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lunedì 26 ottobre 2026

𝐒𝐭𝐫𝐞𝐠𝐡𝐞 𝐝𝐢 𝐂𝐚𝐫𝐧𝐢𝐚: tra leggende, sospetti e inquisizione


La Grispa

La strega Grispa di Cleulis era nota come uno spirito benefico: in chiesa, infatti, passava sempre la pila dell’acqua santa mentre le altre streghe non lo facevano mai.

Le streghe di Cleulis e le streghe della vicina Austria si riunivano ogni giovedì notte sul monte Cleulin e poiché le streghe di Cleulis parlavano fluentemente la lingua tedesca, scoprirono che le colleghe d’oltre confine stavano progettando una diabolica tregenda (convegno notturno di streghe, che si riuniscono per compiere riti e malefici) per impossessarsi della zona evocando spiriti maligni. 

Grispa, informata delle malevoli intenzioni, disse alle sue compaesane di non avere timore e le invitò a riunirsi, la notte del successivo giovedì, sul pianoro di Aip del monte Cleulin, dove avrebbero ricevuto ulteriori istruzioni. Puntuali, arrivarono le austriache per dare avvio alla tregenda, che svegliò gli abitanti di Cleulis con il suo frastuono dello "Jodeln" cantato attorno al fuoco e accompagnato da fisarmoniche e strumenti a percussione.

Grispa consegnò alle sue compaesane un minuscolo involucro, che conteneva incenso, pezzi di cero pasquale ed olivo benedetto, il “triangul” e le invitò a seguirla, rassicurandole che quella notte si sarebbe conclusa con il loro trionfo.

«Quando il gruppo nemico ci attaccherà, alzate la mano in cui avete l’involtino e pronunciate la formula: 'Nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo'» le istruì Grispa.

Verso le ventitre e trenta le streghe si librarono in aria e il gruppo austriaco le attaccò. Grispa alzò la mano dove aveva l’involtino e pronunciò la formula, imitata da tutte le altre. Il gruppo nemico, inorridito, indietreggiò verso la Creta di Timau. Ad improvviso, in cima alla montagna apparve una croce luminosa e trovarono un barilotto con una scritta in tedesco: “Gerste, Salhei, Fass”; all’interno c’era del liquido di orzo fermentato aromatizzato con salvia.

Fu così che, da quel giorno, il Monte Cleulin prese il nome di Monte Fâs.


Anna di Cercivento

Anna Morasso venne al mondo il primo gennaio 1700 a Cercivento di Sopra, in una notte piena di quella inquietudine che date così significative sanno portare con sé. Il paese, come tutta la Carnia, era sepolto dalla neve e la sua gente alle prese con l’eterna guerra per la sopravvivenza.

Anna crebbe inquieta, sentendosi stretta nelle regole di quella società chiusa e superstiziosa, dove le donne erano emarginate e cresciute sotto l'imperativo dell'ubbidienza; imparò a leggere e a scrivere e volle diventare "medisinaria" come già sua mamma e sua zia. Studiò e imparò l'arte delle erbe e del loro uso per la cura di malattie e ferite, e ne annotò i rimedi su un diario. Il confine tra il sapere popolare e il sospetto di stregoneria è molto labile tra la gente chiusa e superstiziosa del piccolo borgo montano.

Finchè un giorno venne scoperta a leggere un libro proibito, il “Cantico dei cantici”, e su di lei si scatenò la tempesta: fu scacciata da casa. Ma non si arrese e continuò a studiare per migliorare la sua arte da "medisinaria".


Giovanna da Carnia

Giovanna da Carnia fu perseguitata per stregoneria dal Sant'Uffizio veneziano tra 1587 e 1589.

A denunciarla una sua paesana, Giacoma, che testimoniò davanti al Commissario del Sant'Uffizio di Venezia, Fra Giulio da Quinzano, le parole raccontatele da un'altra donna, tale Orsetta.

Giacoma riferì che Orsetta le avrvs detto di aver visto in casa di Giovanna pentole che bollivano sul fuoco mentre recitava "superstizioni" e scongiuri, e cge gliele voleva insegnare, ma essa rifiutò. Orsetta, inoltre, le aveva riferito, che Giovanna era solita appoggiare una mano al muro, evocando cinque diavoli, quante le dita della mano, per scagliare maledizioni contro vittime ignare, che sarebbero state perseguitate per tutta la vita.

Orsetta ripetè le accuse formulate contro Giovanna anche davanti all'inquisitore Stefano Guaraldi e al nunzio apostolico a Venezia, Girolamo Matteucci.

Giovanna si difese dalle accuse, negandi con fermezza le imputazioni a suo carico.


La Filoi: la strega di Cleulis

La Filoi era una nota strega di Cleulis e si diceva cspace di orridi sortiegi nei confronti di chi si dimostrava ostile nei suoi confronti, ma anche di buone azioni verso chi era invece benevolo verso di lei. Era inoltre capace di trasformarsi in animale nell’ora magica tra la mezzanotte e l'una.

Una notte, un uomo del paese, assistette alla trasfigurazione della donna in animale. Tertorizzato si fece il segno della croce, roportando così la donna alle sue sembianze umane.

La strega si rese conto di essere stata scoperta e, con tono minacciodo, disse all'uomo: «Se menzionerai il mio nome, morirai entro l'anno. Se racconterai il fatto soltanto, senza fare il mio nome, ti spezzerai ambedue le gambe. Se racconterai il fatto senza fare il nome, ma dirai che si tratta di una donna di Cleulis, allora rimarrai vedovo.»

L'uomo emigrò in Ungheria, in cefca di lavoro, e là raccontò l'episodio della strega Filoi, senza dirne il nome, ma raccontando che era una sua paesana. Tald rivelazione gli costò cara: alcuni giorni dopo un grosso tronco gli rotolò addosso spezzandogli entrambe le gambe; impossibilitato a lavorare tientrò a casa, dove, poco tempo dopo, morì sua moglie. L'uomo fu così sconvolto da questi avvenimenti che rivelò il nome della strega solo dopo la morte della Filoi.

Un altro episodio narra che la Filoi, saputo che la sua vicina aveva appena riempito la cassapanca di farina da polenta, si recò a casa sua per chiederne una scodella. La donna si rifiutò adducendo di non averne a sufficienza, scatenando l'ira della strega, che si vendicò scagliando un maleficio sulla polenta, che si riempì di vermi.

In punto di morte la Filoi chiese che fosse chiamato il prete, il quale, pur conoscendo la rrputazione della donna, acconsentì e mai riferì ad anima viva quanto si erano detti, limitandosi ad affermare che la donna non era malvagia e che anzi, in varie occasioni, si era rifiutata di compiere delle cattive azioni ordinate dalla Lega Internazionale delle Streghe.

Durante la veglia funebre, dopo mezzanotte, arrivò un gruppo di misteriose figure vestite di nero con il viso coperto da un tulle; la gente del posto era certa si trattasse di streghe venute a omaggiarla. Ognuna di esse si avvicinò alla Filoi e la baciò in fronte salutandola nella propria lingua. Ad esse si unirono anche due ragazze vestite di bianco, con una fascia a tracolla nera e il volto coperto di tulle nero. Posero dei fiori ai piedi della Filoi e scomparvero assieme alle altre figure, si dice a commemorare la defunta sul Monte Tenchia.

Ai funerali partecipò un gran numero di persone, addolorate dalla perdita della Filoi, dimostrando quanto ella, pur essendo una strega, avesse fatto del bene nel corso della sua vita.


giovedì 12 febbraio 2026

Avvistamenti del terzo tipo a Raveo

Raveo (UD), vigilia di ferragosto del 1947.

Luigi Rapuzzi, pittore con lo pseudonimo Johannis, zaino in spalla e piccozza in mano, si addentra, tutto solo, nei suggestivi boschi di faggi e abeti lungo le pendici sud-orientali del monte Col Gentile, in comune di Raveo. Mentre si gode la frescura mattutina, d'un tratto nota, tra gli alberi del bosco, incastrato verticalmente all’interno di una fenditura trasversale di una parete rocciosa, uno strano oggetto a forma di lenticchia, lungo una decina di metri, al cui centro c'è una bassa cupola, sormontata da un’antenna telescopica. Anche il colore ricorda una lenticchia: l'oggetto infatti sembra essere fatto di un metallo rossiccio.

Incuriosito, si avvicina pian piano per osservare meglio e farsi un'idea di quell'insolito manufatto. Si guarda intorno in cerca di qualche altro testimone e scorge due persone di bassa statura; forse due giovanotti. Ma ben presto si rende conto che i due hanno qualcosa di insolito. Si ferma a osservarli.

Non sono semplicemente piccoli: hanno teste grandi, con occhi tondi e sporgenti di una fissità non umana, contornati da una sorta di palpebra circolare; la pelle del viso verdastra; la bocca una linea lunga e sottile simile a quella dei pesci; si muovono lenti e in modo meccanico; indossano una strana tuta attillata di colore nero e azzurro, che sembra fatta con materiale plastico, e in testa hanno una cuffia marrone.

Superato il primo momento di meraviglia, Johannes alza il braccio in segno di saluto, ma in mano stringe ancora la piccozza, che spaventa le due creature. Una di esse si porta rapida la mano alla cintura, da cui si sprigiona una nube che lo avvolge. Il pittore cade a terra semi-paralizzato e lascia la presa della piccozza, subito raccolta dal piccolo essere, con la propria mano verdastra dotata di ben otto dita. Entrambi gli esseri si dirigono verso l'oggetto e in breve scompaiono alla sua vista penetrando al suo interno.

L'oggetto si stacca quindi dalla fenditura, levitando per un attimo in

posizione verticale, poi si inclina leggermente e parte velocemente verso l’alto, scomparendo. Johannes viene sbalzato per la seconda volta a terra a causa del risucchio d'aria provocato dalla fulminea partenza dell'oggetto. Stordito si rialza lentamente e riprende il cammino verso casa. Solo una volta rientrato si rende conto che, oltre alla piccozza, sono scomparse dal suo zaino, come volattilizzate, tutte le cose in alluminio.

Ritornerà sul posto il giorno dopo, in cerca di prove, ma, esclusi pochi segni nel pietrame, non troverà nulla a dimostrazione di quanto gli è accaduto.


ℹ️ In molti hanno espresso dubbi sulla veridicità di questa storia, tanto più che Luigi Rapuzzi, oltre a essere pittore fu anche scrittore di romanzi di fantascienza. Va però detto che nel 1947 non aveva ancora iniziato a scrivere. Inoltre, all'epoca non era ancora esplosa la passione degli UFO e degli innumerevoli avvistamenti.

domenica 2 novembre 2025

Otto racconti per una challege ed. 2025

Già l'anno scorso avevo partecipato nel mese di ottobre, con soddisfazione, a questa challenge organizzata su Instagram dalla scrittrice Maria Novella Giordi. E quest'anno ho deciso di riprovarci. 

Per me non è semplice scrivere "a comando", eppure mi sono resa conto che avere delle regole da seguire, riesce ad attivare la mia creatività.  Sembra quasi un ossimoro, ma vi garantisco che non lo è. Avere un genere prefissato (il fantasy), delle parole da usare e uno spazio limitato (un solo post, niente caroselli), mi hanno permesso di allenare la mia fantasia e di uscire dalla mia confort zone di scrittura. 

Qui di seguito, quindi, gli otto mini racconto della challege #fantawritober.

Ditemi cosa ne pensate e ditemi qual è quello che più vi piace!



ANIMA

Guardò il foglio davanti a sé, le scritte piccole, piene di promesse. La sua firma in calce alla pagina, appena vergata, prese a brillare, assumendo dapprima le tonalità dell'oro, per poi virare ai colori caldi del rosso e dell'arancio, quasi che le lettere del suo nome prendessero fuoco.

Già il fuoco.

Così gli avevano sempre descritto l'inferno: fiamme eterne e dannazione eterna.

Ma non era forse già una dannazione la sua misera vita, fatta di oblìo e povertà? 

In fondo cos'è l'anima se non la parte incorporea e invisibile dell'essere umano? Sempre che esistesse davvero.

Non aveva esitato un secondo ad apporre la propria firma e a vendere la propria di anima in cambio di una vita di fama e ricchezza.

Ma ora... le fiamme eterne già lo reclamavano.



GIMORIO

Almeno una volta al mese arrivava in biblioteca qualcuno con scatoloni pieni di libri provenienti da cantine o soffitte. All'inizio della sua carriera, la bibliotecaria li accoglieva con entusiasmo e non vedeva l'ora di lanciarsi alla scoperta del loro contenuto. Con il tempo però l'entusiasmo era scemato: quegli scatoloni contenevano per lo più vecchie enciclopedie inutili, in un'area dove le ricerche si fanno con lo smartphone, o romanzetti di quart'ordine che nessuno prendeva in prestito; rare volte capitava qualche classico, ma già presenti sugli scaffali della biblioteca.

Quel giorno invece, quando arrivò la giovane donna con un unico scatolone di libri appartenuti alla nonna mancata da poco, la bibliotecaria l'accolse con rinnovato entusiasmo.

In paese si mormorava che l'anziana donna fosse una strega. Vero o no, la donnina era un tipo alquanto eccentrico. E in quello scatolone era certa che non avrebbe trovato la solita enciclopedia.

Tagliò il nastro adesivo e lentamente sollevò le ali di cartone. All'interno trovò libri dall'aspetto antico, con le copertine scure un po' consunte, ma piene di fascino. Un volume in particolare attirò la sua attenzione. Aveva la copertina di pelle e una chiusura a fibia; sopra era inciso a pressione un pentacolo. 

Un grimorio!

Allora era vero, la vecchia era stata una strega.

La bibliotecaria prese il libro e lo infilò nella sua borsetta. Quel libro non sarebbe mai finito sugli scaffali della biblioteca. 



FULMINE

La corsa disperata nel fitto bosco. Il fiato pesante, i polmoni che reclamano aria. Le fronde degli alberi gli frustano il volto e le braccia scoperte. Il temporale è sempre più violento e l'acqua spinta dal vento gli ferisce gli occhi rendendo ancora più difficile la fuga.

È sempre più buio.

Un essere con un machete lo sta inseguendo. Ha solo il corpo umano; il volto invece è quello di un cinghiale con lunghe zanne bianche e occhi rosso come due laser nella notte; una lunga coda si agita nel tentativo di afferrarlo.

Non ha tempo di pensare cosa sia.

Non ha tempo di chiedersi perché. Deve scappare per salvarsi.

Inciampa in una radice e cade con il viso nel fango. Si rialza agile e riparte incurante della terra in bocca che gli cola in gola a ogni respiro affannato.

Sente la presenza sempre più vicina. Un sibilo alla sua sinistra lo fa sobbalzare, appena in tempo per spostarsi verso destra per evitare la lunga coda, che però gli frusta la spalla, facendogli perde l'equilibrio e cadere di schiena.

Un fulmine squarcia il cielo cupo, rischiarando per un attimo tutto quello che lo circonda. Giusto il tempo per vedere l'imponente ombra del mostro alzare il machete.



POZIONE

Aveva trovato il vecchio libro tra le cose della nonna e incuriosita dal titolo, Il Libro Delle Ombre, se l'era portato a casa. Quella sera lo aveva sfogliato e si era messa a ridere.

«Guarda qua cosa aveva la nonna.» Disse al gatto addormentato sulla sedia accanto alla sua. «Il libro di una strega, pieno di pozioni e incantesimi.»

Poi, ancora divertita, aveva scelto una pagina a caso e, per gioco, aveva deciso di provare a realizzare la pozione.

«Vediamo se riesco a evocare una strega perduta!» Disse ancora una volta al gatto.

Gli ingredienti dovevano essere lavorati in un mortaio d'argento, che non aveva. Ma aveva una vecchia zuccheriera d'argento con il proprio cucchiaino, che avrebbe usato come pestello. La maggior parte degli ingredienti erano semplici, come il rosmarino o il rametto di cipresso che prese in giardino. Poi serviva il sangue di strega.

Sorrise.

«Be', in questo momento sono io la strega.» E così dicendo, con l'aiuto di un coltello da cucina, si fece un piccolo taglio sul mignolo e lasciò cadere un paio di gocce del suo sangue sopra gli altri ingredienti. Mescolò il tutto e pronunciò la formula seguendo le indicazioni del libro.

Aveva provato per gioco e fu l'ultima cosa che fece. Dalla zuccheriera-mortaio uscì una nuvola nera che l'avvolse e si nutrì della sua energia. Quando cadde a terra esanime, l'ombra rinvigorita aveva preso le sembianze di una donna.



BACCHETTA

La levatrice cacciò un urlo e quasi lasciò cadere la neonata. La porse con mani tremanti alla madre, che la prese dolcemente, guardandola con occhi spaventati in cerca di una spiegazione. Poi volse lo sguardo supplicante verso la levatrice in cerca di una risposta. Non ottenendola, tornò a guardare quel piccolo essere che stringeva tra le braccia. Cos'è che non andava in lei? Era una bellissima bimba rosea e all'apparenza perfetta.

Infine la levatrice allungando un dito esitante indicò il polso grinzoso dell'infante.

«Il segno del Diavolo...»

Allora anche la puerpera la vide: una piccola voglia rossa a forma di bacchetta.

Gli occhi vispi della neonata si posarono sul volto della madre e la minuscola bocca si allargò in un sorriso. Poi voltò lo sguardo verso la levatrice pallida e tremante.

La voglia a forma di bacchetta prese a brillare, emanando una calda luce rosata e man mano che si diffondeva nella camera investendo gli oggetti, questi iniziarono a fluttuare nel vuoto.

La levatrice si precipitò fuori dalla stanza urlando: «È nata una strega! Che Dio ci aiuti! È nata una strega!»



CORVO

«Sciò! Sciò! Maledetta bestiaccia!»

Amelia roteava sopra la testa la sua scopa.

Da giorni un corvo svolazzava attorno alla sua casa isolata nel bosco. 

«Vai dalla tua padrona e dille che qui non c'è trippa per gatti!» Urlò Amelia continuando a brandire la scopa.

«Ma con chi credete di avere a che fare? Sono una strega anch'io e so bene che i corvi sono i messaggeri delle streghe. Mica sono una principiante io! Che poi, messaggeri... altro che messaggeri! Spie! I corvi sono spie!» Mollò la scopa e prese a lanciare le mollette per stendere il bucato.

«Ma poi, spiare una strega in pensione! Ho appeso la scopa al chiodo da un pezzo! Non faccio più incantesimi o fatture da anni.»

Le mollette non sortirono alcun effetto. Il corvo continuava a svolazzare sopra la sua testa gracchiando.

Allora Amelia riprese la scopa e con rinnovata energia riprese a brandirla in aria. Finalmente riuscì a colpire l'uccello, che stordito cadde a terra.

Nel contatto aveva sentito una scossa, nelle mani, come se toccando il pennuto la scopa avesse acquisito energia. Si avvicinò cauta all'animale tramortito. Gli diede una spinta con le setole di saggitta per accertarsi che fosse ancora vivo. Era una strega, ma mai avrebbe ucciso un essere vivente, sia pure alle dipendenze della più perfida strega del mondo.

Nel contatto, però, la scopa prese a vibrare e il corvo a emanare una forte luce viola sempre più grande. Quando la luce si dissolse, al posto del corvo era comparsa una donna.

«Amelia cara, sei riuscita a sciogliere l'incantesimo! Grazie al potere della tua scopa e alla potenza della tua magia!» 

Amelia non poteva crederci. Quella davanti a lei era sua sorella, scomparsa tanti anni prima.

Si corsero incontro e si abbracciarono colme di felicità. 



AMULETO

La battaglia era più cruenta del solito. Erano già caduti in molti da entrambi i fronti.

Il benandante a cavallo del suo gatto brandiva la sua mazza di finocchio con maestria, accompagnato dal suo angelo custode tutto d'oro. Un colpo al fianco lo sbalzò giù dal dorso del suo animale, facendolo cadere a terra. Rotolò per alcuni metri, mollando la presa del suo bastone.

Uno stregone giunse in volo sopra di lui brandendo la sua canna di sorgo.

Il benandante si sentì smarrito senza la sua mazza. Portò una mano al collo in cerca del suo amuleto, un sacchetto che conteneva un brandello della sua camicia di nascita, e che lo avrebbe sempre protetto. Ma non lo trovò. Nella caduta aveva perso anche quello.

Ma dietro le spalle dello stregone, il suo angelo custode iniziò a scintillare, allungando una mano a indicare un punto del terreno non distante. Il benandate schivò un colpo dello stregone rotolando sul fianco verso il punto indicato dall'angelo. Riuscì ad afferrare il suo amuleto e subito una luce blu lo accolse, giusto in tempo per proteggerlo da un altro fendente dello stregone. Questi nell'urto fu sbalzato lontano privo di vita.

La battaglia volgeva al termine, a favore dei benandanti. Anche questa volta erano riusciti a salvare l'arrivo della Primavera.



PORTALE

Dicevano che quel murales era stato commissionato a un noto artista della Capitale, ma lei non ci vedeva nulla di artistico. E soprattutto quel dipinto la inquietava, con quegli occhi indemoniati e le labbra contratte, i palmi delle mani rivolte verso l'esterno, come se fosse imprigionata in un'altra dimensione. Sì, come il temibile Zod in Superman, quando veniva intrappolato nella Zona Fantasma.

Ogni volta che passava lì accanto, un brivido le percorreva la spina dorsale. Non osava alzare gli occhi per non incrociare lo sguardo dipinto.

Eppure in qualche modo si sentiva attratta. E così un giorno alzò lo sguardo e incrociò gli occhi. Si avvicinò e posò una mano sul muro.

Per un brevissimo istante le parve che le labbra della donna si increspassero in un sorriso.

Effetto ottico, si disse, perché era la prima volta che vedeva quell'immagine così da vicino.

D'improvviso si sentì afferrare la mano e tirare, ma non sbattè contro il muro. Il buio l'avvolse mentre dalla bocca le uscì un grido di terrore. Si voltò nel tentativo di tornare indietro. Vide la strada da cui era stata risucchiata e cercando di raggiungerla andò a sbattere contro una parete invisibile. Disperata mise le due mani contro la barriera invisibile e allora la vide: la donna dipinta del murales in carne e ossa che la guardava e rideva diabolica.

«Finalmente! Grazie ragazzina! Sei riuscita ad aprire il portale per farmi uscire!» Rideva la strega.

«Goditi la tua reclusione nel Muro dell'Obblio. Prima o poi qualcuno di così innocente passerà e aprirà il portale e prenderà il tuo posto!» E così dicendo, la maligna si allontanò continuando a ridere satanica.

giovedì 6 marzo 2025

Il lupo alla cascata di Salino

Mentre un agnellino si dissetava ai margini della pozza ai piedi della cascata di Salino, arriva un lupo in alto, sopra la cascata. Subito questo lo accusa di sporcargli l'acqua. 

Il povero agnello, non capendo i sensi di quell'accusa, perché nato da pochi giorni e ha poca esperienza di vita, corse a chiedere spiegazioni alla mamma, che stava pascolando con il resto del gregge nei prati di Salino.

Nell'udire che c'era il lupo, tutte le pecore si spaventarono e presero a scappare belando. Carnia, la mamma dell'agnellino, le fermò.

«Se scappiamo ora, dovremo scappare sempre.» Disse. «Seguitemi, insieme possiamo allontanare il lupo. L'unione fa la forza!»

Tutto il gregge la seguì ai piedi della cascata.

Il lupo, nel vedere tanta carne a disposizione, fu preso da un entusiasmo incontenibile e, spinto dall'ingordigia, si precipitò giù dalla cascata per farsi una bella giornata scorpacciata. Ma la roccia era viscida per l'acqua e il muschio che la copriva, e il lupo scivolò, cadendo di schiena su una roccia ai piedi della cascata, rompendosi la spina dorsale.

Mentre stava morendo tra dolori indicibili, gli si avvicinò la pecora Carnia che gli disse: «Ben ti sta! Avresti dovuto saper che l'intelligenza vince anche sulla prepotenza!»


domenica 22 dicembre 2024

LA SCATOLA DEGLI ADDOBBI - Racconto


Seduta sulla poltrona la donna osservava la grande scatola ai piedi delle scale.

Doveva decidersi a riportarla in soffitta.

Se solo avesse ricevuto la telefonata del figlio prima, si sarebbe risparmiata la fatica di portala giù dalla soffitta. Ogni anno si faceva più pesante ed ingombrante. Forse era il caso di dividerla in due scatole più piccole.

«Mi dispiace mamma, ma quest’anno passeremo il Natale dai genitori di Angela. Spero capirai… Lo passiamo sempre da te e i miei suoceri si sono un po’ risentiti.»

La donna guardò fuori dalla finestra.

Certo capiva.

Avrebbe passato il Natale da sola.

Riguardò la scatola.

Per chi addobbare la casa?

E l’albero?

Ogni anno il figlio al suo arrivo andava nel bosco vicino a tagliare un abete. Un bellissimo abete. Aveva il dono di scegliere sempre l’albero più folto, della giusta misura per il terrazzino d’ingresso, non troppo grande da invadere tutto lo spazio, ma nemmeno troppo piccolo da scomparire.

Il trillo del timer proveniente dalla cucina la ridestò dai suoi pensieri.

A fatica si alzò dalla poltrona e strascinando i piedi si recò in cucina a spegnere il forno.

Aveva fatto l’arrosto.

Per chi poi, non lo sapeva. Per lei sola era davvero troppo grande. Ma lo aveva preso come da tradizione all’inizio del mese e congelato. Non poteva certo lasciarlo in freezer tanti mesi. E così lo aveva scongelato e messo in forno. Aveva preparato anche le patate.

E niente altro.

Per chi continuare a cucinare, si era chiesta a un certo punto. Natale e Vigilia li avrebbe passati da sola.

Lei e un arrosto troppo grande.

Poteva affettarlo e ricongelarlo in mono porzioni da mangiare un po’ alla volta, fino alla nausea.

Ritornò a sedersi alla sua poltrona accanto alla finestra. Prese il libro dal tavolino lì accanto, ma lo posò in grembo: non le andava nemmeno di leggere.

Un’ombra oscurò un attimo la luce che filtrava dalla finestra e poi un gran trambusto la fece sobbalzare. Scostò la tenda e vide le fronde di un abete muoversi sul terrazzino.

«Ma cosa diav...»

Lentamente si alzò, prese una maglia appesa nell’ingresso e uscì.

«Buongiorno Lisa.»

«Adalberto?! Ma cosa sta combinando?»

Il suo burbero vicino di casa era nel suo terrazzino intento ad armeggiare con un abete.

L’uomo non rispose, continuando ad affaccendarsi attorno all’albero, intento a fissarlo in un secchio pieno di ghiaia.

«Cosa sta combinando?» Ripeté. «Guardi che ha sbagliato casa. Questa è casa mia, la sua è lì a fianco.»

«Ho visto che quest’anno non ce l’aveva...»

«Infatti. Quest’anno non lo festeggio il Natale. Se lo porti via.»

«Suvvia. Cosa diranno i suoi nipotini al loro arrivo se non troveranno l’albero di Natale?»

La donna arrossì.

«Oh! Adesso capisco.»

L’uomo armeggiò ancora un paio di minuti per garantire la stabilità dell’albero.

«Guardi che non è il caso… Non lo voglio un albero.»

«Suvvia. Il Natale da soli è già triste, se poi non gli diamo un po’ di allegria con le decorazioni!»

«Ma parla lei che non ha mai addobbato casa sua!»

L’uomo si fermò un attimo e la guardò serio dritto negli occhi.

«Io godevo dei suoi addobbi.» Accennò un sorriso.

Elisa si strinsi ancora di più la maglia attorno ai fianchi, avvolgendosi con le grosse braccia.

Faceva freddo. Se avesse saputo di stare così tanto tempo fuori, avrebbe preso il cappotto.

«Ma lo sa che lei è proprio un bel tipo!»

L’uomo accennò un altro sorriso.

In tanti anni di vicinato Lisa non lo aveva mai visto sorridere. I loro rapporti erano al limite della cortesia, lungi dal potersi definire di “buon vicinato”. Adalberto era sempre stato scostante e ombroso. Sempre indaffarato in piccoli lavoretti dentro e fuori casa, ma di pochissime parole.

«Su, dai. Vada a prendere le decorazioni. L’aiuto io ad addobbare, così non le servirà prendere la scala per arrivare alla cima.»

Perplessa la donna rientrò in casa, indossò il cappotto e prese la pesante scatola degli addobbi, rimasta ai piedi delle scale dalla telefonata del figlio.

Lavorarono di buona lena in silenzio. Provarono ad accendere le luci e una volta sistemato qualche dettaglio, si ritrovarono nel giardino innevato ad ammirarne il risultato.

Finalmente anche sul viso di Lisa comparve un sorriso.

«Mi sembra un gran bel risultato. Non è perché le cose non vanno come vorremmo, che dobbiamo rinunciare alle nostre passioni.»

«Come?»

«Lo sa l’intero quartiere che lei ama addobbare casa per Natale. E non mi venga a dire che lo faceva per i nipotini. Ha sempre addobbato casa da quando vive qui.»

Adalberto aveva ragione: aveva sempre amato il Natale e la sua atmosfera, e adorava ornare casa.

«Venga dentro che preparo qualcosa di caldo per scaldarci.»

L’uomo la seguì in casa.

Sorseggiando il tè caldo, accompagnato dagli immancabili biscotti alla cannella fatti in casa, la donna ringraziò l’uomo. Poi rimasero in silenzio per tutto il tempo.

Era la prima volta che Adalberto entrava in casa sua, eppure a Lisa parve di essere in presenza di un vecchio e caro amico.

«Perché non si ferma a cena? Ho cucinato un arrosto così grande che potrei sfamare l’intero quartiere.»

L’uomo accettò con un cenno del capo.

E dopo la Vigilia, passarono insieme anche il giorno di Natale. C’era un arrosto da finire.

giovedì 31 ottobre 2024

Dieci racconti per una challenge


Un po' per gioco un po' per mettermi alla prova, durante il mese di ottobre ho partecipato su Instagram a una challenge di scrittura, organizzata dalla scrittrice Maria Novella Giordi.
Si trattava di scrivere ogni tre giorni un breve racconto, partendo da una parola.

Lo ammetto, quando ho deciso di iniziare questa challenge ero quasi certa di non riuscire a portarla a termine: temevo di non riuscire a essere costantemente e, soprattutto, di non riuscire a scrivere dieci racconti sensati "a comando".
Arrivare, invece, fino alla fine è stata una bella soddisfazione personale.

Ve li propongo qui di seguito. Ditemi cosa pensate e ditemi qual è quello che più vi piace!


1 - Caverna
Dolore.
Tanto dolore.
Un urlo straziante alla luna piena.
E poi la corsa.
Una folle corsa.
Una corsa liberatoria.
Il riposo.
E il lupo si accuccia nella caverna nascosta nel bosco.

2 - Foglie
Cullata dal torpore del sole autunnale, seduta sotto un rosso faggio, legge l' ultimo romanzo del suo autore preferito. Il vento tra i capelli, le foglie cadenti la circondano come un lenzuolo colore ruggine. 
Nulla la distrae: è immersa in un altro mondo, un luogo fatto di parole e di immaginazione.
Poi un'ombra.
Riemerge da quel luogo lontano.
Alza la testa.
Ed eccolo lì la sua distrazione: un viso sorridente e lentigginoso, incorniciato da una zazzera scapigliata color dell'autunno.

3 - Castello
Quando ero piccola osservavo dalla piazza la maestosa casa dal tetto verde e dalle tante, tantissime finestre con le tapparelle rosse. Mi sembrava un castello, anche se non aveva guglie. Però un muro di recinzione che mi vietava di avvicinarmi c'era. Il fosso invece no.
La chiamavano la casa delle cento finestre. Ho provato più di una volta a contarle, ma il lato a sud mi era completamente precluso.
Come un castello abitato dai fantasmi era sempre chiuso.
Ora sono grande, ma l'imponente edificio con le sue tante finestre continua ad affascinarmi. Nelle belle giornate mi affaccio sul mio balcone e lo guardo ammirata.
Ora è abitata e la proprietaria, da buona vicina, mi ha invitata a bere il caffè. Mi ha accolta nel salone dove un tempo i suoi avi organizzavano balli per l'alta società. Il pavimento lucido è sovrastato da un enorme lampadario di cristallo ed è circondato da quattro lati di librerie stracolme di libri. Quasi fosse il castello della Bella e la bestia.
Dimenticavo: le finestre erano davvero cento, ma ora sono centosette, dopo un ampliamento voluto dal nonno.

4 - Canto
Il sentiero si addentra sinuoso nel fitto bosco di faggi dalle mille sfumature calde dell'arancione: dal ruggine all'ambra, dal vermiglio al giallo mandarino, dal mogano all'ambra.
Le foglie cadute scricchiolano sotto i piedi e le narici sono punzecchiate dai profumi del sottobosco, di muschio e funghi.
Il gorgogliare del ruscello si fa sempre più lontano, il fruscio del vento tra le foglie più intenso.
Solo lui e la natura.
D'improvviso gli sembra di sentire una melodia tra gli alberi, il suono leggero di un violino mescolato a una voce soave dal timbro né maschile né femminile. Si sente attratto da quelle note dolci e leggiadre accompagnate dal canto malinconico.
Senza rendersene conto abbandona il sentiero.
Il pensiero corre veloce a un ricordo lontano, quando la nonna lo ammoniva sui pericoli del bosco e la presenza degli Sbilfs, folletti dispettosi che con il loro canto portavano via per sempre i bambini.
Ma è un attimo, un ricordo che non ha più forza.
Ed è troppo tardi.

5 - Mantello
«Mamma! Ho bisogno di un costume per stasera!» Irrompe nella stanza la ragazza al rientro da scuola.
«Buon pomeriggio anche te, tesoro. Com'è andata a scuola?»
«Sì, sì, ciao. A scuola tutto ok. Mi serve un costume per stasera. Ho deciso di andare alla festa di halloween.»
La mamma spegne la fiammella di gas sotto alla pentola del sugo e si volta a guardare severa la figlia, che nel frattempo ha gettato lo zaino a terra e si è rannicchiata sulla panca per spiluccare quanto apparecchiato in tavola.
«E no, tesoro! Te l'ho chiesto la settimana scorsa se andavi alla festa e se avevi bisogno di qualcosa per il costume. Non te ne puoi uscire ora che hai bisogno di un costume. Arrangiati!»
«E su dai, non fare la drammatica. Ho già pensato a tutto. Mi vesto da vampira. Metto il vestito corto nero, un po' di trucco pesante e via. Mi servono solo delle calze a righe...»
«E dove le andiamo a prendere delle calze a righe? È lunedì e i negozi nel pomeriggio sono tutti chiusi.» La interrompe la madre.
«Uff! Vabbè, metterò calze nere. Però a righe facevano più scena... Poi, mi serve un mantello...»
«E certo, un mantello perché tutti abbiamo un mantello nel nostro guardaroba!»
«Che scatole! Allora mi devi trovare un costume...»
La donna alza gli occhi al cielo. 
«Potresti vestirti da strega.»
«No, si veste così già Lorenza.»
«Allora da mummia. Ti fascio per benino con delle bende e...»
«Nemmeno per sogno!»
«Allora non so. Arrangiati. Fai sempre così. Ti decidi all'ultimo e poi ci devo pensare io.»
La donna esce dalla stanza. Deve stirare.
«E dai, mamma! Ti prego aiutatemi!» Le corre dietro.
La mamma sospira.
«E se ti vestissi da orsetto...»
«Cosa? Ma sei impazzita! Non ho più cinque anni. Che figura ci faccio!?»
«Lasciami finire. Puoi fare l'orsetto assassino o zombie. Prendi il pigiama da orsetto che ti ha regalato nonna per Natale, un bel trucco che sembri sangue dalla bocca e occhi da pazzo, il pugnale di plastica da Commander di tuo fratello e sei a posto! Costume originale che nessun'altra ha e te ne stai pure calda, visto che la festa è all'aperto.»
La ragazza la guarda perplessa. Poi sorride e le stampa un bacio sulla guancia: «Mamma sei un genio! La miglior mamma al modo. Ti voglio tanto bene!»

6 - Veleno
La casetta malconcia di legno si trova al limitare del bosco, distante dal borgo abitato.
La dimora della strega.
Tutti la evitano.
Tutti ne hanno paura.
Eppure prima o poi tutti passano a trovarla per risolvere un qualche problema: le fanciulle non ancora maritate che devono interrompere una gravida indesiderata, uomini facoltosi che hanno bisogno di una fattura per fermare un concorrente ambizioso, donne maltrattate che chiedono un veleno per liberarsi dal marito violento...
Oggi tocca a me.
Ho bisogno di un rifugio e di qualcuno che mi aiuti a diventare indipendente, perché la mia famiglia mi ha ripudiata.
Mi credono una strega come lei e mi hanno scacciata.
Con mano esitante busso all'uscio. La nodosa porta di legno annerita si apre scricchiolando.
L'anziano è seduta in fondo alla stanza su una logora poltrona sdrucita.
Mi sorride.
«Entra cara. Ti stavo aspettando!»

7 - Chiave
L'antica porta di legno si stagliava imponente davanti a lei.
Si fermò a osservarla stupita.
Poi, molto lentamente, prese la grossa chiave arrugginita dalla tasca.
«Quello che ti ho insegnato fin'ora non è nulla.» Le aveva detto la strega. «La mia eredità risiede in questa chiave. Quando morirò ti verrà rivelato il luogo. Fanne tesoro.»
Con mano esitante avvicinò la chiave alla serratura di ferro battuto dalla forgiatura artigianale, ancora più arrugginita della chiave. 
La ragazza si chiese se non fosse bloccata, ma con suo grande stupore la chiave girò come se la serratura fosse nuova. 
Con l'altra mano abbassò la maniglia e poi con entrambe spinse la pesante porta.
Fu dapprima colta una folata di polveri, che la fece tossicchiare, e poi dalla meraviglia: davanti a lei una maestosa biblioteca piena di antichi libri di magia, incantesimi e alchimia e in un angolo uno scaffale di romanzi poco noti o forse proibiti.
L'eredità della strega.

8 - Bacio
Furio era un benandante.
Nato con la camicia, destinato a combattere le streghe.
Ma come poteva farlo dopo quella notte?
Solo, aveva incontrato lei, la più bella e spietata strega del bosco.
E da quella notte ne portava sull'avambraccio il marchio: il 𝐼𝐿 𝐵𝐴𝐶𝐼𝑂 𝐷𝐼 𝑆𝑇𝑅𝐸𝐺𝐴, una promessa di amore o di morte.
Il suo era amore.

9 - Stagno
La carrozza correva sobbalzando ad ogni solco del terreno, ad ogni sassolino ad ogni buca.
I cavalli galoppavano sollecitati dalla frusta frenetica e convincente del cocchiere.
La fanciulla si teneva dura alla maniglia della porta recitando l'Ave Maria.
Dietro banditi malintenzionati in cerca di oro e di virtù femminile.
Era una fuga disperata e cieca.
Era freddo e buio in quella notte di ottobre del 1830. Una gelida nebbia avvolgeva alberi e vista.
Lo stagno era lì davanti, ma era nero come tutto il resto.
Quando i cavalli si accorsero dell'acqua che raffreddava i loro muscoli, nitrirono spaventati cercando di fermare quella folle corsa.
Ma era troppo tardi.
Cavalli e carrozza furono risucchiati nelle gelide acque profonde e di loro non si seppe più nulla.

10 - Cimitero
Ogni anno, nella notte di Halloween, il custode del camposanto organizzava una festa in cimitero. L'idea gli era nata un po' per dimostrare ad amici e conoscenti che quello non era un luogo da temere, un po' perché voleva che, almeno una volta all'anno, i suoi ospiti silenziosi potessero godere di un'allegra compagnia e non sempre di lacrime e pianti.
Le sue feste erano ben presto diventate famose, un po' per l'originalità del luogo, un po' perché l'organizzazione era eccellente e ci si divertiva come in nessun'altra festa.
In breve tempo nella cittadina era scemato ogni timore per quel luogo e per la notte più terrificante dell'anno.
Eppure ancora nessuno si era accorto che ogni anno dal cimitero scompariva qualcuno per non fare più ritorno.


P.S. Uno di questi racconti è stato usato da un'amica maestra per una lezione sul testo descrittivo in quarta elementare. Non vi dico l'emozione di sapere che le proprie parole sono state d'ispirazione per giovani menti che ne hanno tratto bellissimi disegni e hanno scoperto parole nuove.

domenica 11 febbraio 2024

Murales e libri - Racconto


«Ma alla fine lo hai visto il mio nuovo murales?»

Il tram sobbalzò a causa di una buca.

«Mmm...» Giovanni sollevò appena il capo dal cellulare. «Quello a Certosa? No, non ci sono stato.»

Seguì un lungo silenzio. Da un po’ di tempo i due amici si stavano allontanando. Enea dopo le superiori aveva intrapreso un percorso di studi artistico, nel tentativo di trasformare la sua passione per il disegno, e la Street Art in particolare, in una professione, mentre Giovanni aveva deciso di chiudere con lo studio e di lanciarsi nel mondo del lavoro, sbattendo il grugno sulla dura realtà: non era affatto semplice trovare un lavoro, men che meno soddisfacente e duraturo. I due ragazzi dopo aver trascorso tre cicli di scuola assieme, improvvisamente non condividevano più la quotidianità e le esperienze e avevano scoperto di non avere molto altro in comune se non i vecchi ricordi, ma non rinunciavano a passare il sabato pomeriggio assieme.

«E sentiamo, cosa avresti disegnato stavolta?» Il tono era ironico ed Enea ricambiò alzando il dito medio.

Giovanni ritornò a guardare il cellulare.

Enea estrasse dallo zaino il libro che si portava sempre dietro. Amava molto leggere e ciò si rifletteva nella sua arte.

«Dai, è qui vicino. Che dici se scendiamo alla prossima fermata e andiamo a vederlo? Ti prometto che poi andiamo a Piazza Marsala in direttissima.»

«Uff! E va bene. Tanto non mi molli finché non lo avrò visto.» Riponendo il cellulare in tasca si avviò verso la porta del tram.

Quando era nato il progetto On The Wall, Enea passava tutto il suo tempo libero a guardare gli artisti della Street Art in azione. Conosceva il background di tutti i graffittari. A volte si sedeva sul marciapiede e ricopiava sul suo blocco da disegno le opere murali, personalizzandole. Un giorno un anziano del posto gli si era avvicinato e, sbirciando i suoi disegni, aveva attaccato bottone. Due giorni dopo gli aveva chiesto di realizzare un disegno sul suo muro di recinzione; lo aveva da poco ristrutturato e non voleva che glielo imbrattassero con scritte e segnacci volgari. Era certo che un bel dipinto sarebbe stato un valido deterrente per i vandali.

«E ricordami: quanto ti ha pagato il vecchietto?» I ragazzi si incamminarono tra i caruggi.

«Non è una questione di soldi. Ho una mia opera accanto a quelle di grandi artisti! È un modo per farmi notare e far conoscere il mio nome. Pensa ai turisti che fotografano i murales di Ozmo, Zedz, Tiler e… Eneart!»

L’anziano gli aveva fornito i materiali e laute merende, ma aveva ragione Giovanni, non gli aveva dato soldi per il suo lavoro. Ma a lui andava bene così.

«Il solito fesso!»

«Come credi.» Enea sospirò. «Per me è stata una grande occasione ed è il vanto del mio book artistico!»

«A proposito di “book”… Non dirmi che anche questa volta hai disegnato libri?»

Il graffitaro arrossì.

«Non la capisco questa tua mania per i libri e la lettura. Non disegni altro!»

«Vorrei che la mia arte trasmettesse un messaggio e il messaggio che voglio trasmettere in questo momento è che leggere è coul! Si legge sempre di meno e ci stiamo impoverendo. Meno leggiamo e meno parole conosciamo e meno riusciamo a esprimerci. E senza parole non siamo in grado nemmeno di pensare.»

«Fermo, fermo! Basta con ‘sto pippone!»

Mentre camminavano Enea notò gli occhi dell’amico scorrere e soffermarsi su quei muri d’arte. 

A questo servivano: a stimolare gli stati d’animo e i pensieri. Ed era per questo che non perdeva occasione per portare il suo amico in quel quartiere.

«Va bene, la smetto. Ma se la mia arte riuscisse a stimolare una sola persona a leggere mi riterrei realizzato.» E sorridendo aggiunse: «Povero ma realizzato!»

Giovanni rispose con una gomitata scherzosa.

Voltarono l’angolo ed eccolo lì il murales di Eneart.

Un bambino seduto su una pila di libri intento a leggere circondato da animali fatati, mongolfiere, velieri, streghe e sirene, in un tripudio di colori. E in basso a destra, dove l’alto muro di recinzione lascia il posto a un muretto più basso, la firma dell’artista momentaneamente non visibile.S

eduta sul muretto, proprio accanto al murales di Enart una ragazza tutta vestita di nero stava leggendo un libro dalla copertina rossa.

domenica 29 ottobre 2023

Con lo sguardo rivolto al buio - Racconto


Amira posa sul tavolinetto del salotto il calice di vino, che si è versata poco prima in cucina, e si accomoda sul divano, allungando le gambe sulla chase long e vi adagia sopra con cura la coperta.

Afferra il libro lasciato aperto sul tavolinetto la sera prima.

È il suo rito serale, per rilassarsi dalle estenuanti giornate lavorative.

Non ha mai sofferto di solitudine, nemmeno quando il marito rientrava a notte fonda, senza mai averla avvisata di quei suoi improbabili ritardi di lavoro. Nemmeno ora la disturba immergersi nel silenzio serale della casa, anzi, dopo il divorzio è stato un sollievo avere la casa tutta per sé, senza temere le infinite e snervanti litigate.

Kiko, il suo affezionato gatto, con un agile balzo le si adagia sulle ginocchia e dopo aver ricevuto la sua dose di coccole, procede con la pulizia serale.

Amira, ama guardare il gatto lustrare meticoloso il pelo: la rilassa.

Riprende la lettura del libro, un thriller scelto per le sue tinte fosche, ideali per gli ultimi giorni di ottobre, mentre Kiko si appallottola e le si addormenta in grembo.

D’un tratto il felino scatta seduto sull’attendi e guarda fisso verso il buio del corridoio, attraverso la porta aperta del salotto.

Non è la prima volta che nel silenzio più totale ha uno di questi scatti per assumere una posizione di vedetta e fissare il buio, e ogni volta ad Amira le si rizzano i peli delle braccia. Tante volte ha scostato il gatto e, tremante, si è avvicinata allo stipite della porta allungando una mano per accendere la luce del corridoio e verificare poi l’assenza di chicchessia, umano o animale.

L’ex marito la canzonava ogni volta che gli raccontava quanto si spaventava. I primi tempi glielo diceva per far leva sulla sua coscienza, sperando che, sapendola sola e potenzialmente indifesa, avrebbe cominciato a rincasare presto, poi, quando ormai non sperava più nella coscienza dell’uomo, glielo raccontava così, solo per esorcizzare un’ansia che le si insinuava fino dentro le ossa.

«Fifona!» La canzonava, scoppiando in una sguaiata risata.

Lui non capiva.

Il gatto si destava dal sonno come se avesse sentito un rumore e fissava il buio come se ci fosse qualcosa o qualcuno che si muoveva molto, molto lentamente. Qualcuno o qualcosa che lei non sentiva e non vedeva ma che percepiva. Sentiva una presenza gelida e inquietante e il suo sesto senso si metteva in allerta.

Anche stasera alla reazione del gatto un brivido gelido le attraversa le braccia, scorrendo lungo il busto, aggrappandosi allo stomaco per poi procedere veloce lungo le gambe.

Facendo sforzo sulla propria razionalità, accarezza il gatto e con voce tremante lo ammonisce: «Kiko, tesoro della mamma, lo sai che quando fai così mi fai venire i brividi. Su, dai, rimettiti a dormire, lo sai che non c’è nessuno...»

Il gatto però non sembra d’accordo con lei, ma anzi da seduto si rizza sulle zampe e comincia a gonfiare il pelo.

Amira sente le vene svuotarsi.

Scende dal divano e si avvicina lentamente alla porta guardando il buio.

Allunga una mano esitante in cerca dell’interruttore, senza smettere di guardare davanti a sé, ma qualcosa la afferra e la risucchia repentina nel buio.

Kiko, osservatore silenzioso della scena, si adagia sulla zampe posteriori, continuando a guardare fisso verso l’apertura buia e, dopo un paio di minuti, si acciambella sulla coperta che emana ancora il tepore della sua umana e si addormenta.

La sua umana non farà mai più ritorno.

mercoledì 4 gennaio 2023

Troppo e niente - Racconto in ebook


Per il giorno della Befana ho scritto un racconto, ma quest'anno ho deciso di non pubblicarlo qui sul blog. Primo perché è un po' più lungo del solito, secondo perché sembra che i racconti che pubblico qui non interessino a nessuno.

Ho deciso invece di pubblicarlo come un e-book Kindle Singles. Se sei interessato a leggerlo lo troverai su Amazon, gratuito se hai un abbonamento Kindle Unlimited, oppure a meno di un caffè! ☕ Qui il link. 

Se però sei interessato e non hai la possibilità di leggerlo nelle modalità appena citate, non esitare a contattarmi in dm e sarò felicissima di inviartelo in PDF. 😉

Non chiedo nulla in cambio (anche se in feed sui social sarebbe alquanto gradito 😅); per i miei racconti voglio solo trovare persone felici di leggerli.

E se poi non ti piace, se pensi che non vada bene, puoi dirmelo, sono pronta alle critiche, che aiutano a migliorarsi.
  

domenica 30 ottobre 2022

Tre gradini


Sono in strada, davanti alla nuova casa di Giada, una delle mie migliori amiche sin dall’infanzia.

Esito.

Quella casa mi fa lo stesso effetto di vent’anni fa. Non so perché, ma mi ha sempre inquietata, sin da bambina. Un senso di pericolo mi attanagliava alla sola vista, senza riuscire a spiegarne il motivo. Al rientro da scuola, il passaggio era obbligato, ma non appena la intravvedevo, cambiavo marciapiede, per starle il più lontano possibile.

Dopo decenni di abbandono, Giada ha avuto l’opportunità di acquistarla per un importo irrisorio, facendo un vero affare. Qualche mese di ristrutturazione e ora, anche se i lavori non sono del tutto completati, l’immobile è abitabile e l’aspetto decadente è ormai un ricordo. Eppure, la sua sola vista mi inquieta e il mio malessere davanti a questo edificio è più vivo che mai.

Non ho mai detto a nessuno dell’agitazione che quella casa mi provoca, nemmeno a Giada quando l’ha comprata. Ho solo provato a dissuaderla un pochino, facendo leva sui numerosi lavori di ristrutturazione che avrebbe dovuto affrontare. Ma davanti al suo entusiasmo e all’importo irrisorio che le avevano chiesto, non avevo più avuto argomentazioni. C’era solo la mia ingiustificata angoscia.

Davanti al suo invito, mi sono fatta coraggio. È da troppo tempo che non ci vediamo e le ho promesso di andare a trovarla nella sua nuova casa. Ora però, che sono qui in strada davanti ai tre gradini d’accesso che mi dividono dal portone, mi manca il respiro e ho solo voglia di scappare a gambe levate.

Gli scalini davanti al mio sguardo sembrano allungarsi e farsi enormi, oltre il normale passo di una persona adulta, quasi fossi d’improvviso piccola come un’abitante di Lilliput.  Provo ad alzare il piede destro verso il primo livello, ma ho i muscoli bloccati, come se i miei piedi fossero stati cementati a terra.

Sono solo tre gradini.

Mi faccio forza e con grande fatica arrivo alla soglia d’ingresso. Mi sembra di averci messo un’eternità per arrivare fino a lì. L’inquietudine che mi pervade si fa sempre più forte. Il cuore mi martella in petto, ho le mani sudate e il fiato corto. Allungo una mano tremante verso il campanello.

Il sole pomeridiano ha lasciato il posto a nuvole cupe cariche di pioggia, rendendo quel pomeriggio, fino a poco prima raggiante, novembrino, anche se sono solo i primi giorni di settembre. Il vento si alza forte, scapigliandomi e sollevando polvere e foglie secche. Ritraggo la mano e mi stringo i lembi del golfino attorno ai fianchi, incrociando le braccia sul petto, rabbrividendo.

Alle mie spalle un cigolio, come di una vecchia carriola spinta a fatica da una persona anziana. Mi volto. Nessuno. La strada è deserta.

Qualcuno bussa al portone dall’interno. Mi rigiro verso la casa.

È cambiata.

Appare come il vecchio edificio malandato che era prima della ristrutturazione. Sento un urlo soffocato, come di una persona che prova a gridare, mentre viene strangolata.

Giada, urlo. Ma anche la mia voce è strozzata.

Sento assalirmi un’angoscia opprimente.

Mi ritraggo e metto il piede in fallo. Ruzzolo giù dai gradini.

Con occhi spalancati e fissi su quell’orrendo edificio mi rialzo, incurante del dolore al ginocchio. Poi, di scatto, mi volto a destra e comincio a correre veloce, più lontano possibile da quell’edificio maledetto. Non penso più a nulla, solo a salvarmi da quella casa dannata.

E quando sono abbastanza lontana, mi fermo senza fiato. Respirando a grandi boccate d’aria un pensiero corre alla mia mia amica, in pericolo dentro casa sua.

Con mani tremanti frugo nella tasca per prendere il cellulare; con grande fatica riesco a estrarlo, ma mi cade per terra.  Mi abbasso per raccoglierlo, mentre passa una macchina.

La riconosco: è quella di Giada. E infatti alla guida c’è la mia amica sorridente.

Sorridente?

Sul volto della mia amica, mentre mi sorpassa lentamente, c’è un ghigno terrificante.

 

mercoledì 13 luglio 2022

Il dannato di Paluzza


Silverio, originario di Questas, un piccolo borgo fra Cercivento e Zovello, ogni estate monticava la malga di sua proprietà in Plan dai Ai, che confinava con il territorio della famiglia Brunetti. Silverio era avido come nessun altro e, poiché voleva allargare i propri possedimenti, di giorno in giorno spostava i confini, fino a impossessarsi di un bel pezzo di terreno del signor Brunetti. 

Un giorno il signor Brunetti, controllando le mappe, si accorse che la sua proprietà, in realtà, si stava ritirando e le misurazioni non quadravano. Insospettito, portò in giudizio Silverio.

Il giudice si recò sul posto e una volta giunto sul terreno che Silverio aveva rubato spostando i confini, e che a rigore non gli apparteneva, chiese al medesimo di giurare di trovarsi con i piedi sulla sua proprietà. Silverio, su suggerimento della moglie, in precedenza aveva messo dentro le proprie scarpe due manciate della terra del proprio orto, così giurò spavaldo: “Lo giuro sulla mia anima: sto calpestando la mia terra!” 

Il giudice gli diede ragione.

Dopo poco tempo, Silverio morì. Suonarono le campane a morto e una signora chiese: “Chi è morto?"

Un paesano la informò sulla dipartita di Silverio.

La donna continuò: “Ma come, io l’ho visto poco fa che stava andando con il mazzapicchio dalle parti del Moscardo”. 

L'uomo ribatté: “Non è possibile!”

E invece la donna aveva visto l'anima dannata di Silverio, perché la giustizia terrena gli aveva dato ragione, ma quella divina lo aveva condannato a pagare la propria scaltra avidità: alla sua morte il Signore lo aveva messo a zappare e sfracellare il monte Moscardo, monte che sta sopra Cleulis e che quando piove porta giù un mucchio di detriti e di rocce attraverso un torrente.

Da quella volta, quando vengono le piene, dal Monte Moscardo si staccano massi e quantità enormi di detriti e tutti in coro esclamano: “E’ Silverio che batte!"

martedì 3 maggio 2022

Lettera dopo lettera


Una raffica di tic-tic-tic riempie la stanza.

Le dita rabbiose premono veloci senza sosta i tasti della macchina da scrivere.

La carta frusciante scivola dentro e poi fuori, accompagnata a intervalli regolari dal din che invita a riportare il carrello al punto di partenza.

I fogli vengono tatuati con lettere e parole. Lettera dopo lettera si compongono frasi lunghe e frasi corte, arricchite ed enfatizzate da punti, virgole, doppi punti, punti esclamativi ed interrogativi, o puntini che danzano in gruppi di tre; come un insieme di tessere di mosaico man mano riempiono pagine su pagine. Fogli che una volta estratti vengono impilati silenziosi gli uni sugli altri.

Poi le lettere si incrociano e fermano con un rumore sordo e rollato il ritmo sfrenato delle parole.

Un’imprecazione, solo pensata.

E il silenzio viene nuovamente riempito dal ticchettio ritmato e veloce. Il foglio ricomincia a ruotare, danzante nella sua musicalità linguistica, per fermarsi all’arrivo dell’ultimo punto uguale a centinaia di migliaia già tatuati su pagine fitte di parole e segni, ma che tra tutti è il più importante.

Le dita si fermano, e con esse anche la macchina da scrivere, poi, incerte, voltano le pagine accumulate. Gli occhi scorrono le pagine parlanti, le labbra sussurrano parole, il corpo, che prima aveva vibrato emozionato e invitato le dita a esprimere la propria emozione, assimila le frasi e le giudica. E quelle parole non sembrano più le sue, ma corpi estranei, privi di enfasi e di quelle emozioni che poco prima aveva regalato al ticchettio della macchina da scrivere.

Con rassegnazione le mani, le cui dita sono ancora sensibili per il lungo ticchettare, accartocciano nervose i fogli indegni e li gettano frettolosamente nel cestino.

E la danza ritmata riprende.

domenica 30 gennaio 2022

Meni e il violino magico


Si narra che tanto tempo fa, in Val Pesarina si aggirasse un omuncolo vestito con un cappello a cilindro verde e un frac rosso e che si portasse sempre appresso un violino. Si narra, anche, che il violino fosse magico e che facesse ballare chiunque ne udisse le note. Si trattava dello Sbilf chiamato Omenut.

Un giorno un fabbro di Pesariis, Meni, noto anche come violinista delle feste paesane, si era recato nel bosco a raccogliere legna e trovò, sotto un abete un bel violino. Forse piccolino per la sua stazza da fabbro, ma di fattura così curata, che il fabbro non dubitò che si trattasse di un violino molto pregiato. Si osservò attorno e, non scorgendo nessuno, raccolse il violino e lo adagiò nella gerla che aveva sulle spalle.

Giunto a casa, si accomodò sulla panchina accanto al portone e provò lo strumento e ne uscì una melodia soave. Nessuno dei suoi violini riusciva a produrre una musicalità tale.

Le donne di passaggio si fermarono al suono del violino e improvvisarono un ballo. Il tempo passò veloce senza che nessuno se ne rendesse conto. Alle donne si unirono presto i bambini, accorsi per cercare le madri ritardatarie, e poi anche gli uomini al rientro dal lavoro. Si fece presto notte, ma Meni continuava a suonare estasiato per la musicalità dello strumento e appagato dal ballo improvvisato.

La notizia giunse all’orecchio del prete, che volle accertarsi di persona. Cadde anche lui nel sortilegio e cominciò a ballare e ballare senza sosta, finendo dentro un cespuglio di rovi. Le spine non furono un deterrente sufficiente per far smettere di ballare: il povero curato continuò la sua danza incurante delle spine che gli laceravano la pelle.

La sera si fece notte e la notizia si diffuse per la vallata, finché non arrivò all’orecchio del comandante dei carabinieri, che si premurò di tapparsi le orecchie prima di intervenire.

Meni fu arrestato per stregoneria e, condotto davanti al giudice, fu condannato all’impiccagione. Allora Meni chiese di poter esprimere un ultimo desiderio, come si soleva accordare a ogni condannato a morte. Chiese di poter suonare per l’ultima volta, subito prima dell’esecuzione, il suo amato violino, così da poter trovare il riposo eterno con la sua musica nelle orecchie. Non si era mai negato un ultimo desiderio a un condannato a morte e così il giudice acconsentì.

Sin dalle prime note suonate dal violino, tutti i presenti si misero a ballare: giudice, boia, guardie e il pubblico accorso all’esecuzione.

Quando le note del violino si dileguarono e i presenti si ridestarono dall’incantesimo, si accorsero che Meni era fuggito. Di lui non si seppe più nulla.

Da allora anche l’Omenut non fu più visto in Val Pesarina.

domenica 31 ottobre 2021

Appartamento vista cimitero

Era rimasto bloccato per tre ore in autostrada per un incidente, e poi l’ingresso in città era stato anche più congestionato. Insomma, quando arrivò al suo nuovo appartamento era notte fonda.

Ma perché non era partito la mattina presto, invece di cedere alle insistenze della madre?

«Ti prego Filippo, rimani a pranzo prima di partire. Chissà quando tornerai a trovarci!»

Sua madre l’aveva presa male quando gli aveva detto che si sarebbe trasferito.

«Ma dovevi accettare un lavoro così lontano da casa?»

La verità era che aveva inviato centinaia di mail con il proprio curriculum e dopo un po’, esasperato, aveva smesso di informarsi a quale ditta li inviava. L’unica società che gli aveva offerto un lavoro si trovava a quasi cinquecento chilometri dal suo paese. Il colloquio era andato molto bene e la paga, per un primo impiego, era di tutto rispetto. Gli avevano dato una settimana per iniziare e, in fretta e furia, aveva dovuto trovarsi un posto dove stare.

Il suo nuovo appartamento si trovava in periferia, in una zona tranquilla ma lugubre. Il palazzo era strato costruito vicino a un cimitero. In compenso l’affitto era molto basso.

L’edificio era immerso nel silenzio più assoluto e i suoi passi echeggiavano per tutta l’altezza del vano scale.

Cercando di fare meno rumore possibile, portò al primo piano solo gli scatoloni strettamente necessari per affrontare la prima notte; il resto lo avrebbe scaricato il giorno successivo. Era molto tardi e doveva andare subito a dormire se l’indomani voleva essere lucido e attivo al suo primo giorno di lavoro. E poi, ogni volta che passava davanti al portone della portinaia, aveva paura che lo sentisse e non voleva che pensasse subito male di lui, etichettandolo come un giovane scapestrato, senza nemmeno conoscerlo.

Anche l’appartamento vuoto echeggiava; l’unico arredamento presente era quello della cucina e una rete con il materasso in camera. Con i soldi risparmiati sull’affitto, si sarebbe presto comprato qualche arredo.

C’era un terribile odore di chiuso.

Filippo poggiò il primo scatolone nell’ingresso, lasciò cadere le chiavi a terra e corse a spalancare la finestra, dalla quale entrava la luce della luna piena. Si affacciò. La finestra dava proprio sul cimitero. Storse la bocca e poi stringendosi nelle spalle uscì per prendere un altro scatolone. Non aveva certo paura dei cimiteri e non lo disturbava avere dei morti come vicini di casa. Magari in previsione di qualche visita femminile, avrebbe acquistato un paio di tendoni pesanti; bastava non aprire la finestra per non urtare la delicata sensibilità delle fanciulle.

Lasciò la porta di casa aperta. Non c’era ancora nulla da rubare in casa e sarebbe stato più agevole entrare con lo scatolone ingombrante contenente la biancheria da letto.

Appena varcata la soglia, una gelida folata di vento proveniente dalla finestra spinse il portone, che si chiuse un tonfo. Filippo ritornò sui suoi passi, ma si rese presto conto di essere rimasto chiuso fuori di casa: il portone nella parte esterna aveva solo un pomello, mentre le chiavi erano rimaste dentro sul pavimento.

Fece un giro su sé stesso e si spettinò i capelli con la mano destra, mentre la sinistra era ancorata sul fianco.

Pensa.

Ancora un giro su sé stesso.

“È tardi. E se non voglio dormire in macchina devo trovare una soluzione.”

Ovviamente chiamare un fabbro a quell’ora era fuori discussione.

Svegliare la portiera per chiedere se per caso avesse una chiave?

Pessima idea svegliare in piena notte una persona sconosciuta e insinuare che avesse copia delle chiavi degli appartamenti di altre persone.

La finestra!

Ma certo, la finestra era aperta. L’appartamento era al primo piano, forse sarebbe riuscito ad arrampicarsi fino ad essa ed entrare.

Scese di corsa le due rampe e si precipitò verso il retro dell’edificio. Il muro del cimitero terminava sulla parte di destra dell’immobile. Filippo si rese conto che per accedere al retro doveva entrare nel cimitero. Percorse la cinta fino a raggiungere l’imponente cancello di accesso. Imponente e sbarrato.

Era molto buio, la luna piena era coperta da una grossa nuvola nera. Con l’aiuto della torcia presente nel cellulare osservò il cancello e notò sufficienti traverse per arrampicarsi e scavalcare il cancello. Ripose il cellulare nella tasca posteriore dei pantaloni, dove lo teneva sempre, e cominciò la sua difficoltosa salita. Non vedendo, doveva tentare di trovare il giusto appoggio con il piede prima di poggiarlo e passare al successivo. Arrivò in cima senza fiato. Mentre portava piede e gamba destra sull’altro lato del cancello, una punta sagomata gli si conficcò nel fianco. Con un gesto istintivo si strattonò lateralmente. Sentì la maglietta lacerarsi, mentre un dolore penetrante al fianco gli tolse il fiato per un paio di secondi.

Imprecò.

Si era ferito e sentiva il sangue scorrere.

Imprecò ancora.

In bilico afferrò il cellulare per valutare la discesa. Poteva saltare. Sotto c’era solo un selciato ghiaioso. Si diede una spinta per cadere più avanti possibile, per evitare ogni altro contatto con il cancello.

Nella cauta, il cellulare si sfilò dalla tasca dei pantaloni e precipitò un momento prima del ragazzo, che fatalmente cadde con il piede sul display del telefono. Maledicendo la sfortuna, raccolse il cellulare sperando di non aver fatto troppi danni. Seppure con il display ridotto a una ragnatela, si accendeva ancora, ma presto si rese conto che la torcia era fuori uso.

La serata non poteva andare peggio di così.

Con l’aiuto della fioca luce del display avanzò nel cimitero.

Non aveva mai avuto paura di cimiteri e morti, né si era mai impressionato nel sentire storie di fantasmi. Prima di allora, però, non era mai entrato di notte in un buio cimitero.

Il vento soffiava freddo tra le tombe. Filippo sentì corrergli un brivido lungo la schiena. Colpa del vento sulla ferita, si disse.

Avanzava a tentoni. Vedeva pochissimo e la fioca luce del cellulare distorceva le tombe lì intorno.

“Ma perché non ho messo le chiavi in tasca?” si condannò, continuando a imprecare contro la sfortunata serie di eventi di quella lunga notte.

Complici la stanchezza, la ferita, l’assenza di luce e il luogo lugubre, Filippo si sentiva sempre più nervoso e agitato.

Intravvide la finestra. Purtroppo, la parete fino alla sua finestra era completamente liscia. Non vedeva nessun appiglio. O forse non lo vedeva perché era troppo buio per vedere altro se non sagome scure. Lì accanto, alte quasi fino alla finestra, c’erano delle piante incolte di ligustro, i cui gracili rami erano inutili. Al primo tentativo di arrampicata si spezzarono, anche se rafforzati da copiosa edera.

Sentì un fruscio alle sue spalle.

Si voltò di scatto, puntando la luce bluastra del telefonino. Non c’era niente. Forse un rivolo di vento aveva smosso le foglie delle piante sulle tombe o forse un gatto che passava indifferente.

Poi sorrise. “Mi sto facendo suggestionare! Se lo sapessero Tommaso e gli altri… sai le risate!”

Un velo di malinconia lo avvolse. Chissà quando avrebbe rivisto la sua gang.

Si riconcentrò sul suo problema. Si guardò intorno e vide dei ceri accesi sulle tombe. Decise di usarli. Ripose il cellulare e prese un cero per mano. Sentiva freddo, ma peggio di tutto si sentiva osservato. Non vedeva l’ora di riuscire a rientrare in casa. Quella situazione stava diventando assurda. Si dava dello sciocco per la paura che lo stava prendendo. Nulla valeva ripetersi che in cimitero ci sono solo persone morte e che sono più pericolosi i vivi dei morti.

Intravvide, vicino ad una tomba di famiglia, una scala.

Finalmente una buona notizia.

Si precipitò verso la scala, incurante di quanto lo circondava e senza prestare attenzione a dove mettesse i piedi. Si sentì trattenere la caviglia, come se qualcuno gliel’avesse afferrata e rovinò a terra. Puntò un cero verso il piede. Era semplicemente inciampato su una tomba.

Nella caduta aveva perso uno dei ceri, ma decise di non perdere altro tempo e concludere quanto prima quell’assurda situazione. Dolorante si rimise in piedi e riprese la sua strada verso la scala della salvezza. Ma si sentì tirare per la maglietta, o per quello che ne era rimasta. Si sentì ghiacciare il sangue nelle vene. Possibile che ci fosse davvero un’entità che lo volesse trattenere in quel luogo?

Scacciò il pensiero. Si voltò e notò che la maglietta si era incastrata nell’arabesco di una tomba particolarmente elaborata. La strappò via furioso, finendo di lacerarla. Afferrò la scala e con passo deciso si diresse verso il muro e la finestra del suo appartamento.

Era arrabbiato con il fato e con sé stesso che si lasciava soggiogare da quel luogo infausto. Era certo che non avrebbe mai più messo piede in un cimitero con l’animo sereno come un tempo e di sicuro non ci avrebbe più messo piede di notte.

Il vento gli fischiava tra le orecchie, come una voce lamentosa. Gli scorse ancora un brivido lungo la schiena, ma si concentrò sulla scala: la sua salvezza.

La scala non era molto alta, ma sufficiente per permettergli di raggiunge la finestra e la salvezza da quella notte terrificante. Con le mani intirizzite dal freddo e dall’agitazione sistemò la scala e ne constatò la solidità, in mezzo alle piante di ligustro. Sollevato e speranzoso cominciò a salire la scala. Al secondo piolo si sentì ancora una volta afferrare da una presenza misteriosa. Qualcosa gli stava attorcigliando le caviglie. Certo che si trattasse ancora una volta di una pianta si piegò verso il basso per liberarsi, ma si fermò a metà strada. Attorno al polpaccio c’era una mano ossuta.

Cacciò un urlo che echeggiò nella notte silenziosa e poi perse l’equilibrio. Precipitando dalla scala, sentì una voce lugubre mormorare: «Resta con noi!»

E poi ancora, come un coro che circondava l’intero cimitero: «Resta con noi!»

Furono le ultime cose che sentì. Cadendo sbatté la testa su un sasso e morì sul colpo. Lo trovarono il giorno dopo il guardiano del cimitero e la vedova Florio con l’edera dei ligustri attorcigliata nella gamba.