giovedì 19 aprile 2012

LA MANIFESTAZIONE


Comodamente seduto sulla vecchia poltrona ereditata da suo nonno, Giuseppe guarda annoiato la televisione. Sua moglie è in cucina a lavare i piatti del loro frugale pranzo. Con gli anni nemmeno il cibo è più un piacere. I programmi televisivi non erano un gran ché; aveva girato per un po’ in vai canali e poi aveva scovato un documentario sugli aborigeni africani, un po’ noioso, ma migliore di tutto quello che davano negli altri canali. Arriva la pubblicità e poi una breve edizione del telegiornale.
<<Cara, vieni a vedere!>> Chiama Maria, sua moglie, senza nemmeno girare la testa verso la porta della cucina. <<Stanno devastando Roma! I soliti teppisti intrufolati nei cortei…>>
La moglie si avvicina e, asciugandosi le mani nel canovaccio, si siede sul bracciolo della poltrona, accanto al marito. In silenzio ascoltano il notiziario.
Breve annuncio e guardano le immagini: giovanotti vestiti di nero, incappucciati e armati di spranghe e san pietrini che sfasciano vetrine e macchine.
Maria si alza e ritornando verso la cucina borbottando: <<Dove mai andremo a finire. Non c’è più rispetto per niente e nessuno.>>
Giuseppe, senza muoversi, decide di seguire la vicenda e gira canale in cerca di qualche approfondimento, che trova facilmente.
Le immagini mostrate sono un susseguirsi di atti di vandalismo: vetrine sfasciate, cassonetti dell’immondizia rovesciati per strada, teppisti incappucciati che aggrediscono le forze dell’ordine, macchine in fiamme.
Giuseppe si chiede chi siano i genitori di quei ragazzi e cosa abbiano loro insegnato.
La televisione continua a sparare immagini. Una macchina incendiata, un furgone della polizia preso di mira, la vetrina di un gioielliere fatta a pezzi da due ragazzi, un primo piano di un giovane dal volto coperto dalla sciarpa. Tutte immagini veloci, che scorrono sullo schermo una appresso all’altra.
Un dubbio si insinua nella vecchia mente di Giuseppe, ma subito lo scaccia via. Non ci vuole nemmeno pensare. Si alza lentamente dalla poltrona; lo diceva sempre suo padre: è brutto invecchiare, cominci a sentire dolori ovunque e qualunque movimento diventa una fatica. Afferra il cellulare e gli occhiali da lettura e si risiede in poltrona.
Intanto Maria lo ha raggiunto in salotto e, mentre sferruzza una maglia per la figlia, guarda distrattamente anche lei il televisore. Purtroppo scene di quel tipo le ha già viste anche troppo spesso.
<<Chi chiami?>> Chiede al marito.
<<Filippo.>> Risponde in tono serio.
<<Non penserai…>> Azzarda la donna.
<<No, scherzi! Sicuramente sarà a testa bassa sui libri. Lo conosci.>> E dopo una breve pausa: <<Ha il telefonino spento. Te l’avevo detto che sta studiando.>>
I due coniugi trascorrono il pomeriggio passando da un telegiornale all’altro, commentando di tanto in tanto la stupidità di quei giovanotti, il cui comportamento vanifica le buone intenzioni di tutta la manifestazione: chi presta attenzione ai messaggi e alle richieste di tutti quei ragazzi che sfilano per Roma, quando ci sono dei debosciati che terrorizzano la città?
Per cena un veloce piatto di minestra e Giuseppe si risiede davanti alla televisione. Finalmente tutto è tornato tranquillo. I violenti sono stati allontanati e non rimane che contare i danni. L’evento, però, continua a rimbalzare da una trasmissione all’altra. I normali programmi televisivi lasciano il posto ad edizioni straordinarie di telegiornali e a trasmissioni di approfondimento. Le immagini raccolte durante la terribile giornata sono state selezionate con cura e vengono mostrate con calma ai telespettatori e commentate con un’attenzione morbosa.
Giuseppe sussulta sulla poltrona: il fermo immagine mostra un ragazzo dai folti capelli biondi, piuttosto lunghi sulle spalle, il naso e la bocca coperti da una sciarpa nera, intento a lanciare un san pietrino contro gli agenti. Chiama la moglie, che si sta preparando per la notte, urlandone il nome. L’anziana si precipita in salotto. Quando vede l’immagine in televisione si abbandona sul divano, senza forze: l’ultimo sforzo di chi si sente mancare e ha paura di cadere. Quegli occhi li avrebbe riconosciuti tra mille: è Filippo.
I due coniugi non riescono a parlarsi, impietriti dalla scoperta. Dopo un’interminabile manciata di secondi Giuseppe afferra il cellulare e, con l’aiuto degli inseparabili occhiali da lettura, cerca il numero del figlio nella rubrica. L’apparecchio squilla una volta sola, Filipppo risponde: <<Papà…>> con voce spaventata.
<<Cos’hai combinato disgraziato?>> Si limita a dire il padre, infuriato e preoccupato allo stesso tempo.
<<Sono stato alla manifestazione… ma non ho fatto nulla…>>
<<Non dire cazzate!>> Sbotta l’uomo interrompendo il figlio. <<Sei su tutti i telegiornali! Hai lanciato pietre contro i poliziotti! Tua madre sta piangendo…>>
Un attimo di silenzio. Giuseppe ascolta il respiro del figlio dall’altra parte.
<<Devi costituirti.>> Aggiunge con il suo caratteristico tono autoritario, che Filippo conosce sin troppo bene.
<<Non ci penso nemmeno.>> Risponde arrogante il ragazzo.
<<Se non ci vai da solo, lo faccio io.>> Sbotta il padre. <<Tua madre ed io non ti abbiamo di certo insegnato…>>
<<Non puoi rovinarmi il futuro…>> Lo interrompe il figlio sicuro di sé.
Giuseppe rimane un attimo senza parole e Filippo prosegue: <<E poi se mi prendono, dovrei risarcire i danni… anche di quello che non sono stati presi…>>
<<Zitto! Tu ora ti costituisci. Io prendo il primo treno per Roma e poi tu torni a casa con me!>>
<<Ma papà, ho gli esami da preparare e poi non ho fatto niente di male…>>
<<Giovanotto hai chiuso. Ti avevamo mandato a Roma per studiare, non per devastare la città. Ora torni a casa e quando questa faccenda è sistemata vai a lavorare. Ti insegno io a vivere!>> Urla ancora Giuseppe.
Maria sul divano ascolta in lacrime il marito urlare al telefono. Non ha il coraggio di intervenire. Non riesce nemmeno a pensare. In quella fotografia non riconosce il proprio figlio, ma solo un ragazzaccio che gli assomiglia fisicamente. Lei non ha generato un vandalo.
<<Io non ti do più un soldo!>> Continua a sbraitare l’uomo al telefono.
<<Hai l’obbligo di mantenermi.>> Rispose altero il figlio al telefono. A Roma era andato a studiare e lo aveva fatto. Si era iscritto a Giurisprudenza e i suoi voti erano più che discreti. Ambiva a diventare avvocato.
<<Ma io ti mantengo,>> rispose sarcastico il vecchio, <<a modo mio: un tetto sopra la testa, qui a casa, e un piatto di minestra; per il resto ti arrangi!>>
<<Devi mantenermi secondo le mi inclinazioni… lo dice la Legge!>>
<<Parli di legge proprio tu: un delinquente che distrugge città… Dovevi fare l’avvocato e invece finirai in prigione…>> Quasi piagnucola affranto l’uomo al telefono.
<<Tsz! Devono provare che sono stato io e che ho distrutto qualcosa. Sai quanto ti costerò in tribunale?>> Puntualizza Filippo, fiero delle sue conoscenze.
<<Io non capisco cosa ti ha preso,>> cambia tono e tecnica il padre, <<tua madre ed io ti abbiamo insegnato i valori del vivere civile… Io non ti riconosco!>>
<<Papà, svegliati! Con i valori non si va da nessuna parte. Non vorrai un figlio fallito… Io punto in alto e voglio diventare qualcuno. Chissà, potrei farmi intervistare in qualche talk-show…>>
Un attimo di silenzio e Filippo riattacca senza nemmeno salutare il padre.

lunedì 9 aprile 2012

E-book Momenti - Una recensione



Ho scoperto per caso un post un po’ datato in cui viene recensito il mio e-book “Momenti”. A parte l’immenso piacere che mi ha fatto, visto che ne parla benissimo (giuro non ho pagato l’autrice), sono felice che qualcuno lo abbia letto.
Per chiunque sia interessato la recensione la potete leggere qui, mentre per l’e-book “Momenti” mi spiace appurare che purtroppo al link indicato qui a fianco non è più disponibile; ma mi sto già attrezzando per trovargli una nuova destinazione accessibile a tutti gli interessati. Se poi non riuscite ad aspettare, sarò lieta di inviarvelo via e-mail.

martedì 27 marzo 2012

Racconto breve - QUANTA ACQUA?


«Ti ho portato un bottiglietta d’acqua.» Comunica l’anziano signore alla moglie stesa sul bianco letto dell’ospedale, con quel tono indifferente che solo decenni di convivenza possono creare.
«Solo mezza? Ho appena bevuto un litro e mezzo: una me l’hai portata tu ieri e due le ho prese dal rubinetto.» Risponde la moglie con tono preoccupato, mentre cerca di mettersi seduta.
«Be’, adesso hai questa qui!»
«Ma mi hanno detto che devo bere tanto…» Piagnucola l’anziana signora, continuando a dimenarsi per trovare una posizione comoda.
Il marito si stava impazientendo: «Devo andare a prenderti dell’acqua?»
L’anziana, finalmente tranquilla in posizione semi seduta, afferra una rivista dal comodino.
«No, non serve!»

sabato 3 marzo 2012

LA LIBRERIA DEL BUON ROMANZO di Laurence Cossé

Era da molto tempo che cercavo un libro che mi rapisse tra le sue pagine e, dopo averne abbandonato uno, l’ho finalmente trovato. Sono rimasta affascinata dall’insolita trama, dal patos creato dalla narrazione e intrappolata tra le pagine sentendomene fortemente attratta. Ed è stata una piacevole sorpresa, anche perché la scelta del libro non è stata intuitiva come spesso mi capita, visto che la quarta di copertina non era poi così affascinante. Avevo optato per questo libro con sufficienza, dicendomi che in fondo potevo provare a leggerlo visto che comunque parlava di una libreria, tema che mi piace...
Due appassionati lettori di buoni romanzi, stufi delle librerie che promuovono libri di scarsa qualità, il cui unico pregio è quello di farli guadagnare molto, decidono di aprire una libreria che venda solo romanzi di qualità, buoni romanzi per l’appunto. Dopo un inizio felice, però, la libreria comincia a subire attacchi, all’inizio attaccando la reputazione dell’attività e dei suoi proprietari, fino ad aggressioni fisiche.
Un giallo insolito, con un finale non comune.
Curiosa, voglio provare a leggere alcuni dei molti titoli citati…

Vedi anche la recensione di:

venerdì 10 febbraio 2012

ASPIRAPOLVERE DI STELLE di Stefania Bertola

Mi è già capitato di trovare libri che mi annoiassero, ben scritti ma privi di consistenza o patos, oppure la cui trama mi affascinasse seppure non apprezzandone lo stile della scrittura, ma mai mi è capitato di leggerne uno che mi indisponesse come questo. Non solo la trama non mi ha preso, ma è scritto veramente male: il punto di vista passa da un personaggio all’altro, lasciando in sospeso pensieri e dialoghi e senza il minimo indizio grafico (come ad esempio lo spazio tra un paragrafo e l’altro), come se per un errore di stampa mancasse una pagina nel volume. Non so se ciò sia dovuto al fatto che il libro in mio possesso è un’edizione economica, curata da uno di quei “club” di libri...
Ho deciso quindi di interromperne la lettura (e difficilmente mi capita di farlo) per non irritarmi ulteriormente.
Ci tengo a precisare, a mia discolpa, che il libro mi è stato regalato.

mercoledì 8 febbraio 2012

TRUCCHI D'AUTORE di Mariano Sabatini

Non posso che confermare quanto già detto per Altri trucchi d’autore (vedi questo post), in quanto l’unica differenza tra i due volumi è l’elenco degli scrittori intervistati.
Ho letto entrambi i libri con una foga unica, quasi me li volessi mangiare in un sol boccone, ed entrambi mi hanno dato una forza ed una carica in più verso la scrittura, spingendomi a produrre molto di più di quello che faccio normalmente (cose che per il momento non posterò qui, ma che spero possano tradursi in qualcosa da poter inviare agli editori con la richiesta di pubblicazione). Sicuramente sono due libri che terrò a portata di mano per… ispirarmi

martedì 7 febbraio 2012

Le avventure di V.* – Chi spala la neve?

Quest’anno qui da noi ha nevicato ben poco. Solo due volte, per la precisione. Pochi centimetri e di domenica. Così mio marito era a casa e ha potuto spalare il vialetto, aiutato dall’intrepida V., che ha riadattato la sua paletta per la sabbia a pala per la neve.
Stamattina, quando l’ho svegliata le ho dato la bella notizia: <<Buongiorno cucciola. Lo sai che ha nevicato?>> Subito V. è saltata giù dal letto e si è precipitata al piano di sotto a spalancare il portone per accertarsene di persona: <<Che bello! Che bello! E’ tutto bianco!>> Ha urlato saltando per il corridoio.
Dopo un paio di minuti di gioia irrefrenabile si è fermata, mi ha guardato e ha chiesto: <<Dov’è papà?>>
<<E’ già andato al lavoro.>>
E con tono preoccupato mi chiede: <<E ora come faccio a spalare tutto da sola?>>

*Personcina di 3 anni, con lo spirito di 4 e l’energia di 5.

sabato 28 gennaio 2012

ALTRI TRUCCHI D’AUTORE di Mariano Sabatini

Chi mi conosce bene sa che sono una persona tendenzialmente contro corrente; ed infatti, prima ho letto “Altri trucchi d’autore” e poi il primo volume “Trucchi d’autore”.
Prima di postare la mia recensione su “Trucchi d’autore”, ripropongo quella di “Altri trucchi d’autore”, pubblicata su Splinder e, come già detto in precedenza, ora non più disponibile.
Ripropongo inoltre, per completezza, il mio personale esperimento di scrittura dal titolo “Un esperimento: intervista a Lucia T. Ingrosso”, sempre postato su Splinder, fatto dopo aver letto il libro.

ALTRI TRUCCHI D’AUTORE di Mariano Sabatini

lunedì 10 dicembre 2007, 8.14.24 | Kinsy

Questo è il secondo libro di Sabatini, il quale, intervistando scrittori famosi, cerca di carpirne i segreti e le manie legate alla loro produzione letteraria.
In questo volume si incontrano cinquantadue scrittori, di ogni età e di ogni genere letterario. Per lo più le domande poste a ciascuno di loro sono uguali, salvo piccole varianti. Forse un po’ di personalizzazione avrebbe reso più fluido e interessante il tutto, permettendo di approfondire alcune affermazioni espresse dagli intervistati.
E’ interessante notare che tutti, ad eccezione della sola Isabella Santacroce, sono dei forti lettori e consigliano la lettura come primo esercizio per diventare scrittori. Alla faccia di quanti dicono che chi scrive non legge!
Mi spiace, invece, constatare che al tendenza alla trascrizione letterale dell’intervista, che ormai ha preso piede in tutte le riviste, ha prevalso anche in questo volume, dove, dopo una breve introduzione all’ultimo romanzo scritto dallo scrittore in questione e, in alcuni casi, una breve descrizione dello studio o area utilizzata nel momento creativo, l’intervista è inserita pari pari: domande e risposte a raffica.
Ammetto che non amo per niente questo modo di “fare giornalismo”. Ritengo che un bravo giornalista dovrebbe creare un bell’articolo, riportando in un trafiletto descrittivo e continuo le risposte essenziali e magari, per rendere più interessante il tutto, descrivendo tic e atteggiamenti della persona intervistata. In un libro come questo, ad esempio, avrei costruito dei capitoli per argomento, citando le diverse risposte raccolte, evidenziando le differenze.
A sostegno di quanto sopra, posterò nei prossimi giorni un esperimento di questo tipo: sceglierò una delle interviste presenti in questo libro e cercherò di costruirne un articolo. E’ un modo, questo, per esercitarmi nella scrittura (in un genere, tra l’altro, che non mi è consono) e un modo per verificare se la mia teoria è corretta (rendere un’intervista più leggibile) o se ho espresso una critica priva di fondamento, non potendo snaturare le risposte in questo modo.
Un ultimo appunto su Ben Pastor. Autrice (il nome porta erroneamente a pensare ad un uomo) che non conoscevo nemmeno di nome, ma che dimostra un vero e profondo per la lingua italiana, della quale sembra conoscere molto bene parole, significati e grammatica. Il tutto accentuato dal fatto che l’autrice vive in America ormai da parecchi anni. Questa breve intervista si è involontariamente trasformata in una piccola lezione d’italiano. Mi riprometto di leggere al più presto qualcuna delle sue opere.

Un esperimento: intervista a Lucia T. Ingrosso

venerdì 21 dicembre 2007, 16.16.30 | Kinsy

Come anticipato in un precedente post, ho provato a realizzare un articolo partendo da un’intervista del libro “Altri trucchi d’autore”. Ovviamente ho usato le risposte riportate all’interno del volume e non ho potuto aggiungere brevi incisi sui movimenti dell’autore, come avrei fatto se avessi fatto di persona l’intervista…Ecco qui il risultato:
  
Il suo primo libro pubblicato è stato il terzo prodotto, in ordine di tempo, dopo ben dieci anni dalla stesura del primo. Proprio per ciò, consiglia agli esordienti di credere nelle proprie capacità e di continuare a coltivare il proprio sogno di diventare scrittori, senza accusare troppo le frustrazioni degli inevitabili insuccessi, perché in Italia, paese dove pochi leggono e quasi nessuno pubblica esordienti, è davvero difficile arrivare alla pubblicazione. Per la scrittrice, infatti, le principali doti per un aspirante scrittore sono il talento, la perseveranza e l’ottimismo.
La Ingrosso ha esordito con un piccolo editore, per poi passare alla Kowalski grazie ad un’amica scrittrice, che l’ha presentata alla propria agente. Seppure le due si siano piaciute sin da subito, anche in questo caso sono passati diversi anni, quando l’agente dell’amica cercava un romanzo giallo e lei ne aveva una bozza già pronta da dieci anni, solo da revisionare
Leggere, riassumere, tenere un diario, sperimentare stili e generi diversi, confrontarsi con lettori e colleghi scrittori, sono, secondo la scrittrice, tutti esercizi utili per migliore, anche se ritiene che saper scrivere sia un talento innato. Le scuole di scrittura creativa, infatti, non servono per imparare a scrivere, ma per mettersi in gioco. Anche se un po’ di severità verso sé stessi è un buon alleato per uno scrittore, preferisce indugiare con sé stessa: “mi dico sempre che l’obiettivo delle mie storie è l’intrattenimento. Per questo, oltre al talento e al mestiere, serve anche la leggerezza”.
Mentre scrive, tende a non ascoltare musica per non distrarsi e sorseggia una tazza di tè per essere pimpante e stare sveglia, soprattutto quando scrive di notte e cita a proposito Agatha Christie: “un buon tè aiuta a scrivere bei gialli”.
I gialli della Ingrosso nascono da una suggestione, che poi lascia decantare finché non ha chiaro in mente tutto il plot, ma non troppo dettagliatamente, perché si diverte a scoprire man mano che scrive quello che succederà: “la mia narrazione è quasi cinematografica, scena per scena. Ne scrivo un paio alla volta e abbozzo le successive, che uso come traccia quando ricomincio a scrivere.”.
Le idee migliori le vengono andando in giro, sentendo i discorsi delle persone sui mezzi pubblici, leggendo i giornali o passeggiando:”il mondo è pieno di storie in attesa di essere raccontate. La creatività si autoalimenta. Più hai idee e più te ne vengono.”.
Adora scrivere e si diverte a farlo, scrivendo di tutto. Non ha mai avuto l’incubo della pagina bianca: “ho sempre avuto molta fantasia. E poi la mia esperienza giornalistica aiuta. All’inizio di ogni articolo avevo un po’ di apprensione, mi chiedevo se ce l’avrei fatta. Poi mi dicevo: ci sono sempre riuscita, ci riuscirò anche questa volta. Con un nodo da sciogliere o una personalità da delineare mi succede lo stesso.”.
Il suo stile nasce dalla ricerca di creare pagine speciali, “bisogna sempre cercare un modo non scontato per raccontare la perfezione” afferma, “ma è doveroso puntare all’originalità: mi sforzo di dare sempre un’impronta originale a quello che scrivo.”. Sceglie le parole anche per la loro musicalità, rileggendo spesso a voce alta ciò che scrive: “le frasi devono suonare bene, avere un loro equilibrio interno”. Cerca di rendere i dialoghi credibili e di dare una propria voce a ciascun personaggio. Questi ultimi sono ben delineati quanto vivono di una vita propria, sfuggendo al controllo dell’autore e diventandone un compagno di viaggio. Spesso i suoi personaggi sono il collage ottimale di persone ricalcate dalla realtà: l’ammiccare di un amico, il modo di vestire di un collega, un ricordo orecchiato da uno sconosciuto sul tram; insomma, inesistenti ma credibili. “Riportare sulla carta persone reali pari pari è invece più spesso una gabbia che un’opportunità”. E poi prosegue: “amo raccontare i miei personaggi, perché mi piace che i lettori possano subito provare a visualizzarli. Descrizioni sì, ma non troppo dettagliate, perché è giusto che i lettori lavorino di fantasia”. E infatti ammette che gli scrittori bravi sanno delineare benissimo i loro personaggi senza bisogno di descrizioni e “io ne ho ancora strada da fare, in questo senso”.
Lucia T. Ingrosso tiene a portata di mano dizionari, anche stranieri (per citazioni in inglese o francese, sempre più in uso) e un manuale di stile: “per me una bibbia”. Ritiene l’italiano una lingua molto difficile, soprattutto se confrontata all’inglese, per la sua grammatica, i verbi e le regole piene di eccezioni. “Sono contenta di averla come madrelingua e non invidio chi la deve imparare. Tuttavia negli USA è la quarta lingua più studiata e sta vivendo un inaspettato boom. Qualcosa vorrà dire…”.
Seguendo il consiglio di un suo vecchio caporedattore (“nessun avverbio, pochi aggettivi e niente punto e virgola”, di cui condivide solo le prime due regole), durante la rilettura, taglia molti aggettivi.
I verbi ausiliari preferisce usarli con parsimonia e tende a scrivere frasi brevi, anche se in base al ritmo che vuole dare alla narrazione, ne può usare anche di lunghe.
Odia le parole inutili tipo comunque, quant’altro e un attimino.
Prima di iniziare un nuovo romanzo procede con delle ricerche: “ci tengo a raccontare vicende e delineare personalità credibili. Vado alla fonte. Se devo descrivere un’autopsia, intervisto un medico legale; se devo riportare le frasi di un interrogatorio, le verifico con un poliziotto. In questo modo, mi sono anche procurata molti nuovi amici”.
Per le ambientazioni, invece, si reca sul posto, amando raccontare luoghi che conosce.
Solitamente nella narrazione usa il passato remoto, ma varia i tempi per evidenziare i vari livelli temporali, come il flash-back al presente, che serve a dare maggiore incisività. Il punto di vista, invece, è quasi sempre in terza persona: “dà maggiore libertà, consentendo di spaziare e narrare le vicende da più angolazioni. La prima persona è soggettiva, ma permette di avere una solo punto di vista”.
A lavoro finito, fa leggere in anteprima il manoscritto al marito e a un ristretto gruppo di lettori, “abbastanza amici da essere indulgenti, ma sufficientemente critici da segnalarmi i punti critici. Il giudizio che temo di più continua a essere quello dei miei genitori”.
Al momento sta lavorando ad un giallo ambientato nel modo della musica, la cui protagonista assomiglia un po’ a Caterina Caselli.

domenica 22 gennaio 2012

Plagio? No fortuita coincidenza

Su un vecchio post pubblicato sul mio blog precedente avevo parlato della mia voglia di scrivere un romanzo sul terremoto del 1976 in Friuli (che per completezza riporterò alla fine di questo articoletto, così come era stato pubblicato su Splinder – anche se la tentazione di correggerlo è forte! – e ora non più accessibile per la chiusura della piattaforma). In seguito avevo postato alcuni frammenti di quanto stavo scrivendo e magari per completezza tra qualche giorno li riposterò…
Capita, però, che per caso accedo ad un sito di un mensile locale (Voce della Montagna) e mi accorgo che la redazione del giornale pubblica anche libri di rilevanza territoriale, tra le quali proprio un romanzo storico ambientato nell’Alto Friuli nei giorni del terremoto del 1976 (Una finestra sul cielo di Antonio Russo). Mi sono così accorta che la mia idea non era poi così originale. E poi mi sono chiesta: “E se non avessi saputo dell’esistenza di questo libro?”. Poteva sembrare un plagio!
E ora cosa faccio?
Be’, per il momento ho acquistato il libro e, non appena terminato quei due/tre già in lettura, me lo leggerò. Poi deciderò se proseguire il mio progetto o meno. Almeno saprò cosa non scrivere per non essere accusata di copiare…

1976 - Terremoto in Friuli

domenica 4 febbraio 2007, 23.16.42 | Kinsy
 
Sono nata nel 1976 da genitori friulani. Per la verità mia mamma solo a metà, avendo il papa friulano e la mamma francese. In realtà anche mio papa non si considera friulano, o almeno non propriamente, perché anche qui in Friuli esiste il nord e il sud, con relativi contrasti. Il nord è geograficamente individuato come la Carnia e i suoi orgogliosi abitanti ne sono talmente fieri da essere carnici e non friulani. A dire il vero i tratti caratteriali tra carnici e friulani sono ben visibili. Ma questa è un’altra storia…
Comunque, essendo nata nel 1976 il collegamento è praticamente immediato: “Ah! Ma tu sei figlia del terremoto!”.
Vivo con questa esclamazione da quando me ho memoria. E anche se sono nata dopo quelle scosse e in Svizzera, da quando i miei sono tornati in questa regione, sono cresciuta all’ombra di tale catastrofe.
E’ così che avevo deciso di raccontare questo evento, ma è molto difficile. Avevo pensato di costruire una storia inventata a contorno di quei giorni terribili, ma rischiavo di cadere nel banale. Mi sarebbe molto più facile fare una ricerca e descrivere veramente i fatti, così come sono accaduti, ma questo l’hanno già fatto in molti…
Ho provato più volte ad iniziare questo racconto o romanzo, o, insomma, qualcosa! Ma alla fine non sono arrivata a concludere mai nulla.
Scrivo questo post, con la speranza che, rendendo pubbliche le mie intenzioni, mi sia da sprono per iniziare e concludere il racconto di questi avvenimenti.
Sono fermamente convinta che questi eventi hanno cambiato non solo la vita, ma anche il carattere dei suoi abitanti e, nello stesso tempo, abbiano dato un nuovo sviluppo a quest’area geografica che altrimenti sarebbe stata destinata all’abbandono praticamente completo, essendo già da anni avviata una massiccia migrazione alla ricerca di un lavoro e di una vita migliore.
Ho sentito più volte affermare che la determinazione dei friulani ha portato ad una veloce ricostruzione dei paesi distrutti e spesso questa volontà di riprendere a vivere normalmente è stata porta come esempio in occasione di altri terremoti. Ma ho notato che al suo trentesimo anniversario (2006), il terremoto in Friuli è stato ricordato solamente in questa regione, con piccoli articoli sui giornali locali e sporadiche manifestazioni sempre a livello locale. Mi sento quindi ancora più motivata a scrivere su questo argomento!

mercoledì 18 gennaio 2012

CITO, QUINDI COPIO, QUINDI IMPARO!

Prendo spunto dal post di PennaBlu e da quello di Luisa Carrada. In effetti da due post può nascere un’unica idea… Inauguro, quindi, una nuova rubrica, per lo più ad uso personale (come la maggior parte dei miei post), ma spero possa essere utile a tutti: “Cito, quindi copio, quindi imparo!”. E per cominciare, perché non iniziare proprio copiando la citazione di Luisa Carrada?!?

<<Copiate, non create. Il segreto della creatività è un segreto di Pulcinella. Per diventare creativi bisogna fare il contrario di quello che consigliava quel tale della scuola della creativià; bisogna copiare, copiare e ancora copiare. Quando tutto quello che abbiamo copiato ci uscirà dagli occhi, quando ogni verso, ogni nota, ogni disegno ci sembrerà una citazione, ecco che saremo dei creatori o (almeno) non saremo dei ripetitori. Questo non vlae solo nell’arte, ma nella vita, dove (fateci caso) il più delle volte i principianti ripetono schemi già visti, proprio come gli autori inesperti adoperano frasi fatte. Il punto è molto semplice, e l’ha enunciato una volta Umberto Eco: si sbaglia ad associare il genio alla sregolatezza; il genio non ha meno regole degli altri, ne ha molte di più.>>