venerdì 21 novembre 2014

Le avventure di R.* - Prelievo di sangue

R. deve fare un prelievo di sangue. Appena vede il laccio emostatico comincia a urlare che non vuole essere legata. La puntura in sé proprio non la sente, troppo concentrata dal laccio al braccio. Con grande sollievo della piccolina il braccio viene presto liberato e l'infermiera applica un cerottino. R. sfodera un sorriso dolce e smagliante, prende per mano la mamma e saluta felice: «Ciao e grazie della bua!»


Ti è piaciuto questa piccola storia? Allora segui anche le avventure di V.



*Piccola sbilf (folletto carnico) di tre anni e quattro mesi.


venerdì 31 ottobre 2014

La torta di zucca

Le magri mani grinzose toccavano e soppesavano tutte le zucche del bancone.
«Signo’. Le mie zucche sono le migliori di tutto il mercato.»
Noemi cercava una zucca soda e polposa, ma non troppo grande, perché doveva trasportarla a casa a piedi, aiutata solo dal carrettino della spesa, che le aveva regolato la figlia il Natale precedente.
La meticolosa selezione la portò ad individuare la zucca perfetta. Per la sua forma tonda, senza deformazioni ed il colore arancio vivo e uniforme sembrava quasi finta. Entrava giusto giusto nell’apertura del carretto.
Soddisfatta, se ne tornò a casa con passo lento. Avrebbe fatto una bella torta di Halloween per i suoi nipotini e, visto che era una zucca così bella, invece di tagliarla a pezzi, l’avrebbe svuotata senza rovinarla e incisa con la faccia di Jack O’Lantern.
Quasi fosse un rito, posò con delicatezza l’ortaggio sul piano lavoro della cucina, lo pulì con un panno umido e preparò due coltelli affusolati, uno grande e uno un po’ più piccolo, e una ciotola di vetro.
Si apprestava a sferrare la prima coltellata, quando udì una voce gutturale: «Cos’hai intenzione di fare?»
Il battito del cuore accelerò.
«C’è qualcuno?»
Serrando il coltello in mano, raggiunse il soggiorno con il passo più spedito che le sue stanche gambe le consentissero.
«Marta sei tu?»
Non c’era nessuno. La casa era silenziosa e non sembrava che si fosse intrufolato nessuno. Pensò di esserselo immaginato, ma per sicurezza controllò che la porta d’ingresso fosse chiusa a chiave.
Ritornò in cucina per riaffrontare la zucca.
Stava per affondare il coltello, quando sentì di nuovo la voce chiederle: «Non vorrai mica farlo?»
Il cuore le saltò in gola e lasciò cadere il coltello.
«Chi sei?»
«Io!» Tuonò la voce, rimbombando per tutta la stanza.
«C-chi?» Balbettò la donna, indietreggiando di pochi passi.
«Lo sai bene! Mi volevi fare a pezzi!»
Per un attimo pensò di essere diventata matta. Forse tutti i film di Halloween che aveva visto in quei giorni con i nipoti l’avevano suggestionata.
Prima di riprendere il suo lavoro, decise che si sarebbe riposata un pochino sul divano. Raccolse il coltello e lo posò accanto all’ortaggio. Ma ritrasse di scatto la mano: le sembrava che la zucca avesse davvero una faccia, con due occhi penetranti che la fissavano arrabbiati. Il cuore le riprese a martellare nel petto. Indietreggiò terrorizzata fino al lavabo e, con la coda dell’occhio, le sembrò di scorgere qualcuno alla finestra. Si girò per chiedere aiuto, ma sobbalzò. Sul davanzale c’era un’altra zucca, con occhi infuocati e bocca arcigna. E anche nella finestra di fianco c’era una zucca dalla faccia crudele. Era circondata.
Il cuore martellante nel petto lasciò il posto a un dolore straziante, accompagnato da brividi freddi e un malore diffuso, nonché dalla consapevolezza del sopraggiungere della morte.
Noemi si accasciò al suolo, circondata dal ghigno delle zucche. Erano loro che la stavano uccidendo.

La trovò esanime la figlia Marta. Stesa sul pavimento della cucina. Sul piano di lavoro c’erano sue coltelli e una ciotola di vetro vuota.
Marta non scoprì mai cosa volesse cucinare sua madre prima che la colpisse la morte.
In cucina non c’era traccia della zucca che Noemi aveva acquistato al mercato.

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venerdì 3 ottobre 2014

In otto con cane

Per qualcuno la voglia di avventura è innata e dura per tutta la vita. Per qualcun altro, invece, nasce e scema con l’adolescenza. Era questo lo spirito che animava questi otto ragazzi, che si erano uniti per un caso fortuito e che normalmente si frequentavano di rado. C’era Enrico, che aveva messo gli occhi su Monica. Così il primo si era accompagnato al cugino della fanciulla, Patrik, e la ragazza si era fatta scortare dalla sua amica del cuore, Anna. Poi c’era la coppia di innamoratini, Sofia e Alberto, ed infine  Agnese, amica di Sofia, e Mario, figlio del proprietario della casera. L’unica cosa che avevano in comune era la voglia si avventura e di esperienze nuove tipiche di quella età. Avevano progettato la gita in montagna nei minimi particolari, con l’occhio adolescenziale, che presta molta più attenzione ad aspetti goliardici e meno alle cose pratiche e, per di più, con l’atteggiamento “da grandi”, che porta a snobbare i consigli degli adulti più esperti e pratici nelle cose di mondo.
Destinazione Casera Ruin, al di sopra degli abitati della Val Pesarina, a metà strada tra Prato e Truia.
Previdenti, si erano portati appresso il cane di Enrico, come guardia del corpo, visto che dovevano passare una notte isolati tra rocce e boschi. Non si erano nemmeno dimenticati delle provviste per la cena e la colazione del mattino dopo, comprese pentola per la pasta, pentolino per riscaldare il sugo e moka per il caffè. Enrico e Alberto si erano portati dietro anche la tenda e un paio di sacco-a-pelo, con la speranza di riuscire ad appartarsi con le fanciulle.
Mario era la guida della sgangherata carovana, assistito da Patrik, che spesso faceva gite tra le Alpi Pesarine con il padre. E come vere guide esperte sbagliarono strada. Per riprendere la via dovettero attraversare un piccolo rio impervio. Le scarpe da ginnastica comode per le camminate non lo sono di certo per il bagnato e per questo tipo di avventure fuori sentiero e così, chi scivolando, chi proprio non abituato a questo tipo di escursioni, i nostri giovani giunsero alla loro meta con i piedi completamente zuppi. Ovviamente nessuno aveva previsto una possibilità del genere e nessuno aveva dato retta alla mamma e al suo consiglio “metti nello zaino un paio di calzini di riserva, non si sa mai”.
Ma le disavventure erano solo all’inizio, perché giunti allo stavolo di Mario, la chiave di riserva, che si trovava nascosta proprio sotto il masso accanto alla catasta di legna, non si trovava. I ragazzi non si scoraggiarono, montarono le due piccole tende, che fortunatamente Enrico e Alberto avevano portato, e accesero il fuoco con le legna accatastate dal papà di Mario.
La notte era già vicina e la temperatura cominciava ad abbassarsi. Qualche stomaco cominciava a brontolare, ma l’acqua per la pasta non si decideva a bollire e così, di comune accordo, su proposta di Sofia, si buttò un chilo di pasta nell’acqua tiepida: «Ci vorrà un po’ più di tempo, ma alla fine si cuocerà».
Risultato: la pasta era immangiabile e nemmeno il cane la toccò, preferendo accucciarsi accanto alla tenda con un guaito affranto.
La serata continuò attorno al fuoco tra canti stonati, storie di fantasmi e grosse risate scherzose. Infine, infreddoliti, presero posto nelle piccole tende, dapprima maschi e femmine divisi, ma poi, accampando varie scuse, i posti si scambiarono e, innocentemente, ragazzi e ragazze si mescolarono, finché sopraggiunse Morfeo. Fortunatamente c’era il cane a fare la guardia e a tenere a bada ogni timore di trovarsi all’aperto in balia di chissà che animali selvaggi.
Il risveglio non fu meno movimentato.
Alle prime luci dell’alba il fidato cane svegliò il suo padroncino e con esso tutta la compagnia. A poche decine di metri sopra l’accampamento era nevicato. E in effetti qualche genitore aveva posto un po’ di resistenza: una gita in montagna nel mese di aprile non era proprio il periodo ideale.
Patrik andò a lavarsi il viso nel vicino rio e ritornò accanto al gruppo di amici con il ciuffo di capelli congelato, facendo rimandare ogni proposito di pulizia agli altri sette.
Fu acceso il fuoco e si preparò il caffè. Nell’attesa si provò a spalmare la Nutella sul pane indurito, ma la crema di nocciola era congelata e fu adagiata accanto alla moka del caffè sul fuoco. I giovani inesperti attesero invano sia l’uno sia l’altra: ottennero solo una moka bruciata e un vaso di Nutella rotto.
Il freddo e la fame prese infine il sopravvento sulla voglia di avventura e decisero di smontare l’accampamento e tornare a casa.
Chissà perché quello che stava prima non entrava più negli zaini? Così le coperte furono arrotolate e legate sopra lo zaino e Sofia appese, alla bene e meglio, le pentole al proprio zaino e a quello di Alberto.
Lo sgangherato gruppo rientrò a casa, attraversando mezza Val Pesarina fu notato da qualche anziano curioso e pettegolo che diffuse la voce di ragazzi che giravano per la vallata sporchi e disordinati come zingari.
Per i giovani, invece, fu comunque una fantastica avventura, che li unì per sempre e che gli avrebbe fornito uno spassoso aneddoto da raccontare negli anni futuri e nelle rimpatriate. E cominciarono, finalmente, ad ascoltare i consigli dei genitori… Bon, forse non tutti, ma i cambiamenti avvengono un poco alla volta.

lunedì 29 settembre 2014

Secondo mini racconto con la S

Seduto sulla sedia, sonnecchiava Simone. Sobbalzò sentendo suonare la sveglia, stranamente sistemata in soggiorno.

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mercoledì 10 settembre 2014

Perché ho smesso di recensire libri

Ho smesso di postare le mie recensioni sempliciotte perché non rappresentavano nessun valore aggiunto, né per me che le scrivevo, né per voi lettori, che le subivate. Visto che ho la memoria piuttosto corta, mi ero imposta di scrivere qualcosa su ciascun libro che leggevo, con la convinzione che ciò mi avrebbe aiutato a ricordare meglio storia, autore e sensazioni. E con questi post avrei ottenuto anche un altro risultato: quello di implementare gli articoli del mio blog. Ma di fatto, parlare di ogni libro che leggo si è dimostrata una missione difficile: certi libri non meritano neanche la pena di essere citati, altri rivelerebbero troppo sul romanzo che sto scrivendo, altri ancora, seppure piacevoli (magari per passare un paio di ore spensierate), non sono così speciali da creare un articolo degno di questo nome. Infine, quelli che che hanno comunque trovato un loro piccolo spazio in questo mio diario virtuale non si sono rivelati di certo una bella prova di scrittura. Così ho deciso di smettere. Anche se... ho appena terminato un libro che meriterebbe proprio due righe...
Chissà?! Forse!

mercoledì 3 settembre 2014

FIABA - Alpina fata della montagna

Una fresca mattina di primavera, da una goccia di rugiada posata sul più bel fiore di alta montagna, la Stella Alpina, nacque una bellissima fatina dalla pelle bianca come la neve e dai lunghi capelli color argento. Le fu dato il nome di Alpina e fu subito affidata alle cure della fata Tatù. Fata Tatù aveva il compito di insegnarle a volare e a usare la sua magia, ma ebbe un gran daffare con la piccolina. Alpina non riusciva a stare ferma ad ascoltare cosa le spiegava fata Tatù e spesso scappava di nascosto per andare a giocare con i suoi amici insetti e volare tra i verdi prati montani assieme a api e farfalle.
Un pomeriggio si allontanò senza avvertire e andò a cercar qualche piccola amica con cui giocare, ma non trovò nessuno.
Provò a chiamare: «C’è qualcuno?»
Ma non ottenne risposta.
«Strano. Chissà come mai non c’è nessuno in giro.» Pensò.
Intenta com’era nella ricerca di compagnia, non si accorse dei grossi nuvoloni neri che si stavano avvicinando e in pochissimo tempo fu circondata da una fitta foschia, che non le permetteva di vedere più niente. Iniziò a piovere forte e il cielo cominciò a rombare di tuoni e a schiarirsi del giallo degli infuocati fulmini.
La piccola Alpina, fradicia di pioggia, trovò riparo accanto a un sasso cavo.
Quanta paura aveva!
Stava per mettersi a piangere disperata, quando sentì poco più lontano un pianto ancora più disperato.
«Dove sei?» Urlò per sovrastare il rumore del temporale.
«Sono qui!» Le rispose una giovane voce tremante.
La fatina seguì, senza vedere dove stesse andando, il pianto del piccolo disperso, fino a quando si trovò davanti a un vitellino tutto tremante per la paura.
«Mi sono perso. Non so dov’è la mia mamma. Ho tanta paura.»
«Non ti preoccupare, sono io qui con te.» E così dicendo, Alpina, che vicino al vitellino era davvero minuscola, posò la sua manina sul muso dell’animale e lo tranquillizzò. La sua calda magia lo avvolse.
Per fortuna il temporale non durò molto e, come erano venuti, i grossi nuvoloni si dispersero in fretta, lasciando il verde prato e le imponenti montagne con dei colori più vivaci del solito.
I due dispersi si sentirono chiamare in lontananza. Erano la fata Tatù, che cercava Alpina, e una mucca, in cerca del suo vitellino.
«Grazie fata Alpina per aver aiutato il mio piccolo Argo.» Disse la mucca. «Ti sono davvero grata.»
«E io sono davvero orgogliosa di te.» Aggiunse fata Tatù. «Tu sarai la fata della montagna!» Sentenziò infine.
Alpina ringraziò fata Tatù per la nuova designazione e subito volò via in cerca delle sue amiche.
«Povera me! Chissà se ho preso la decisione giusta…» Sussurrò tra sé e sé fata Tatù, mentre guardava sorridendo la briosa fatina svolazzare tra i fiori in compagnia di farfalle e api.

venerdì 29 agosto 2014

Chiuso per lavoro

In periodo estivo è deleterio stare lontano dal blog perché sovraccarichi di lavoro e non lavorare nel settore del turismo!

domenica 29 giugno 2014

Un manoscritto da revisionare

Sono giunta alla vetta! Ho finalmente terminato il mio romanzo.
Il problema è che forse la fatica non è valsa il panorama. Ho riletto tutto d'un fiato quello che ho scritto, che poi non è così tanto se penso al tempo che ci ho messo (il file con gli scarti è più lungo!). Il risultato finale non è proprio come me lo aspettavo.
Il fatto è che per avere una maggiore chiarezza devo attendere qualche mese per rileggere il manoscritto ed iniziare la revisione. Ma se il lavoro mi delude già ora, cosa ne sarà tra qualche mese? Carta straccia?
Spero che la mia reazione sia solo dovuta alla tensione accumulata che sta scemando, come quando ti sottoponi ad un esame importante. Ti prepari per mesi e poi, subito alla fine del colloquio finale crolli e ti disperi perché sei andata malissimo. Poi ti riposi e ti rendi conto che non è andata per niente male e il giudizio degli esaminatori te lo conferma.
Ad ogni modo i prossimi passi saranno: uno, dimenticarsi di quanto scritto fin'ora, sgomberare la mente e iniziare a scrivere qualcosa di nuovo; due, consegnare due manoscritti a persone di fiducia, i quali hanno il compito di controllare fatti ed eventi (il romanzo parla di eventi realmente accaduti); tre, revisione finale e solo allora deciderò se potrò cercare un editore.

venerdì 20 giugno 2014

Notte insonne

Non c'è niente di più produttivo per uno scrittore di una notte insonne. Poco importa se la mattina dopo ci si alza assonnati e pieni di mal di testa.


lunedì 2 giugno 2014

L'ultimo capitolo

Sono in dirittura d'arrivo. È da un paio di mesi che vedo il traguardo con su scritto "fine romanzo". Non è mancanza di ispirazione o di idee. Il finale ce l'ho, sin da quando ho iniziato a scrivere il romanzo. Forse è più la paura di finire qualcosa che mi ha accompagnato per tanto, tantissimo tempo, di lasciare andare la mia creatura. Un po' come avviene con i figli: si passano anni ad educarli e ad insegnare loro come cavarsela da soli, ma poi, quando arriva il momento in cui devono spiccare il volo, si fa di tutto per trattenerli.
Ecco. A me manca proprio il coraggio di mettermi seduta davanti alla pagina bianca e scrivere quell'ultimo capitolo, forse due.
Sì, perché terminare il romanzo vuol dire procedere con la fase successiva. Non tanto quella della revisione, che in fondo l'ho già iniziata, almeno per i primi capitoli, ma la ricerca di un editore. Significa mettere in piazza il mio lavoro e magari scoprire che ho lavorato molto per un prodotto mediocre che nessuno vuole. E, ammettiamolo, questa è una possibilità non tanto remota, ma tanto tanto dolorosa. Eppure un passo fondamentale per ogni scrittore.