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venerdì 27 aprile 2018

Dietro le quinte: la copertina

Ho sempre amato sperimentare e provare cose nove e così quando ho deciso di pubblicare L’uomo che misurava il tempo in self, ho provato a realizzare la copertina del mio libro da sola, per vedere come andava, non scartando a priori la possibilità di rivolgermi a un professionista.
In realtà sono stata fortunata, perché ho trovato l’immagine che da sola faceva la cover ed è stato tutto in discesa!
Per questo lavoro non ho trascurato nulla: oltre ad aver studiato le copertine di altri libri, salvandole in una specie di carnet d’ispirazione, ho letto e mi sono documentata in materia e infine, quando ho trovato l’immagine giusta, per evitare di usarne una già utilizzata, l’ho inserita nel motore di ricerca Tineye.com. Non è una garanzia che l’immagine non sia stata mai usata, ma almeno si ha la certezza che non sia abusata. Capita spesso, infatti (anche in libri pubblicati da editori, sigh!) che due o più libri abbiano la stessa immagine e come lettrice è una cosa che mi da un po’ fastidio.
Devo dire, che il risultato finale non è peggio di copertine realizzate da così detti professionisti. Mi è capitato di vedere davvero cover brutte realizzate da persone che si spacciavano per tali… ma come per ogni mestiere, ci sono quelli bravi e ci sono quelli che farebbero meglio a cambiare lavoro.
Ad ogni modo mi sono così divertita a realizzare la mia copertina, che sto provando a giocare un po’ con le card, sempre de L’uomo che misurava il tempo.





Preciso che nel pc tengo un file contenente un po’ di nomi di grafici il cui lavoro mi piace.
Ve l’ho detto: non scarto la possibilità di rivolgermi a qualcuno che davvero sa quello che fa, perché non è detto che con il prossimo libro riesca a realizzarmi la cover da sola.

mercoledì 11 aprile 2018

Scrittori: collaboratori o eterni nemici?

Leggendo le discussioni tra i vari gruppi letterari, in particolare su facebook (social a cui, da un po’ di tempo, partecipo piuttosto attivamente), sembra che noi scrittori siamo esseri arroganti, presuntuosi ed egocentrici, sempre pronti a farci le scarpe l’un l’altro. Insomma dei lupi famelici.
La mia esperienza personale, invece, è davvero l’opposto. Sarà che non sono nessuno e che vendo pochissime copie, per cui non faccio paura a nessuno, ma posso dirvi che in questi ultimi anni ho trovato molti colleghi disposti a collaborare e a darmi preziosi consigli e suggerimenti, sia per quanto riguarda la scrittura sia per la tanto faticosa promozione. Alcuni di loro si sono proposti di ospitarmi sul loro blog o sulla propria pagina autore.
Qualcuno potrebbe obiettare che così facendo attirano potenziali lettori, quelli che seguono me e non loro, ma credo sia proprio questo lo spirito di collaborazione che dovrebbe muovere noi scrittori. I lettori non sono solo miei o solo tuoi: un lettore è per tutti. Quindi io ospito a casa mia uno scrittore nuovo per i miei lettori e i seguaci di quello stesso scrittore conosceranno me, una scrittrice a loro ignota. Alla fine ci guadagnano tutti: il lettore in primis, che è sempre alla ricerca di penne e storie nuove, e tutti gli scrittori coinvolti.
Diversamente, credo che autori che parlano male di altri scrittori e che sono sempre pronti ad additare imperfezioni dei propri colleghi, oltre a dimostrare scarsa intelligenza, non fanno che allontanare non solo potenziali lettori, ma anche i propri. Nessuno ha voglia di addentrarsi in battaglie altrui e avvelenarsi il sangue per le invidie di altri, tanto meno il lettore che nei libri cerca belle storie, suggestive atmosfere e, soprattutto, evasione.

E voi come la pensate?
Come lettori, avete mai risentito di liti tra scrittori?
Come scrittori avete notato, subìto, fomentato questo clima battagliero e di invidia, o piuttosto, come me, siete stati fortunati e avviato collaborazioni proficue con altri colleghi?

sabato 7 aprile 2018

Card promozionali

Tempo fa in un post di Maria Teresa Steri avevo espresso le mie perplessità sulle card promozionali. Un pensiero del tutto personale, puramente calato sulla mia reazione davanti a queste immagini-cartolina. Salvo rare eccezioni, mi hanno sempre dato l’impressione di abusatissimi aforismi, tipo pensierini da cioccolatino, risaltati da un’immagine. Ma nel contempo sono una persona fondamentalmente curiosa, che ama sperimentare e provare cose nuove e così ieri, un po’ per disperazione e in cerca di idee nuove per sponsorizzare il mio nuovo romanzo, un po’ per noia in una giornata non così oberata di impegni e incombenze come di consueto (ma da quanto non mi succedeva di avere un’ora libera?), ho provato a realizzare una card. Ho selezionato una frase dal primo capitolo e poi ho cercato un’immagine coerente (gratuita, sfruttando l’opzione di Google: Strumenti > Diritto di utilizzo >  Contrassegnate per essere utilizzate); poi ho un po’ giocato con gli elementi di grafica. Nulla di impegnativo, solo aggiunto il testo, scegliendo il carattere che mi sembrava migliore, e incollato in un angolo la copertina del libro, tanto per togliermi ogni dubbio sull’effetto “pensierino da cioccolatino”.
Il risultato finale ce l’avete sotto gli occhi.
Devo dire che la reazione degli utenti facebook, dove ho postato la card, è stata positiva: le persone che non mi conoscono direttamente si sono dimostrate molto più interessate dalla card che non da tutti gli altri post di promozione che riportavano solo la copertina del libro.
A voi come sembra?
Qual è la vostra esperienza in merito? Anche voi usate card e simili?


lunedì 19 febbraio 2018

Questione di ego

Ego ego delle mie brame, chi è lo scrittore più egocentrico del reame?
Ho sempre amato scrivere e penso che continuerò a farlo, con o senza lettori al seguito. La notorietà, mi sono sempre detta, arriva da sola, senza cercarla. Basta scrivere una storia bella e appassionante e lasciare fare ai lettori e al passa parola. Io stessa sono una lettrice e so come funziona. Qualcuno parla bene di un libro, magari più di qualcuno, ne senti parlare un po’ ovunque, ti incuriosisci, lo cerchi e lo leggi. Non sempre sei d’accordo con il consiglio ricevuto, ma molte volte sì. Altri libri, invece li leggi perché ti chiamano in libreria. Sì, avete capito bene. Sono fermamente convinta che siano i libri a scegliere il lettore e non il contrario. Come mai, infatti, quando sei in una libreria prendi in mano solo alcuni volumi e non altri? Come mai quel libro attrae la tua curiosità e non altri? Non credo sia solo questione di copertina e titolo, perché tante volte sono tutti omologati e simili tra loro. Forse la quarta di copertina? Anche, ma non solo, perché mica leggiamo tutte le trame di tutti i libri prima di scegliere quale portare in cassa, giusto? Perché leggiamo la quarta di quel libro e non di quello che gli è subito a fianco?
Ma sto divagando… stavo parlando da scrittrice e non da lettrice…
A volte, devo ammettere, mi prende un moto di ribellione a questa lunga attesa. Sì, il mio ego bussa alla porta e mi dice: quelli che hanno letto qualcosa di tuo, poi continuano a leggerti, aspettano nuove uscite e ti fanno anche i complimenti a voce, per mail, via messaggio…, e allora perché non riesci ad avere più lettori di così? Ci sono nomi che hanno avuto successo che non scrivono certo meglio di te, a volte anzi hanno scritto storie banali, eppure hanno un seguito ben nutrito, perché tu no? Muoviti, datti da fare, fai circolare il tuo nome e i tuoi libri!
E in questi momenti mi prende una certa agitazione. Mi chiedo se davvero sto facendo il possibile per emergere, per farmi notare. Certo che no, è la risposta immediata. E allora mi metto in moto alla ricerca di un modo per farmi notare, per trovare nuovi lettori. Mi manca un piano marketing, di sicuro, ma come farlo? Studiare anche quello, togliere ancora tempo ed energia alla mia vera passione? Navigo su internet alla ricerca della formula magica, che ovviamente non esiste.
Osservo cosa fanno colleghi attorno a me e mi chiedo: davvero tallonare i propri lettori per ottenere recensioni o spammare il proprio libro a destra e a manca si ottiene più visibilità? A qualcuno questo comportamento forse ha portato a qualche risultato, ma ho come la sensazione che questa non sia la strada giusta, non per me almeno: forse ti fai notare, ma in modo negativo… ci vuole il giusto limite e quello che mi sentivo di fare l’ho fatto, anche se non ha portato a grandi risultati.

Preferisco rimanere nell’ombra e scrivere solo per qualcuno, piuttosto che sentirmi una disperata in cerca di conferme. Nonostante l’ego. Che poi si sa non ne ha mai abbastanza.

domenica 28 gennaio 2018

Perché ho scelto il self

A breve uscirà il mio terzo romanzo dal titolo L’uomo che misurava il tempo. Per lui ho scelto la strada del selfpublishing, e vi garantisco che non è stata una scelta facile, né come decisione da prendere, né come via di pubblicazione.
Per molti infatti il self è una scorciatoia per quegli autori che non hanno trovato un editore. Ovviamente non posso parlare per gli altri né per la massa in generale. Nel mio caso non è stato questo a spingermi a pubblicare in self. Ho già pubblicato con un editore e… sì, è stato proprio questo a spingermi al self. Non ho molto da lamentarmi del mio precedente editore, i termini contrattuali sono stati rispettati e ho avuto come interlocutore una brava persona, aperta al dialogo e disponibile. Ma era un piccolo editore e con tutta la buona volontà i suoi innumerevoli sforzi in termini di promozione, nel mio caso, non hanno portato molto lontano. L’editore mi ha reso partecipe dei suoi sforzi: ha partecipato a fiere, più o meno importanti, con i suoi costi (sia monetari, sia in termini di energie); ha inviato newsletter alle librerie, senza aver mai ricevuto un cenno di lettura; ha inviato copie omaggio alle Amministrazioni comunali dove è ambientata la vicenda, senza ottenere nemmeno in cambio un “grazie, lo metteremo nella biblioteca a disposizione degli utenti”, figuriamoci ottenere la possibilità di presentare il libro; ha scritto ai quotidiani locali chiedendo l’abbinamento del volume in occasione del 40° anniversario del terremoto in Friuli, senza ricevere alcun cenno di risposta. Inoltre un piccolo editore ha grosse difficoltà di distribuzione e il mio libro non era fisicamente presente nelle librerie. Molte persone mi chiedevano dove potevano trovare il libro e storcevano il naso quando dicevo di prenderlo on line (sito dell’editore o store), preferendo acquistarlo subito rivolgendosi a me.
Il novantanove per cento delle vendite e tutte le (poche) presentazioni fatte le ho ottenute con sforzo personale, promuovendomi da sola sui social e conoscendo e contattando direttamente le persone. I libri sono arrivati in qualche libreria perché sono andata con le mie copie e le ho lasciate lì in conto vendita.
Tanto sforzo per prendere davvero due spiccioli di diritto d’autore. La domanda è sorta praticamente spontanea: perché devo sforzarmi tanto, perdere tempo ed energie per far guadagnare qualcun altro? Perché non ottenere il massimo da questo mio sforzo?
Ecco la decisione.
E vi garantisco non è una scelta facile. Ti assalgono mille dubbi, hai paura di comprometterti, di sbagliare. Non sai bene come muoverti: formati, copertine, revisioni, ecc.
Sono mesi che studio e mi informo. Per fortuna ho conosciuto persone disponibili che mi hanno dato ottimi consigli.
Per prima cosa ho provato sperimentando il self rieditando un testo già pubblicato e fuori catalogo (Il valore di un libro,ndr.), un testo già corretto e per il quale avevo già avuto dei feedbach positivi. Ho guadagnato più vendendo dieci copie di questa riedizione self (i miei lettori affezionati lo avevano già acquistato) che non con duecento con un editore.
Ma un romanzo nuovo nuovo è tutta un'altra cosa. Non hai certezze, né una base da cui prendere spunto.
Per il nuovo romanzo ho pagato un editor professionista per avere un prodotto di qualità.
Per la copertina, invece, ho fatto da sola. Ho visto e studiato le cover di professionisti che si fanno pagare profumatamente, realizzate con foto acquisite gratuitamente on line e ritoccate si e no con un paio di filtri, corredate dal giusto font per titolo e nome dell’autore. Ho quindi scelto, in questo caso, la via del risparmio, perché in fondo smanettando un po’ mi sembra di aver raggiunto un risultato soddisfacente. Uso il condizionale, perché a me piace e anche agli amici a cui l’ho mostrato, ma ovviamente saranno i lettori finali a decidere (sperando di non farli scappare, ma di attirarli verso il libro).
Ho fatto bene a scegliere il self? Lo saprò solo tra qualche mese, quando potrò vedere l’andamento delle vendite e avrò sentito le reazioni dei miei lettori.
Intanto incrocio le dita, perché davvero con questo progetto mi sto mettendo in gioco. E parecchio.

mercoledì 1 giugno 2016

Vale ancora la pena fare presentazioni?

Oggi volevo parlarvi della mia recente esperienza, ma volevo farlo in modo diverso. Poi mi è capitato di leggere il post "Perché non fare più presentazioni di libri" della casa editrice Zandegù e l'articolo ha preso una piega diversa.
L'editore sostiene che le presentazioni non volgono la pena perché c'è poca partecipazione, a volte completamente assente, o gli spettatori sono parenti dell'autore o dell'editore, giusto per fare numero e le vendite sono scarse.
Bene, lo dico sinceramente: non sono affatto d'accordo
Ovviamente lo dico per le esperienze che ho avuto personalmente, prima come lettrice e, di recente, come scrittrice.
Sarà che vivo in una realtà territoriale dove ci sono poche iniziative e quindi anche la presentazione di un libro può essere l'occasione per uscire di casa e fare una cosa nuova... ma non credo. Ad ogni modo, alle presentazioni a cui ho partecipato come lettrice spesso la sala era piena. Quindi un ottanta, cento persone. Per lo più questi eventi erano patrocinati (se non addirittura organizzati) dalle amministrazioni comunali ospitanti, ma non credo sia questo il fattore determinante per la partecipazione. Probabilmente gli organizzatori hanno saputo promuovere l'evento. Da spettatrice mi è pure parso che ci sia stato un buon ritorno in copie vendute, anche se non ho dati alla mano.
Come scrittrice, invece, ho appena iniziato a fare presentazioni e posso parlarvi delle mie uniche due esperienze dell'ultimo mese.
La prima presentazione è stato un successone. E sì che mi trovavo in un comune dove non ero mai stata prima e dove nessuno mi conosceva. La sala era gremita di persone. Il primo pensiero è stato che la partecipazione era merito del coro che riempiva la serata, ma alla fine mi sono invece resa conto che la maggior parte era venuta proprio per il mio libro (al solo pensiero mi gaso ancora!). E le vendite sarebbero state eccezionali se il mio editore non mi avesse, ahimè, detto che quando una presentazione va davvero bene si vendono al massimo quindici copie (e raggiungere questo risultato è un'eccezione, quasi un'utopia).
Purtroppo non avevo copie a sufficienza per soddisfare tutte le richieste e la cosa mi ha parecchio amareggiato. Sento di aver deluso il caloroso pubblico che aveva partecipato alla presentazione e credo che in qualche modo questo fatto abbia anche danneggiato la mia immagine... Non mi resta che sperare che chi non ha potuto acquistarlo quella sera, lo abbia cercato in libreria.
Il secondo evento, che si è svolto nel comune dove lavoro, è stato un po' meno partecipato, ma una cinquantina di persone era comunque presente e diverse di loro aveva già acquistato una copia del mio libro, conoscendomi di persona. Alla presentazione era stata legata una rappresentazione teatrale a tema. Anche le vendite sono state discrete.
A completezza di informazione, devo dire che come vantaggio ho avuto il fatto che il mio libro parla del terremoto del 1976 in Friuli e quest'anno cade il quarantesimo anniversario, anche se le due presentazioni sono state fatte in territori che pur avendo subito danni dal sisma, erano comunque ben più lontane dall'epicentro.
Posso comunque dirvi che a più di un anno dall'uscita del mio breve romanzo ho venduto molte copie, che senza queste serate di promozione non avrei venduto e molte persone non avrebbero saputo nemmeno che esisto.
E vi garantisco che per me è stato davvero una dura prova mettermi davanti a tante persone e parlare di me e del mio libro, ma sono state esperienze favolose e sono felicissima di aver fatto, non solo per il ritorno come scrittrice. Nel primo caso, per esempio, ho trovato un pubblico caloroso con cui dialogare, che mi ha accolto a braccia aperte pur non conoscendomi, con cui ho chiacchierato. Ho potuto ascoltare nuove voci e nuove storie sul terremoto.
Posso dirvi che ora che ho vinto la mia reticenza, anche se per me sarà ogni volta una dura prova espormi al pubblico, continuerò a fare presentazioni, perché è l'unico modo per farmi conoscere e per vendere di più.

mercoledì 20 aprile 2016

È solo questione di marketing

Ci sono libri che vendono centinai di migliaia di copie e quando ti capita di leggerli ti chiedi come mai. Non mi riferisco a quei libri che riscontrano il gusto di massa, che a loro modo, pur essendo piuttosto prevedibili e pieni di stereotipi, concedono al lettore una lettura rilassante e per alcuni versi piacevole. Mi riferisco invece a quei libri che davvero non concedono nulla al lettore, brutti, insignificanti e senza trama.
Un esempio è “Prometto di sbagliare” di Chagas Freitas Pedro. Il libro ha una bella copertina, una quarta avvincente e il risvolto interno della copertina ancora di più, che ti promettono una bella storia coinvolgente di un amore sofferto e clandestino, che era iniziato senza essere mai diventato e che avrebbe potuto riscattarsi a discapito del presente. In realtà, dopo poche pagine, ti accorgi che il libro non manterrà le sue promesse. Capitoli e capitoli di storie d’amore diverse, non legate le une alle altre, con personaggi solo appena accennati. Il libro sembra una raccolta di appunti di storie che potrebbero essere raccontate. Assomiglia un po’ al mio file di appunti per storie future. Una vera delusione. E non solo mia. Mi bastava solo dare retta alle innumerevoli recensioni negative di lettori delusi. Ma forse è stato proprio il fatto che il libro non riscontrasse proprio il favore del pubblico a convincermi all’acquisto. È il libro che fa per me, mi sono detta, perché se la storia non piace vuol dire che è lontana dalle solite storie ed è proprio quello che cerco: una lettura diversa.
È indubbio che non leggerò mai più nulla di questo autore, e probabilmente reagirà allo stesso modo buona parte dei lettori delusi, ma rimane il fatto che ha venduto milioni di copie, perché c’è stato davvero un bel lavoro di marketing a monte. Un bel trailler, una quarta di copertina accattivante, una pubblicità martellante piena di promesse, articoli su riviste e giornali. Se non ci fosse stato tutto questo, sicuramente il libro non avrebbe venduto tanto e non sarebbe nemmeno stato tradotto all’estero, fino ad arrivare nelle librerie italiane (l’autore è portoghese).
Credo che qualunque libro con un piano marketing del genere riuscirebbe a vendere migliaia di copie (anche il mio!?).
Mi sorge spontanea una domanda: ma in base a quale criterio una casa editrice (parlo di quelle grosse) decide di puntare tutta la sua forza promozionale su un titolo, piuttosto che su un altro?

mercoledì 13 aprile 2016

I social un aiuto agli scrittori timidi

Immagino che lo avrete già capito: sono una persona schiva, che non ama molto mettersi in mostra, né sventolare ai quattro venti i propri successi. Il mestiere dello scrittore, da questo punto di vista, è proprio quello che fa per me: seduta da sola alla scrivania ad immaginare storie e trascriverle per i lettori. Peccato che lo scrittore moderno non può più permettersi di stare all’ombra e se vuole essere letto deve attivarsi in prima persona per farsi conoscere. Deve uscire dal suo nascondiglio e parlare del proprio libro, mostrarsi al pubblico e fare presentazioni. Sì, perché l’esperienza insegna, il fatto di aver pubblicato non è sufficiente per garantire la vendita del libro. Non con una piccola casa editrice, almeno. Non posso parlare dei colossi dell’editoria, dei quali non ho alcuna esperienza, ma visto la pubblicità che vedo in giro, mi sembra che questa sia dedicata ai soliti noti. Così lo scrittore moderno deve uscire allo scoperto e quanto meno avvertire i potenziali lettori che esiste anche il suo libro, perché sì anche lui scrive. E qui iniziano i grattacapi.
Se non fosse stato per facebook, credo che delle persone che conosco solo una decina di loro, quelli più intimi e vicini a me, avrebbero saputo che scrivo e che ho pubblicato qualcosa. E come avrebbero potuto? Per carattere non sarei mai riuscita a dire: «Ehi! Lo sai che ho pubblicato un libro?»
Però condividere la propria gioia di aver pubblicato, postando un timido articolo (e una grande foto) sul famoso social è stato un gioco da ragazzi! E devo dire che l’interesse tra gli amici di facebook si è subito fatto sentire.
Davvero, la mia esperienza dimostra che i social aiutano a farsi conoscere. Non ho ceduto assolutamente allo spam. Ho creato pochi piccoli discreti post a uso e consumo della mia cerchia di amici virtuali e poi mi sono creata una pagina pubblica come scrittrice, non legata alla cerchia delle amici virtuali, per permettere l’accesso all’io scrittrice anche da parte di persone che non rientrano nella mai cerchia di amicizie (virtuali). Mi sono, infine, iscritta ad alcuni gruppi a tema: soprattutto di libri, ma anche territorialmente e moralmente interessati al terremoto del Friuli. Grazie a uno di questi gruppi ho conosciuto una ragazza che organizza eventi e abbiamo iniziato una collaborazione. A breve, grazie a lei, farò la mia prima presentazione!
Ora non so come andrà e non so come reagirò a parlare in pubblico, e magari questo ve lo racconterò più in là, ma certamente da sola non sarei mai riuscita a propormi per una presentazione.
E a voi i social sono d’aiuto come scrittori?

lunedì 14 settembre 2015

E dopo la pubblicazione?

Arrivi finalmente alla tanto desiderata pubblicazione e per un certo periodo cammini a un metro da terra. Sei felice come non mai e sei certo che il tuo libro avrà un discreto successo. Sprechi anche tanta energia per auto-promuoverti, togliendo tempo e vitalità alla famiglia e alla tua passione per la scrittura, perché quel nuovo progetto può attendere intanto che culli l’ultima tua creatura che finalmente ha visto la luce.
Ovviamente hai pubblicato con una piccola casa editrice, perché quelle grandi non ti hanno degnato nemmeno di una risposta, ma ti accontenti perché sei disposto a fare la così detta “gavetta”. E l’editore è stato onesto, ti ha avvertito che non devi aspettarti miracoli, che il mondo dell’editoria è duro e non è facile smerciare scrittori esordienti, e che se vuoi vedere un po’ di risultati devi rimboccarti le maniche e cercare tu i contatti per promuoverti. Ti ha anche detto che lo puoi contattare quando vuoi per chiedere consigli, ma di non stressarlo chiedendogli continuamente conto delle vendite. E tu accetti: ha ragione, ti dici, non posso aspettarmi che faccia tutto lui, è giusto che mi rimbocchi le maniche anch’io, e se siamo in due a muoverci ci sono maggiori possibilità di riuscire a vendere il libro, perché è vero più se ne parla in giro e più sono le probabilità di farsi conoscere.
Così cominci con acquistarti le tue copie da vendere, distribuire o, a volte, regalare. E qualche piccolo, minuscolo, segnale di movimento da parte dell’editore anche lo scorgi, insomma non sta proprio con le mani nelle mani nemmeno lui. E tu intanto ti muovi, violenti il tuo carattere schivo e ti fai più sfacciato, cominci a parlare a tutti del tuo libro, ti crei pubblicità, una pagina facebook, o chissà cosa ti è venuto in mente durante le tue tanti notti insonni. Diventi un novello propinatore di cultura. Certo il fatto di non sapere quante copie vengono vendute un poco di pesa; hai la certezza solo di quello che smerci tu.
Timidamente chiedi informazioni a edicole e librerie e scopri che il distributore non è nemmeno passato. Allora chiedi, sforzando la tua normale indole, non è che posso lasciare io il libro in conto vendita, ma non tutti accettano, solo distributore dicono, anche se in vetrina hanno libri privi di codice ISBN e stampati nella locale tipografia, o chi accetta pretende una percentuale alta, che mangia ogni tuo margine. E la frustrazione che ti assale viene alimentata dalle richieste di amici, conoscenti o amici degli amici, che ti chiede dove diavolo si trova il tuo libro. Quindi, ti dici, la pubblicità ha funzionato, ma se poi il libro non si trova da nessuna parte hai lavorato per niente, perché non tutti acquistano i libri on-line e molti comprano il volume se lo trovano lì subito a disposizione, altrimenti pazienza, in fondo non gli cambia l’esistenza se non ce l’hanno.
Ne parli all’editore, che come risposta ti riversa addosso le sue di frustrazioni e ti parla di numeri e di bollette, di problemi con i distributori, ecc. Potresti anche rassegnarti, si vede che il mondo dell’editoria è davvero difficile, anche se la vocina che hai dentro continua a sussurrarti che se il libro fosse in libreria, almeno nelle librerie dove è ambientata la vicenda, un po’ venderesti. A rafforzare la tua idea c’è quel libro, che non è il famoso Grey, ma che trovi ovunque, e di cui tutti parlano nella tua zona, anche i non lettori, perché lo trovano sotto gli occhi ogni giorno, persino in merceria, e ti dici perché il suo sì, che tra l’altro hai letto e non è questa gran cosa, e il tuo no?
Ah, sì, giusto, perché lei il piccolo editore l’ha sposato… ma il distributore?!?

martedì 24 marzo 2015

Cosa vuole leggere il lettore nel tuo blog

Il blog è un ottimo strumento in mano allo scrittore per farsi conoscere, se si sa come usarlo. Perché anche con il blog bisogna attrarre il lettore e per farlo bisogna creare contenuti interessanti. Ma la questione è: quali contenuti?
Alcuni colleghi scrittori si rivolgono ad un target di altri scrittori, con suggerimenti o consigli sulla scrittura e tutto quanto le è correlato. E alcuni lo fanno davvero bene.
Il fatto è che questa platea è limitata: si rivolgono solo a quei lettori che sono anche scrittori, escludendo il lettore comune.
Una persona che ama leggere, ma che non aspira a scrivere, non arriverà mai su un blog del genere e non conoscerà il suo autore né, di conseguenza, i suoi romanzi.

A me piacerebbe rivolgermi, invece, al lettore comune (anche perché non ho sufficienza esperienza né strumenti conoscitivi per insegnare a scrivere agli altri).
Mi sono quindi chiesta da lettrice: cosa mi piacerebbe leggere in un blog di uno scrittore?
Mi piacerebbe sapere come nascono le idee che stanno dietro al suo racconto, quanto tempo ci mette a scrivere un romanzo, quali sono i suoi progetti, quali sono le sue difficoltà, cosa invece gli viene facile, perché scrive.
Insomma, mi piacerebbe conoscere "lo scrittore" (senza entrare nella sfera prettamente personale, che sinceramente non mi interessa).

A questo punto, però mi si ripropone la domanda iniziale: ma se nessuno mi conosce, come può venire sul mio blog per approfondire la mia conoscenza?

E voi cosa cercate nel blog di uno scrittore?

sabato 21 settembre 2013

Scrittore esordiente: come promuoversi

Mettiamo che riusciamo a pubblicare il nostro romanzo. Come facciamo ad emergere, farci conoscere, insomma, a promuoverci?
Uno spunto ce lo dà Pennablu. Ma non sono del tutto d'accordo con Daniele Imperi.
Basta davvero aprire e curare un blog?
Sulle motivazioni che mi hanno spinto ad aprire il mio e del suo scarso successo ne ho già parlato nel post Un blog mai decollato. In seguito ho ideato un progetto che mi permettesse di rilanciarlo e mi aiutasse nel contempo ad allenarmi come scrittrice. Però non l'ho mai attuato, non per paura di mettermi in gioco, ma perché non sono del tutto convinta che ne valga la pena. Insomma, sono una scrittrice e scrivo: qualcosa la pubblico qui, altro (tanto) rimane nel cassetto.
Cosa se ne fa un potenziale lettore di un blog di scrittura?
Questo tipo di blog serve, forse, ai colleghi scrittori, ma il lettore medio non cerca di certo esperimenti letterari, discorsi sulla scrittura, ecc. Stesso discorso vale per i forum di scrittura (a cui, tra l'altro, partecipo più o meno assiduamente). Sono sempre ambienti di nicchia, frequentati da altri scrittori, ma non da lettori (sul fatto che chi scrive spesso non legge, si potrebbe aprire un intero capitolo).
E allora, come arrivare al lettore?
Non lo so, altrimenti ci sarei già riuscita, ma di certo non bisogna chiudersi in sé, ma osare proporsi. Bisogna far circolare il proprio nome. 
Come?
Ho provato liberando dei manoscritti. Di essi non ho più saputo nulla, ma chi li ha raccolti ha letto almeno il titolo, il mio nome e sfogliato le pagine. Spero anche che abbia letto i racconti e che gli siano piaciuti. In questo modo, questo casuale lettore avrà incontrato per fato o destino una giovane scrittrice e forse in un prossimo futuro si ricorderà di quel nome incontrando (speriamo!) una sua pubblicazione in libreria.
Ho anche provato regalando la mia fiaba Storia di un piccolo pezzo di filo ad amici e conoscenti con bambini piccoli. Non li ho costretti a leggere per forza la mia opera, come di solito facciamo noi scrittori emergenti, assillandoli per ottenere un giudizio, con tutti gli imbarazzi del caso. Semplicemente ho fatto una gentilezza, facendo un piccolo dono insolito a un bambino. Non ho chiesto nulla in cambio, mai un parere. E i genitori, se lo hanno ritenuto, lo hanno letto ai loro figli, senza alcun impegno. I commenti sono arrivati da soli e so che la storia è passata anche di mano. Ora queste persone sanno che scrivo e, chissà, magari un giorno incontrandomi anche in libreria acquisteranno il mio libro.
Insomma, d'ora in poi cercherò di lasciare piccole tracce del mio operato, con la speranza che il mio nome circoli e mi permetta di conquistare una certa notorietà.
Il blog? Non ho intenzione di chiuderlo, anche se non ha trovato ancora la sua strada. Non escludo neanche il progetto di cui parlavo in premessa, ma di certo la sua finalità non è, come detto, quella di promuovermi verso il lettore, al massimo mi servirà come palestra d'allenamento.