perché la pubblicazione richiede tempo e competenze tali, che andrebbero a discapito della scrittura (come ad esempio preparazione della copertina, l’impaginazione, l’inserimento sull’apposita piattaforma). E forse anche per un po’ di paura. Mettersi in gioco da soli non è facile: ogni scelta e ogni fallimento grava sulle proprie spalle. Ho scritto “fallimento”, perché quando si inizia un progetto (e non mi riferisco solo alla pubblicazione di un libro) bisogna tener conto anche che la cosa potrebbe non decollare e non avere il successo sperato.
Eppure l’idea di sperimentare il self, di provare a fare una cosa tutta da sola, di imparare cose nuove, di avere il controllo totale del mio libro, mi affascina da un po’ di tempo (e forse anche per la promessa di maggiori guadagni, perché diciamocelo: l’editore si tiene una bella fetta e a te riserva una percentuale di diritto d’autore davvero ridicola).
Ho così pensato di provare a rieditare il mio primo libro, che rappresenta di per sé un paracadute di emergenza. È un libro che ha già avuto il suo editing e ha già dato i suoi frutti, per cui non ho grandi aspettative di vendita. Ho pensato così di provare, per soddisfare la mia curiosità e sperimentare questa forma di edizione.
Devo dirlo: è stata una gran fatica.
Dopo aver letto diversi articoli in merito, scritti da colleghi che pubblicano in self da anni, e acquisito quindi alcune nozioni di base, mi sono affidata alla piattaforma Amazon, che mette a disposizione un programma on line per aiutare la fase di preparazione sia del libro cartaceo sia della versione e-book. La difficoltà più grande l’ho riscontrata con la scelta dell’immagine. Considerata la scarsa potenzialità di vendita del libro (perché, ripeto, molti dei miei lettori lo hanno già acquistato nella prima edizione), ho preferito risparmiare e non affidarmi a un grafico. Non sono brava a fare fotografie, per cui ho dovuto optare per le fotografie a uso gratuito messe a disposizione sul web. Ho sprecato molto tempo a cercare quella giusta: prima si è trattato di individuare quelle adatte alla trama del libro, poi di eliminare quelle già utilizzate in blog e libri (cioè quelle che mi era già capitato di vedere in giro e ovviamente le più belle) ed infine provare a inserirla nel programma e vedere se stava bene nel formato e con le scritte ed infine sperare che la copertina superasse il test qualitativo messo a disposizione dall’applicativo.
L’impaginazione, invece, è stata piuttosto semplice. Mi è bastato smanettare un po’ con il word, impostando la dimensione della pagina come la dimensione del libro, rivedere i margini e la grandezza del carattere.
Ho così soddisfatto la mia curiosità, ma non mi sono ancora del tutto convinta a passare definitivamente al self. Per il terzo romanzo sto cercando un editore. Nonostante i limiti che ho riscontrato con le passate esperienze, non mi sento pronta a ripetere questa esperienza con il romanzo (forse con una raccolta di racconti), perché mi mancano ancora molte competenze, come ad esempio la pubblicazione su altri store on line, e per avere un buon prodotto dovrei comunque affidarmi ad esperti (editing, grafica, ecc.) che hanno il loro costo.
I guadagni? Questo non so ancora dirvelo. La percentuale che mi spetta è migliore di quella che riuscirei a estorcere a qualsiasi editore, ma dipende dal numero di copie vendute e solo tra diversi mesi avrò questo dato.
Voi avete mai provato l’esperienza del self?
E voi lettori, leggete libri auto pubblicati o preferite ancora quelli editi dalle tradizionali case editrici?

mercoledì 29 marzo 2017

La segretaria del capo

Quanto odiava quella donna. Miss-perfettina-so-tutto-io.
Ma si sarebbe vendicato. Eccome!
Aveva studiato un piano perfetto e le avrebbe fatto vedere di che cos’era capace.
Ormai ci meditava da mesi.
Non la sopportava più. La sua vista al mattina gli rivoltava lo stomaco. Quando usciva dall’ascensore era lì seduta alla sua scrivania, che lo osservava, anzi gli faceva la radiografia, e poi, mentre lui timbrava il cartellino, lei guardava l’orologio. Ma chi si credeva di essere? Insomma, se al Capo non importava se arrivava cinque minuti in ritardo o se si assentava durante l’orario di lavoro, non doveva interessare men che meno a lei. Era solo la segretaria del Capo. Ma si credeva il supervisore di tutto l’ufficio, solo perché aveva la scrivania nel corridoio, proprio di fronte all’ascensore.
All’inizio, appena assunto, due anni prima, quasi l’ammirava. Sempre impeccabile, bellissima ed elegante, molto educata e non alzava mai la voce. Ma presto aveva capito che lo teneva d’occhio. Si segnava ogni suo spostamento, ogni suo ritardo, ogni suo comportamento “non consono all’ufficio” secondo il suo personale giudizio. Sempre lì a giudicarlo. E se il Capo non si accorgeva da solo dei suoi comportamenti “scorretti”, sempre ad insindacabile giudizio della segretaria, o semplicemente non ci dava peso, lei gli presentava il suo resoconto e lo sibilava finché non prendeva un qualche provvedimento. Il Capo stravedeva per lei e quindi si sentiva in dovere di ascoltarla.
Non la sopportava.
Era andato via di casa perché non sopportava più sua madre, che voleva sapere continuamente dove era, cosa faceva, con chi era. Non accettava di rendere conto ad un’estranea. Non lo permetteva a sua madre, figuriamoci alla fighetta dell’ufficio.
Ma quella sera, finalmente, avrebbe avuto la sua rivincita.
Dopo mesi che meditava un piano, infine era giunta l’occasione perfetta.
La saccente si sarebbe fermata in ufficio fino a tardi per preparare gli inviti per la festa che avrebbe dato il Capo il mese seguente. Era un lavoro che il Capo affidava ogni volta solo ed esclusivamente alla sua preferita e che lei svolgeva la sera, dopo il normale orario di lavoro.
Il suo piano era perfetto.
Quella sera era uscito timbrando il cartellino un minuto prima della fine della giornata lavorativa. Sapeva che lei lo avrebbe annotato. Si era poi fermato nel locale sotto l’ufficio a farsi due birre con i colleghi e si era fatto vedere mentre prendeva la macchina e si allontanava. Appena fuori dal campo visivo, si era fermato e aveva nascosto la macchina in un luogo poco frequentato. Si era cambiato gli abiti dell’ufficio, indossando jeans, felpa grigia e berretto con visiera, che aveva messo nel bagagliaio la mattina. Era ritornato verso l’ufficio a piedi ed era salito al quinto piano per le scale d’emergenza.
Lei era lì. Rigida e bellissima nei suoi vestiti all’ultima moda. Lo urtava anche quel suo aspetto: sempre alla moda, ogni giorno vestiva abiti nuovi e tutto le calza a perfezione. Le sue colleghe si sentivano a disagio accanto a lei. Ma in fondo era solo una segretaria. Ci avrebbe pensato lui a ridimensionarla.
Si infilò un paio di guanti in lattice, di quelli che sua madre usava quando puliva il pesce. Si presentò davanti alla giovane donna, che, solo un po’ sorpresa, gli chiese cosa facesse lì.
E’  insopportabile, pensò. Qualsiasi altra persona al posto suo, vedendolo lì con i guanti da chirurgo, si sarebbe spaventata, ma lei non fece una piega. Possibile che non temesse per la sua incolumità? Possibile che si credesse così al di sopra di tutto e tutti?
«Hai finito di controllarmi!» Le urlò contro, afferrando il tagliacarte che aveva sulla scrivania e piantandoglielo dritto nel cuore.
Finalmente il terrore era comparso su quel volto misto a sorpresa. Un rivolo di sangue le uscì dalla ferita, mentre lei si portava le mani al tagliacarte. Un altro rivolo di sangue cominciò a scenderle dal lato destro della bocca aperta.
La guardò mentre annaspava e cercava invano di levarsi il tagliacarte dal corpo. Ormai non aveva più forza. Aspettò finché non fosse sicuro che fosse morta. Continuando a guardarla, fece alcuni passi indietro e, cercando il pulsante a tastoni, chiamò l’ascensore.
L’avrebbe trovata la donna delle pulizie e nessuno avrebbe sospettato di lui. Il suo piano era perfetto. Tutti l’avevano visto andarsene e non aveva lasciato impronte di nessun tipo. Appena a casa avrebbe bruciato nella caldaia dell’impianto di riscaldamento i vestiti che aveva indosso, comprese le scarpe. Erano indumenti acquistati per l’occasione, completamente diversi da quelli portava solitamente. Se anche qualcuno lo avesse visto avvicinarsi all’ufficio, non lo avrebbero riconosciuto.
Quando entrò nell’ascensore si sentì come liberato da un peso. Giustizia era fatta. Ora nessuno poteva controllarlo e giudicarlo.
Schiacciò il pulsante per il piano terra e si girò verso lo specchio che si trovava di fronte alle porte. Voleva osservare il suo viso per vedere se tradiva qualche emozione. Improvvisamente si bloccò, sentendosi ghiacciare il sangue nelle vene. Sullo specchio era attaccato un avviso:

ASCENSORE GUASTO
PER EVITARE DI RIMANERE BLOCCATI
USARE LE SCALE

Quando era uscito dall’ufficio non c’era quell’avviso… Dovevano averlo messo dopo.
Aveva appena letto quelle poche parole che l’ascensore sobbalzò e si bloccò. Partì la telefonata di emergenza. Cercò di aprire le porte, facendo forza con la punta delle dita nella fessura di congiunzione delle due ante, ma inutilmente.
Allora si rese conto di essere in trappola. Non aveva via di scampo. Il suo piano perfetto aveva avuto un intoppo imprevisto.
Ancora una volta aveva vinto lei.

venerdì 24 marzo 2017

Passione o professione?

Ho sempre pensato che con più tempo a disposizione sarei riuscita a scrivere di più. Sono molto riflessiva e ciò mi porta ad essere anche molto lenta in questo processo, per cui un lavoro a tempo pieno, due bambine piccole, la casa da pulire, ecc. non possono che essere un ostacolo alla produzione letteraria.
Eppure devo ricredermi. Da un mese sono a casa (non sto qui a spiegarvene le motivazioni, ma tranquilli: sto bene e non ho perso il lavoro), ma la mia produzione di parole non è aumentata di molto (ok, ho finito la stesura del mio terzo romanzo, ma era da un bel po' di tempo che ci lavoravo su). Non lo so se è perché mi ci sono voluti quindici giorni per rilassarmi (avevo accumulato davvero molto stress) e poi altrettanti per recuperare l'arretrato delle pulizie domestiche, ma non credo. Probabilmente mi manca la disciplina. Amo scrivere e appena posso lo faccio, ma non con regolarità e forse un po' troppo come se fosse un hobby da fare nei ritagli di tempo. Mi rendo conto perfettamente che, per diventare una scrittrice professionista, devo abbandonare questo atteggiamento di attività da tempo libero e diventare, appunto, più professionale, individuando nella giornata uno spazio ben preciso da dedicare solo ed esclusivamente alla scrittura. E questo lo posso fare lavorando ogni giorno o rimanendo a casa a fare la casalinga (disperata).
Mi sto chiedendo se il fatto di non voler individuare un orario di lavoro preciso, non sia in fondo un modo per allontanarmi proprio dal concetto di "lavoro". Scrivere è una passione, un desiderio che nasce dal profondo e anche un modo di evade dal quotidiano. Ho paura che fissare dei paletti, come individuare l'orario di produzione, stabilire delle giornate fisse per mettermi alla tastiera cascasse il mondo, mi toglierebbe un po' del piacere che provo a inventare storie e produrre parole sul foglio (cartaceo o virtuale che sia, non fa alcuna differenza).

Ora lascio lo spazio a voi: come vi rapportate alla passione della scrittura, come un hobby o come una professione?