mercoledì 25 maggio 2016

Consigli di lettura

Ripercorrevo l’elenco dei libri che ho letto l’anno scorso e mi sono resa conto che i due libri che, oltre a essermi piaciuti, mi hanno colpito di più e a cui, a distanza di mesi, penso ancora, sono stati scritti da due esordienti.
La prima è Alice Basso con il suo L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, edita da Garzanti Libri. La seconda è Angela Di Bartolo con la sua raccolta di racconti Per altri sentieri, pubblicata da Runa Editrice, che vi consiglio di leggere se siete alla ricerca di una lettura diversa dal solito.
La prima è diventata, meritatamente, un caso letterario sia perché la storia è coinvolgente, ben scritta e per certi aspetti originale, sia perché la sua casa editrice ha potuto investire soldi per il piano marketing (pubblicità, trailler, interviste, ecc.).
Diversa sorte, invece, è toccata alla Di Bartolo, che pubblicando con la Runa Editrice ha dovuto accollarsi la promozione del libro. Ho conosciuto questo volume proprio in un gruppo di (auto)promozione per voci nuove: #ioleggodifferente.
Il caso ha voluto che la Basso lavorasse già all’interno di una casa editrice, per cui già introdotta nell’ambiente, mentre la Di Bartolo dovrà faticare ancora per avvicinarsi ad una casa editrice più grossa.

Ad ogni modo, sono due letture che mi senti di consigliarvi.

giovedì 19 maggio 2016

Freni

Una volta ho letto, non so dove, che se davanti a una cartolina non sai cosa scrivere, allora non sarai mai uno scrittore. Questa affermazione mi circola in testa ogni volta che penso ad un articolo per questo blog e scarto le decine di idee che mi vengono in mente. In realtà non è che non sappia cosa scrivere. Idee, come detto, ne avrei anche molte e non sarebbe nemmeno tanto difficile trasformarle in un articoletto. Quello che me le fa scartare, invece, è la paura di essere noiosa, ripetitiva e poco originale. Prima di scrivere qualsiasi cosa mi pongo un sacco di domande e, come se ciò non bastasse a trattenermi, faccio ricerche su internet per vedere se tale argomento sia già stato trattato. Neanche a dirlo, c’è sempre qualcuno che mi ha preceduto e, in quel momento, mi sembra che non potrei aggiungere nulla di nuovo.
A volte mi sento come una macchina che procede con il freno a mano tirato. Mi rendo conto che il mio è un freno autoimposto e che basterebbe rilasciarlo per tirare fuori tutta la potenza del mio motore, ma è anche vero che la velocità spaventa perché può essere pericolosa.
A scrivere siamo davvero in tanti e per emergere bisogna essere originali.
A me personalmente piacciono molto quegli autori che quando li leggi ti rendi conto che sono riusciti a trasferire su carta quello che hai già dentro di te, ma di cui non avevi coscienza finché non le leggi. Vorrei tanto diventare, un giorno, per alcuni dei miei lettori, proprio questo tipo di scrittrice.
Come dite? Sì, è una contraddizione avere paura di scrivere di cose già note per paura di non essere sufficientemente originali e allo stesso tempo voler diventare la voce dei pensieri inespressi dei propri lettori. Ma come vi ho detto è il freno che ho tirato e che so che, prima o poi, dovrò mollare se vorrò correre veloce sulle strade letterarie.

giovedì 12 maggio 2016

Biografia: considerazioni

Avevo già affrontato l’argomento della propria biografia nel post Come scrivere la propria autobiografia, ma ora posso portare la mia esperienza diretta, non solo di lettrice, ma anche di scrittrice.
Per chi non lo sapesse la biografia che trovate sui libri la scrive direttamente lo scrittore, almeno nei casi di piccole case editrici (ma visto come funzionano le cose, mi sentirei di espandere questa affermazione anche a quelle più grandi) e che essa poi sarà utilizzata ogni qual volta qualcuno parlerà di voi, che sia un’intervista, una presentazione, un articolo. La biografia che scriverete sarà quindi il vostro biglietto da visita, per cui bisogna prestare la massima attenzione nella sua stesura.
Le biografie dovrebbe accennare a quella che è la carriera letteraria dell’autore, ma anche un breve cenno su chi esso sia come persona, quando cioè non scrive. Ad esempio se ha un altro lavoro, se ha una famiglia, dove vive, se ha degli hobbies, ecc. Sono dati che permettono di considerare l’autore una persona normale e non un guru da ammirare da lontano, ma spesso queste informazioni sono davvero utili per capire le scelte letterarie che troveremo all’interno del libro, oppure, se si tratta di saggi, per capire quanto l’autore sia preparato in materia.
Fino a qualche tempo fa cercavo nelle biografie l’età dello scrittore e la data di esordio, forse perché cercavo la conferma di avere ancora tempo per diventare una scrittrice pubblicata. Ancora oggi cerco queste informazioni, ma con minore accanimento (ed in effetti sono una scrittrice pubblicata), ora mi piace capire quanto tempo l’autore può dedicare alla scrittura (es. se ha un altro lavoro o se fa solo lo scrittore), oppure quanto è poliedrico o se è un creativo a tutto tondo.
Una cosa, invece, che non sopporto sono le biografie scritte in prima persona. Assodato che la biografia l’autore se la scrive da solo, non mi piace molto io ho fatto questo, io sono questo. La terza persona si addice di più alla biografia perché le conferisce un’impressione più oggettiva. Poi se capita che nello stesso volume ci siano più biografie, perché trattasi di raccolta di racconti di autori diversi o romanzo scritto a più mani, per me è fastidiosissimo leggerne alcune scritte in prima persona e altre in terza. Un po’ perché crea disomogeneità nella scelta editoriale, un po’ perché denota poca cura nella confezione del volume.
E voi, cosa cercate nelle biografie? Cosa scrivete nelle vostre? Cosa vi da invece fastidio?

mercoledì 4 maggio 2016

Nuovo o usato?

Il primo pensiero per rispondere a questo domanda: non fa alcuna differenza, l’importante è che siano libri.
Riflettendoci bene e osservando la mia libreria, però, mi rendo conto che prediligo di gran lunga i libri nuovi. Ne ho davvero pochissimi di seconda mano.
Non lo so se a spingermi verso il libro nuovo sia, a livello di subconscio, una questione igienica o solo perché mi difficilmente capita di accedere a bancarelle dell’usato. Non sono una di quelle lettrici che vanno a caccia di bancarelle dell’usato per trovare a basso costo titoli a lungo cercati e chicche letterarie. Non poterei nemmeno addurre la scusante che nel mio territorio ce ne siano poche di queste bancarelle, perché mi è capitato di vedere su Amazon un titolo interessante e acquistare quello nuovo, pur potendo risparmiare diversi euro con quello usato.
Nemmeno la scusa igienica mi sembra molto convincente. Primo perché mi è capitato spesso di prendere in prestito libri dalla biblioteca e vi garantisco che non mi sono mai disinfettata; al massimo mi è preso il desiderio di possedere quel libro, acquistandolo per poi riporlo illibato nella mia libreria personale. Secondo, perché l’igiene non è garantita nemmeno davanti a un libro nuovo: dove sono stati tenuti i libri prima di arrivare in libreria? In qualche magazzino lercio, con lo scatolone aperto? Chi ha maneggiato e sfogliato il tomo che poi ho acquistato? Insomma, il libro nuovo non è garanzia di assenza di germi; per esserlo dovrebbero essere incellofanati.
L’unica scusante che potrebbe convincermi è il desiderio totale di possesso. Indizi sono:
il desiderio di possedere un libro anche dopo averlo letto da un prestito (biblioteca o amico che sia);
ritrosia a prestare libri.
Voglio che il libro sia solo mio e sono gelosa (sempre colpa del subconscio) dei precedenti possessori.
Ora giro la domanda a voi: nuovo o usato?

mercoledì 27 aprile 2016

Cambiamenti ed evoluzioni

Ultimamente mi sto interrogando parecchio sul me stessa come scrittrice. Sarà che a breve farò la mia prima presentazione e sembra che ne seguirà una anche dopo. Sarà quindi la prima volta che mi esporrò al pubblico come scrittrice e non solo virtualmente. Quest'ultimo anno sono cambiata molto come persona e credo che gran parte di questo cambiamento lo debba all'uscita del mio romanzo. Ho imparato a buttarmi e a crearmi situazioni favorevoli, che mi hanno permesso di conoscere persone nuove, grazie alle quali mi si sono aperte nuove porte.
Penso che il cambiamento si stia riflettendo anche nel mio modo di scrivere.
Per esempio uso sempre meno carta e penna per passare direttamente alla tastiera. Ho scoperto un modo di scrivere più veloce e non di rado mi capita di mettermi davanti al computer per scrivere una frase e ritrovarmi a scrivere interi paragrafi. Sono più sciolta e lascio correre i pensieri mentre le dita pigiano i tasti. Mi sembra anche che il mio italiano sia migliorato. Mi sono accorta di usare termini, che sì conoscevo, che però trascuravo.
Scrivo anche meno racconti per lasciare più spazio al nuovo romanzo, ma nello stesso tempo ho iniziato la stesura di un racconto, che dovrebbe diventare la sceneggiatura di un film. Tra l'altro su uno sport che fino a qualche mese fa non sapevo nemmeno esistesse. È un progetto che mi ha proposto un amico e sul quale, forse con un po' di incoscienza, mi sono lanciata.
Avete notato anche voi qualche cambiamento nel mio modo di scrivere? E voi, come persone, scrittori, lettori, state cambiando?

mercoledì 20 aprile 2016

È solo questione di marketing

Ci sono libri che vendono centinai di migliaia di copie e quando ti capita di leggerli ti chiedi come mai. Non mi riferisco a quei libri che riscontrano il gusto di massa, che a loro modo, pur essendo piuttosto prevedibili e pieni di stereotipi, concedono al lettore una lettura rilassante e per alcuni versi piacevole. Mi riferisco invece a quei libri che davvero non concedono nulla al lettore, brutti, insignificanti e senza trama.
Un esempio è “Prometto di sbagliare” di Chagas Freitas Pedro. Il libro ha una bella copertina, una quarta avvincente e il risvolto interno della copertina ancora di più, che ti promettono una bella storia coinvolgente di un amore sofferto e clandestino, che era iniziato senza essere mai diventato e che avrebbe potuto riscattarsi a discapito del presente. In realtà, dopo poche pagine, ti accorgi che il libro non manterrà le sue promesse. Capitoli e capitoli di storie d’amore diverse, non legate le une alle altre, con personaggi solo appena accennati. Il libro sembra una raccolta di appunti di storie che potrebbero essere raccontate. Assomiglia un po’ al mio file di appunti per storie future. Una vera delusione. E non solo mia. Mi bastava solo dare retta alle innumerevoli recensioni negative di lettori delusi. Ma forse è stato proprio il fatto che il libro non riscontrasse proprio il favore del pubblico a convincermi all’acquisto. È il libro che fa per me, mi sono detta, perché se la storia non piace vuol dire che è lontana dalle solite storie ed è proprio quello che cerco: una lettura diversa.
È indubbio che non leggerò mai più nulla di questo autore, e probabilmente reagirà allo stesso modo buona parte dei lettori delusi, ma rimane il fatto che ha venduto milioni di copie, perché c’è stato davvero un bel lavoro di marketing a monte. Un bel trailler, una quarta di copertina accattivante, una pubblicità martellante piena di promesse, articoli su riviste e giornali. Se non ci fosse stato tutto questo, sicuramente il libro non avrebbe venduto tanto e non sarebbe nemmeno stato tradotto all’estero, fino ad arrivare nelle librerie italiane (l’autore è portoghese).
Credo che qualunque libro con un piano marketing del genere riuscirebbe a vendere migliaia di copie (anche il mio!?).
Mi sorge spontanea una domanda: ma in base a quale criterio una casa editrice (parlo di quelle grosse) decide di puntare tutta la sua forza promozionale su un titolo, piuttosto che su un altro?

mercoledì 13 aprile 2016

I social un aiuto agli scrittori timidi

Immagino che lo avrete già capito: sono una persona schiva, che non ama molto mettersi in mostra, né sventolare ai quattro venti i propri successi. Il mestiere dello scrittore, da questo punto di vista, è proprio quello che fa per me: seduta da sola alla scrivania ad immaginare storie e trascriverle per i lettori. Peccato che lo scrittore moderno non può più permettersi di stare all’ombra e se vuole essere letto deve attivarsi in prima persona per farsi conoscere. Deve uscire dal suo nascondiglio e parlare del proprio libro, mostrarsi al pubblico e fare presentazioni. Sì, perché l’esperienza insegna, il fatto di aver pubblicato non è sufficiente per garantire la vendita del libro. Non con una piccola casa editrice, almeno. Non posso parlare dei colossi dell’editoria, dei quali non ho alcuna esperienza, ma visto la pubblicità che vedo in giro, mi sembra che questa sia dedicata ai soliti noti. Così lo scrittore moderno deve uscire allo scoperto e quanto meno avvertire i potenziali lettori che esiste anche il suo libro, perché sì anche lui scrive. E qui iniziano i grattacapi.
Se non fosse stato per facebook, credo che delle persone che conosco solo una decina di loro, quelli più intimi e vicini a me, avrebbero saputo che scrivo e che ho pubblicato qualcosa. E come avrebbero potuto? Per carattere non sarei mai riuscita a dire: «Ehi! Lo sai che ho pubblicato un libro?»
Però condividere la propria gioia di aver pubblicato, postando un timido articolo (e una grande foto) sul famoso social è stato un gioco da ragazzi! E devo dire che l’interesse tra gli amici di facebook si è subito fatto sentire.
Davvero, la mia esperienza dimostra che i social aiutano a farsi conoscere. Non ho ceduto assolutamente allo spam. Ho creato pochi piccoli discreti post a uso e consumo della mia cerchia di amici virtuali e poi mi sono creata una pagina pubblica come scrittrice, non legata alla cerchia delle amici virtuali, per permettere l’accesso all’io scrittrice anche da parte di persone che non rientrano nella mai cerchia di amicizie (virtuali). Mi sono, infine, iscritta ad alcuni gruppi a tema: soprattutto di libri, ma anche territorialmente e moralmente interessati al terremoto del Friuli. Grazie a uno di questi gruppi ho conosciuto una ragazza che organizza eventi e abbiamo iniziato una collaborazione. A breve, grazie a lei, farò la mia prima presentazione!
Ora non so come andrà e non so come reagirò a parlare in pubblico, e magari questo ve lo racconterò più in là, ma certamente da sola non sarei mai riuscita a propormi per una presentazione.
E a voi i social sono d’aiuto come scrittori?

mercoledì 6 aprile 2016

Un ultimo saluto

Riesco a leggere il quotidiano locale solo quando sono in ferie e mi concedo la colazione al bar con tranquillità. Di solito rappresenta una mezz’ora tutta mia, da godermi in tranquillità.
Di solito, perché quel giorno, mentre mi portavo la tazza del cappuccino alla bocca, mi è caduto l’occhio su un articolo. O meglio sulle foto a corredo dell’articolo: una macchina completamente distrutta e la foto del suo conducente. Una morsa mi ha stretto la gola, il cuore e lo stomaco, quasi si trattasse di un unico organo.
Ho dato una rapida occhiata all’articolo, per aver la conferma che il conducente fosse morto.
Con le mani tremanti ho pagato la consumazione e sono uscita dal locale prima che chiunque notasse la mia agitazione. Sono salita in macchina e ho preso fiato.
Non era possibile. Forse mi ero sbagliata. Eppure l’articolo parlava chiaro e la fotografia ancora di più.
Urlai e accasciandomi sul volante mi sono messa a piangere, disperata e senza contegno.
Il mio uomo era morto in un tragico incidente la sera prima. Aveva perso il controllo del mezzo, forse per un colpo di sonno.
In realtà non era proprio il mio uomo. Era l’uomo di un’altra, perché pur amandolo alla follia lui era sposato con un’altra donna.
Non volevo diventare un’amante, una distruggi famiglia, ma era successo.
Luca era stata una vecchia fiamma ai tempi della scuola. Non proprio una vera e propria coppia, causa la timidezza di entrambi. Era evidente che ci piacevamo e per un po’ avevamo flirtato, ma nessuno dei due aveva avuto il coraggio di fare la prima mossa. Poi si sa, la scuola finisce, ci si perde di vista e la vita ti porta da tutt’altra parte.
Ci siamo rincontrati per caso dopo vent’anni.
Era estate e avevo promesso a mia figlia di portarla ad una di quelle sagre paesane di maggior successo, che richiamano l’attenzione di persone proveniente da tutta la regione. Mentre facevamo la fila per il trucca-bimbi, ho sentito uno sguardo addosso e voltandomi ho visto in mezzo alla folla i suoi occhi. Anche dopo tanto tempo, ho subito riconosciuto quello sguardo. Ci siamo guardati per un po’ e Luca si è avvicinato, dicendomi: «Ma allora sei davvero tu!»
Dopo i primi convenevoli e lo scambio delle prime informazioni tra persone che non si vedono da molto tempo, quali il lavoro e la famiglia, ci siamo trovati seduti all’interno di un bar a parlare come due vecchi amici che non avevano mai smesso di frequentarsi.
Mi parlò del suo lavoro come giornalista, che lo portava a girare un po’ per tutta l’Italia, di suo figlio che aveva un anno più della mia, della moglie che non amava il vecchio paese e preferiva passare le vacanze sola in città, piuttosto che andare a trovare gli anziani genitori del marito. Io gli accennai del mio divorzio e del mio lavoro come maestra.
Quando ci salutammo, ero certa che non lo avrei più rivisto per tanti anni ancora. Per molti giorni ripensai nostalgica a lui, ai tempi passati, a quello che poteva essere stato ma non era stato e al suo sguardo quando mi aveva ritrovato tra la folla. Soprattutto quello sguardo, che rivelava un uomo innamorato. Lo stesso sguardo che aveva quando andavamo a scuola e che non aveva mai avuto il coraggio di confermare concretamente.
Alcuni giorni dopo ricevetti la sua richiesta di amicizia su facebook e di lì a ritrovarci fu davvero semplice. Ci vedemmo un paio di volte per bere un aperitivo insieme, facendo finta di essere solo amici, e poi iniziammo a scambiarci messaggini. A volte mi sentivo in colpa nei confronti di sua moglie, ma mi giustificavo dicendomi che in fondo non stavamo facendo nulla di male, che eravamo solo amici. Ma il desiderio di rivederlo cresceva di giorno in giorno ed ero certa che Luca provasse lo stesso sentimento, finché un giorno mi confessò che si era lasciato sfuggire l’occasione una volta, ma che non lo avrebbe permesso una seconda. Gli risposi che era sposato e che ormai era troppo tardi, ma lui mi afferrò e mi baciò. Al ricordo di quel bacio, mi vengono ancora le farfalle allo stomaco.
Iniziò così la nostra relazione e quando mi accennò alla possibilità di lasciare la moglie, mi rifiutai ostinatamente.
«Devi pensare prima di tutto a tuo figlio.» Gli dissi, ricordandomi quanto la mia piccola aveva sofferta dalla mia separazione dal padre.
Non  avevo parlato della nostra storia a nessuno: mia madre si sarebbe infuriata, accusandomi di essere una poco di buono e una sfascia famiglie, facendomi sentire non solo in colpa, ma come una peccatrice, rammentandomi che non erano stati quelli gli insegnamenti che mi aveva dato, proprio come quando mi ero separata; le mie amiche sposate mi avrebbero ammonito e forse avrebbero visto in me tutte le potenziali concorrenti al loro felice matrimonio; quelle single… be’ non c’era nessuna con cui avessi tana confidenza da rivelare un tale segreto. Forse perché in cuor mio sapevo che non era proprio una cosa giusta.
Ora mi mancava un’amica con cui sfogarmi, una spalla su cui piangere e cercare conforto. Invece ero sola nel mio dolore. Mi chiusi in casa per poter pianger, adducendo un po’ di influenza. Per fortuna il mio ex marito fu felice di tenere con sé nostra figlia ancora qualche giorno. Soprattutto davanti a lei non avrei potuto mostrare il mio dolore e confessare che la mamma aveva una vita segreta.
Ero sola e quando uscivo dovevo indossare la maschera della normalità perché non potevo rivelare a nessuno che il mio uomo era morto. Non potevo rivelare a nessuno che amavo un uomo che ora non c’era più. La cosa più difficile era dover simulare una normalità che nel mio cuore non esisteva. Avevo il cuore a pezzi e non potevo mostrarlo.
Io per quell’uomo non era ufficialmente nessuno, nemmeno un’amica, perché noi assieme non esistevamo per nessuno. Nessuno ci aveva mai visto assieme, nessun legame ufficiale ci univa agli occhi dei nostri amici e conoscenti.
Sono andata al funerale e mi sono confusa con la piccola folla che accompagnava il dolore della famiglia, cercando di trattenere il mio di dolore. Non potevo certo apparire più inconsolabile della vedova, ma dovevo accompagnare il feretro per dare un ultimo saluto al mio uomo.

mercoledì 30 marzo 2016

Un post a settimana meno uno

Mercoledì scorso non ho pubblicato il solito articolo settimanale perché sono rimasta quattro giorni a letto con il mal di schiena e gli altri giorni preferivo stare in piedi e lontano da postazioni informatiche che mi avrebbero solo acutizzato il dolore (dolore, tra l’altro, non ancora del tutto svanito).  Speravo che nessuno si accorgesse di questa mia assenza, così da non deludere nessuno. Ma si sa: attenzione a ciò che si desidera, perché potrebbe avverarsi. Il fatto che nessuno si sia accorto della mia mancanza è l’ennesima conferma che non mi si fila nessuno. Ancora una volta mi sto interrogando se continuare con questo mio progetto del blog.
Il punto fermo è che amo scrivere e scrivo essenzialmente per me, non solo racconti e romanzi, ma anche nel blog. Essermi imposta almeno un articolo a settimana è stato un modo per darmi un ritmo nella scrittura, altrimenti trascurata dai ritmi degli impegni quotidiani. Il tempo passa inesorabile e non me ne rendo conto finché non  mi ricordo che è già passata (davvero?!) una settimana e che devo pubblicare qualcosa sul blog. Non è solo un’imposizione in termini di tempo: l’articolo settimanale è un modo per allenarmi a trovare un’idea su cui scrivere.
È facile, infatti, dire che sono una scrittrice e potrei parlare della mia esperienza e di scrittura. La verità, però, è che la mia esperienza di scrittrice è scarna e non mi permette di realizzare un post a settimana.
Sarebbe quanto meno noioso parlare del romanzo che sto scrivendo da un anno a questa parte (ma vi rendete conto? Un post per dire che sono andata avanti di un capitolo, uno perché ho cancellato il capitolo appena steso, uno perché non mi viene bene il paragrafo, ecc. Ma scherziamo?). Oppure un post ogni settimana per dire che ho spedito il tal racconto alla tale rivista, ma che per l’ennesima settimana non ho ricevuto nessuna risposta…
La scrittura è fatta di lunghe, interminabili attese. Già l’atto di scrivere di per sé è un processo lungo: ci vuole tempo e dedizione. Poi c’è l’inevitabile tempo per la decantazione, necessaria per qualsiasi tipo di testo (sì, anche per gli articoli del blog sarebbe quanto meno opportuno). Infine ci sono le lunghe attese di risposta da parte di case editrici e riviste. A me poi sorge spontanea la domanda: ma quanto tempo devo aspettare per avere una risposta? E si sa, a volte (quasi sempre) queste nemmeno arrivano.
Anche i consigli di scrittura non penso possano essere uno spunto utile per il mio blog. In giro ci sono parecchi blogger che già lo fanno più che discretamente. Io personalmente non credo di avere la giusta dimestichezza con la lingua italiana da dispensare consigli: la uso per scrivere, la uso per esperimenti letterari ed apprendo giorno per giorno, ma sono ben lungi da essere un’eccellenza in materia.

E allora alla prossima settimana e… chissà cosa mi inventerò!

mercoledì 16 marzo 2016

Quanto tempo per scrivere

Tempo fa mi è stato chiesto in un commento quanto ci metto a scrivere un post. Ci ho pensato un po’ e poi ho sparato lì una mezz’ora o poco più. In realtà non ne avevo idea, ma mi sembrava quello il tempo che ci mettevo. Non mi sono mai cronometrata davanti alla tastiera (sto sempre più abbandonando carta e penna), e a questa cosa non ci avevo più pensato fino a che mi sono resa conto che per il post della settima scorsa ci ho messo la bellezza (udite, udite!) di venticinque minuti. Proprio così: venticinque minuti per un post, lo ammetto, che non può definirsi un articolo. Venticinque minuti per scrivere due frasi introduttive, ritrovare i link ai blog citati, ricopiare la citazione, trovare l’immagine da inserire e riscrivere due volte le frasi introduttive.
Mi sono così resa conto che alla scrittura dedico più tempo di quello che immaginavo. Ho sempre pensato di non dedicarne abbastanza, bramando di poter, un giorno, riuscire a trovare altro tempo per farlo, senza però toglierlo alla mia famiglia, magari riuscendo a fare della scrittura un’attività che mi permetta, almeno in parte, di sostituirsi al lavoro che ora mi permette di vivere.
Dedico, quindi, tempo alla scrittura, anche se mi rendo conto che la quantità di parole accumulate non è proprio quella che speravo. Non mi accorgo del tempo che trascorre e non controllo l’orologio, perché scrivere è un’attività che mi piace e il tempo sembra sfuggire senza che me ne accorga.
Mi rimane da capire, a questo punto, se sono io particolarmente lenta a scrivere, se ci metto troppo tempo a riscrivere sempre la stessa frase o se questo è il fisiologico tempo necessario all’attività di scrittura.

E voi, come vi rapportate con il tempo che dedicate a scrivere? Vi basta o vi sembra troppo poco? Oppure siete particolarmente veloci e riuscite a preparare articoli e racconti in un lampo?