martedì 3 marzo 2015

Prima della pubblicazione

I giorni precedenti all'uscita del proprio libro sono molto probabilmente i giorni più entusiasmanti per uno scrittore. Dopo aver passato mesi (anni?) a scrivere la propria opera, cercato editori e sopportato delusioni e rifiuti ecco che finalmente un editore bussa alla porta. E lo scrittore è felice, molto felice, ma c'è pur sempre un qualcosa che lo frena: mi stanno proponendo un buon contratto? Posso ottenere di più? Ho troppa fretta? E se poi mi arrivasse una proposta migliore?
Ma poi, dopo due, tre giri di correzioni di bozze, quando ormai è tutto visto e valutato e l'editore gli propone il testo definitivo e l'immagine di copertina, così come sarà il suo libro in libreria, quello è davvero un momento magico. Lì per un po' lo scrittore vede realizzato il suo sogno e si rende conto che forse non ha scritto solo per sé.  E diciamolo, un po' gli luccicano gli occhi. È il suo momento! Perché è in quella fase in cui i dubbi sul contratto sono già passati e il libro non è ancora uscito per cui non c'è ancora del tutto la paura del dopo, dei giudizi negativi o vendite scarse.

mercoledì 11 febbraio 2015

La scrittrice abita qui

Una delle mie passioni sono le case. Mi piace sfogliare riviste di settore e guardare programmi di arredamento e di ristrutturazioni e, se ne ho la possibilità, non esito a sbirciare dalle finestre dei miei vicini: non per vedere cosa stiano facendo, ma per vedere com’è arredata la loro casa. Sono una specie di voyeur dell’arredamento. In fondo una casa è un po’ lo specchio dei suoi abitanti, una manifestazione del loro modo di essere, delle loro passioni, della loro vita. Credo che questa mia passione per l’osservazione degli interni non sia molto lontana della mia passione per la scrittura. Anche attraverso la scrittura si osservano le persone, le loro reazioni, i loro sentimenti.
Casa mia, ad esempio, è un po’ rustica e un po’ moderna, in continua trasformazione. Ogni volta che vengono gli amici a trovarci c’è una cosa nuova da guardare: un nuovo mobile, una nuova sistemazione, un nuovo colore, un angolo trasformato.  E poi ci sono libri un po’ ovunque, non sono solo relegati all’interno della biblioteca (seppur piuttosto grande per una normale abitazione di piccole dimensioni). La definizione che amo di più per casa mia è: vissuta. Non c’è niente di statico, spesso in disordine, in continuo divenire; le cose non saranno mai in ordine, ben esposte, come in un museo. Mi piace anche ornarla a seconda delle stagioni e dell’umore. E mi piace pensare di essere un po’ così anch’io: in continua evoluzione, alla ricerca di qualcosa di nuovo e piena di vitalità.

Che ne dite, rispecchia un po’ l'idea che vi siete fatti della scrittrice che c'è in me?

domenica 1 febbraio 2015

Cosa spaventa la scrittrice

Alcuni mesi fa ho iniziato a scrivere un nuovo romanzo. Ci ho dedicato tempo: prima ho pensato alla storia e al suo sviluppo, mi sono immaginata i personaggi principali e le loro relazioni; poi ho fatto ricerche, leggendo alcuni manuali, per verificare se quello che mi accingevo a scrivere fosse coerente; infine ho iniziato a scrivere (la parte più divertente). Ho scritto diverse pagine.
Improvvisamente mio marito mi chiede di cosa stessi scrivendo.
Di solito sono piuttosto restia a parlare di quello che sto scrivendo finché non arrivo quasi alla conclusione: mi capita di cambiare la trama in corso d’opera, perché mi accorgo che le cose non combaciano o perché un personaggio cambia ruolo all’interno della storia o altro (non c’è limite a quello che può avvenire all’interno di un mio scritto finché non è concluso). Di solito, quando mi formulano questa domanda tendo a non rispondere o al massimo rimango molto sul vago. Fatto sta che a mio marito, il mio confidente per eccellenza, ho risposto dicendogli quali fossero le mie intenzioni.
La sua risposta è stata sconfortante quanto la domanda inattesa: «Che storia banale. Sempre la stessa cosa trita e ritrita.»
Ho provato a controbattere, balbettando che non è la storia che deve essere per forza originale è il modo in cui la si espone. Ma da allora non ho più scritto nemmeno una parola di quel romanzo. La mia paura più grande come scrittrice è quella di essere banale e di suscitare noia ed indifferenza nel lettore. Non ho saputo affrontare la sfida di completare il mio romanzo e di dimostrare che una storia banale può essere invece interessantissima perché scritta con toni nuovi e in modo inconsueto. Lo spauracchio della banalità ha avuto il sopravvento.

E a voi, cosa spaventa di più come scrittori?
E a voi lettori, invece, è capitato di leggere una trama già nota, ma scritta così bene da rapirvi e portarvi fino alla fine del romanzo?

sabato 3 gennaio 2015

Come cercare una casa editrice


Ci sono colleghi scrittori che dichiarano di inviare mille manoscritti ad altrettante case editrici.

Ritengo che questo dispendio di energia possa essere usufruito a beneficio di una più obiettiva ricerca della casa editrice che pubblicherà il proprio manoscritto, permettendo anche un notevole risparmio economico.
Premesso che il numero mi sembra un po' esagerato, ma quanto costa anche solo l'invio di centinaia di manoscritti?! Tra carta e inchiostro per la stampa, la rilegatura, le buste e i francobolli volano migliaia di euro! E spesso senza nemmeno ottenere una risposta positiva!
Sicuramente è più produttivo svolgere una selezione preventiva.

La prima cosa da fare è guardare il sito della casa editrice. Si trovano molte informazioni utili, come per esempio il catalogo delle pubblicazioni: essenziale per capire il genere trattato. È inutile, infatti, inviare la propria opera se il genere trattato da quell'editore non ha proprio nulla a che vedere con quello che abbiamo scritto. Un editore di fantasy non pubblicherà mai una commedia romantica.
Di norma sulle pagine web ci sono anche le indicazioni su come inviare il manoscritto.
Alcune case editrici prevedono anche l'invio in formato elettronico, tramite e-mail o attraverso appositi moduli informatici. Un paio di click e tanti soldi risparmiati!
Altri editori, invece, comunicano chiaramente che non valuteranno nuove opere per un certo periodo di tempo, e che quelle che arriveranno in redazione verranno, senza eccezione alcuna cestinate. Qualcuno penserà: «E allora? Io ci provo comunque, non si sa mai!». Non si sa mai che un dipendente che avuto l'ordine tassativo di buttare tutti i manoscritti decida di leggersi comunque il tuo? O forse speri che il tuo dattiloscritto attragga magneticamente l'editore, magari perché hai usato un carattere molto accattivante? Vabbé che siamo scrittori e la fantasia non ci manca, ma a volte è meglio vivere con i piedi per terra.
A questo punto abbiamo già fatto una bella scrematura e risparmiato un sacco di soldi.
Ma si può andare oltre.
Personalmente preferisco non inviare niente alle grosse case editrici. È vero che se una di queste ti pubblicasse, faresti il botto! Ma è anche vero che le probabilità che questo accada sono molto inferiori rispetto ad un editore più piccolo. È capitato spesso che le piccole case editrici abbiano lanciato talenti. Ritengo che i colossi prediligano la ricerca di nuovi autori tra quelli che hanno già superato una prima selezione, così le cose illeggibili sono già scartate a priori!  
Un'altra valutazione che merita di essere presa in considerazione nella ricerca dell'editore è la sede di quet'ultimo. Nell'eventualità di una pubblicazione con un editore più vicino a casa propria renderà più facile i contatti e la promozione. Un piccolo editore promuoverà prima di tutto nella propria regione e in quelle limitrofe. Nel proprio territorio lo scrittore ha più possibilità di essere letto da conoscenti e compaesani. E poi, se troviamo un editore vicino, non dovremmo fare centinaia di chilometri per promuovere il libro in minuscole librerie di provincia, magari per non vendere nemmeno una copia!

Che ne dite, sono metodi di selezione validi?
Sono curiosa di conoscere come vi muovete voi alla ricerca di un editore.

Per approfondire:
- Come scegliere l'editore giusto di Lucia Donati;
- Cercare un editore: la tecnica 
il 01.02.2015

sabato 20 dicembre 2014

Verso la pubblicazione

Il 2014 sta per concludersi, ma non voglio soffermarmi a fare bilanci su quello che è stato e quello che poteva essere (per me è stato un anno piuttosto difficile), ma voglio già proiettarmi verso il nuovo anno che sta bussando alla porta. E lo farò in modo ottimistico, perché se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora il 2015 sarà un bellissimo anno.
Curiosi? Sarei tentata di non dirvi altro...
Sto scherzando!
Pochi giorni fa ho firmato un contratto con l'editore Panda Edizioni.
Sì, avete capito bene: nel 2015 verrà pubblicato il mio libro.
Potete quindi capire il mio entusiasmo. È fantastico pensare che una casa editrice, seppure di piccole dimensioni, ha puntato su di me e la mia opera. Sono davvero felice ed emozionata e, allo stesso tempo, un po' preoccupata. Mi spaventa soprattutto la fase della promozione. Sono piuttosto schiva e riservata e faccio fatica ad espormi direttamente. Sono una scrittrice sconosciuta e fin'ora non ho fatto molto per farmi un nome in tal senso (vedi "Lo scrittore e la strategia della visibilità" di Daniele Imperi). E poi, non posso non chiedermi cosa ne sarebbe della mia reputazione di scrittrice se il libro dovesse essere un totale fallimento e rimanere completamente invenduto...
Ma voglio scacciare, almeno per il momento, ogni pensiero negativo e proiettarmi verso questa nuova avventura con ottimismo e godere di ogni aspetto positivo. Per il momento voglio respirare a pieni polmoni questa sferzata di energia per la mia autostima. Difatti, questa casa editrice è pronta a spendere tempo e denaro su di me e sul mio lavoro. L'editore ha trovato qualcosa di buono in quello che ho scritto. E non è già questo un successo? Il resto verrà dopo, un passo alla volta.
Come dite? Non vi detto né il titolo né di cosa parlerà il libro?
Be', ve lo dirò un'altra volta: vi lascio un po' di suspense!

martedì 2 dicembre 2014

ScrivereGiocando - Natale 2014


Non è Natale senza la pagina ad esso dedicato di Morena Fanti!

È on-line la pagina virtuale di ScrivereGiocando 2014.

E quest'anno c'è una particolare novità: all'interno troverete un mio modesto contributo!

E allora cosa aspettate? Leggete e assaporate l'atmosfera natalizia!

venerdì 21 novembre 2014

Le avventure di R.* - Prelievo di sangue

R. deve fare un prelievo di sangue. Appena vede il laccio emostatico comincia a urlare che non vuole essere legata. La puntura in sé proprio non la sente, troppo concentrata dal laccio al braccio. Con grande sollievo della piccolina il braccio viene presto liberato e l'infermiera applica un cerottino. R. sfodera un sorriso dolce e smagliante, prende per mano la mamma e saluta felice: «Ciao e grazie della bua!»


Ti è piaciuto questa piccola storia? Allora segui anche le avventure di V.



*Piccola sbilf (folletto carnico) di tre anni e quattro mesi.


venerdì 31 ottobre 2014

La torta di zucca

Le magri mani grinzose toccavano e soppesavano tutte le zucche del bancone.
«Signo’. Le mie zucche sono le migliori di tutto il mercato.»
Noemi cercava una zucca soda e polposa, ma non troppo grande, perché doveva trasportarla a casa a piedi, aiutata solo dal carrettino della spesa, che le aveva regolato la figlia il Natale precedente.
La meticolosa selezione la portò ad individuare la zucca perfetta. Per la sua forma tonda, senza deformazioni ed il colore arancio vivo e uniforme sembrava quasi finta. Entrava giusto giusto nell’apertura del carretto.
Soddisfatta, se ne tornò a casa con passo lento. Avrebbe fatto una bella torta di Halloween per i suoi nipotini e, visto che era una zucca così bella, invece di tagliarla a pezzi, l’avrebbe svuotata senza rovinarla e incisa con la faccia di Jack O’Lantern.
Quasi fosse un rito, posò con delicatezza l’ortaggio sul piano lavoro della cucina, lo pulì con un panno umido e preparò due coltelli affusolati, uno grande e uno un po’ più piccolo, e una ciotola di vetro.
Si apprestava a sferrare la prima coltellata, quando udì una voce gutturale: «Cos’hai intenzione di fare?»
Il battito del cuore accelerò.
«C’è qualcuno?»
Serrando il coltello in mano, raggiunse il soggiorno con il passo più spedito che le sue stanche gambe le consentissero.
«Marta sei tu?»
Non c’era nessuno. La casa era silenziosa e non sembrava che si fosse intrufolato nessuno. Pensò di esserselo immaginato, ma per sicurezza controllò che la porta d’ingresso fosse chiusa a chiave.
Ritornò in cucina per riaffrontare la zucca.
Stava per affondare il coltello, quando sentì di nuovo la voce chiederle: «Non vorrai mica farlo?»
Il cuore le saltò in gola e lasciò cadere il coltello.
«Chi sei?»
«Io!» Tuonò la voce, rimbombando per tutta la stanza.
«C-chi?» Balbettò la donna, indietreggiando di pochi passi.
«Lo sai bene! Mi volevi fare a pezzi!»
Per un attimo pensò di essere diventata matta. Forse tutti i film di Halloween che aveva visto in quei giorni con i nipoti l’avevano suggestionata.
Prima di riprendere il suo lavoro, decise che si sarebbe riposata un pochino sul divano. Raccolse il coltello e lo posò accanto all’ortaggio. Ma ritrasse di scatto la mano: le sembrava che la zucca avesse davvero una faccia, con due occhi penetranti che la fissavano arrabbiati. Il cuore le riprese a martellare nel petto. Indietreggiò terrorizzata fino al lavabo e, con la coda dell’occhio, le sembrò di scorgere qualcuno alla finestra. Si girò per chiedere aiuto, ma sobbalzò. Sul davanzale c’era un’altra zucca, con occhi infuocati e bocca arcigna. E anche nella finestra di fianco c’era una zucca dalla faccia crudele. Era circondata.
Il cuore martellante nel petto lasciò il posto a un dolore straziante, accompagnato da brividi freddi e un malore diffuso, nonché dalla consapevolezza del sopraggiungere della morte.
Noemi si accasciò al suolo, circondata dal ghigno delle zucche. Erano loro che la stavano uccidendo.

La trovò esanime la figlia Marta. Stesa sul pavimento della cucina. Sul piano di lavoro c’erano sue coltelli e una ciotola di vetro vuota.
Marta non scoprì mai cosa volesse cucinare sua madre prima che la colpisse la morte.
In cucina non c’era traccia della zucca che Noemi aveva acquistato al mercato.

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venerdì 3 ottobre 2014

In otto con cane

Per qualcuno la voglia di avventura è innata e dura per tutta la vita. Per qualcun altro, invece, nasce e scema con l’adolescenza. Era questo lo spirito che animava questi otto ragazzi, che si erano uniti per un caso fortuito e che normalmente si frequentavano di rado. C’era Enrico, che aveva messo gli occhi su Monica. Così il primo si era accompagnato al cugino della fanciulla, Patrik, e la ragazza si era fatta scortare dalla sua amica del cuore, Anna. Poi c’era la coppia di innamoratini, Sofia e Alberto, ed infine  Agnese, amica di Sofia, e Mario, figlio del proprietario della casera. L’unica cosa che avevano in comune era la voglia si avventura e di esperienze nuove tipiche di quella età. Avevano progettato la gita in montagna nei minimi particolari, con l’occhio adolescenziale, che presta molta più attenzione ad aspetti goliardici e meno alle cose pratiche e, per di più, con l’atteggiamento “da grandi”, che porta a snobbare i consigli degli adulti più esperti e pratici nelle cose di mondo.
Destinazione Casera Ruin, al di sopra degli abitati della Val Pesarina, a metà strada tra Prato e Truia.
Previdenti, si erano portati appresso il cane di Enrico, come guardia del corpo, visto che dovevano passare una notte isolati tra rocce e boschi. Non si erano nemmeno dimenticati delle provviste per la cena e la colazione del mattino dopo, comprese pentola per la pasta, pentolino per riscaldare il sugo e moka per il caffè. Enrico e Alberto si erano portati dietro anche la tenda e un paio di sacco-a-pelo, con la speranza di riuscire ad appartarsi con le fanciulle.
Mario era la guida della sgangherata carovana, assistito da Patrik, che spesso faceva gite tra le Alpi Pesarine con il padre. E come vere guide esperte sbagliarono strada. Per riprendere la via dovettero attraversare un piccolo rio impervio. Le scarpe da ginnastica comode per le camminate non lo sono di certo per il bagnato e per questo tipo di avventure fuori sentiero e così, chi scivolando, chi proprio non abituato a questo tipo di escursioni, i nostri giovani giunsero alla loro meta con i piedi completamente zuppi. Ovviamente nessuno aveva previsto una possibilità del genere e nessuno aveva dato retta alla mamma e al suo consiglio “metti nello zaino un paio di calzini di riserva, non si sa mai”.
Ma le disavventure erano solo all’inizio, perché giunti allo stavolo di Mario, la chiave di riserva, che si trovava nascosta proprio sotto il masso accanto alla catasta di legna, non si trovava. I ragazzi non si scoraggiarono, montarono le due piccole tende, che fortunatamente Enrico e Alberto avevano portato, e accesero il fuoco con le legna accatastate dal papà di Mario.
La notte era già vicina e la temperatura cominciava ad abbassarsi. Qualche stomaco cominciava a brontolare, ma l’acqua per la pasta non si decideva a bollire e così, di comune accordo, su proposta di Sofia, si buttò un chilo di pasta nell’acqua tiepida: «Ci vorrà un po’ più di tempo, ma alla fine si cuocerà».
Risultato: la pasta era immangiabile e nemmeno il cane la toccò, preferendo accucciarsi accanto alla tenda con un guaito affranto.
La serata continuò attorno al fuoco tra canti stonati, storie di fantasmi e grosse risate scherzose. Infine, infreddoliti, presero posto nelle piccole tende, dapprima maschi e femmine divisi, ma poi, accampando varie scuse, i posti si scambiarono e, innocentemente, ragazzi e ragazze si mescolarono, finché sopraggiunse Morfeo. Fortunatamente c’era il cane a fare la guardia e a tenere a bada ogni timore di trovarsi all’aperto in balia di chissà che animali selvaggi.
Il risveglio non fu meno movimentato.
Alle prime luci dell’alba il fidato cane svegliò il suo padroncino e con esso tutta la compagnia. A poche decine di metri sopra l’accampamento era nevicato. E in effetti qualche genitore aveva posto un po’ di resistenza: una gita in montagna nel mese di aprile non era proprio il periodo ideale.
Patrik andò a lavarsi il viso nel vicino rio e ritornò accanto al gruppo di amici con il ciuffo di capelli congelato, facendo rimandare ogni proposito di pulizia agli altri sette.
Fu acceso il fuoco e si preparò il caffè. Nell’attesa si provò a spalmare la Nutella sul pane indurito, ma la crema di nocciola era congelata e fu adagiata accanto alla moka del caffè sul fuoco. I giovani inesperti attesero invano sia l’uno sia l’altra: ottennero solo una moka bruciata e un vaso di Nutella rotto.
Il freddo e la fame prese infine il sopravvento sulla voglia di avventura e decisero di smontare l’accampamento e tornare a casa.
Chissà perché quello che stava prima non entrava più negli zaini? Così le coperte furono arrotolate e legate sopra lo zaino e Sofia appese, alla bene e meglio, le pentole al proprio zaino e a quello di Alberto.
Lo sgangherato gruppo rientrò a casa, attraversando mezza Val Pesarina fu notato da qualche anziano curioso e pettegolo che diffuse la voce di ragazzi che giravano per la vallata sporchi e disordinati come zingari.
Per i giovani, invece, fu comunque una fantastica avventura, che li unì per sempre e che gli avrebbe fornito uno spassoso aneddoto da raccontare negli anni futuri e nelle rimpatriate. E cominciarono, finalmente, ad ascoltare i consigli dei genitori… Bon, forse non tutti, ma i cambiamenti avvengono un poco alla volta.

lunedì 29 settembre 2014

Secondo mini racconto con la S

Seduto sulla sedia, sonnecchiava Simone. Sobbalzò sentendo suonare la sveglia, stranamente sistemata in soggiorno.

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